CABOTO

 

Stefano Passini - drums, synthesizer
Marcello Petruzzi - electric bass, acoustic guitar, synthesizer, maracas, vocals
Nazim Comunale - electric piano, synthesizer, loudhailer, vocals
Alessandro Gallerani - electric guitar
Marco Bianciardi - electric and classical guitars, tape processing
Alessio Crotti - alto and soprano saxophones, vocals


http://www.myspace.com/cabotohiddenorjustgone

History and imagination hardly can trace both the portrait and life of an explorer such Sebastian Caboto. Fascinated by this incertitude, Caboto try to pronounce electricity, convulsion, wanderer music. Rock of escapes or soundtracks for uncovered roads of images? As well as for the mysterious navigator the band draws its name from, it's hard to distinguish between the visionary exploration of some distant lands' signals and the rough sailor addicted to alcohol and brothels.
Till a whale will prosegue the travel of a run aground ship.

Officially born in Bologna, Italy, 2000, an embryonic line-up met from january 1999. Early months went by beside a meditated "shaping" of the first delirious results; so 2001 was the right time for the debut album Nauta, released by the american label Scenester and distributed both in USA and Italy. In this work, which has been able to gain important opinions, the contribution of some guest instruments (accordion, trumpet, flicorn) often turns out with a really characteristic mood. If on one side those experiences have not been repeated yet, 2002 however is the year for a saxophone to get steadily into the line-up after having worked on "Cactus Transistor", track for the "15 italian dishes" compilation set by the italian label Raving Records with valid proposals from our national indie overview. In 2003 a new guitars adds to Caboto and that same year, in November, the band with Raving Records produces and releases Did You Get Visuals?, second album distributed by Wide Records, narrative and unitary work that attracts imediately all the magazines and fanzines. The band promoted its music with concerts and cross-performances with video artworks, then recorded its third studio album Hidden Or Just Gone, ready right now to be released (spring 2006). Besides, free on the Internet the periodical project Freeboto is available: a sort of sound diary proposing fragments from the improvisation process at the rehearsals.

In februray 2006 Caboto came back to studio to record (most live) 15 tracks, 9 of which have been chosen to be part of this album. The balances have changed; the new line-up, born during the sessions of the previous album, had the chance to firm and improve the dialogue between the players, thanks to various gigs all over Italy for more than a year and a careful composition in studio. For the first time voices are experimented together with a richest number of instruments, clear and compact outlines are drawn in order to define a wider gamut of colors unlike the former productions: a brighter style contains an essence which can be so imperceptible to hearing, however it's paradoxically present just because supported by fragile inner connections. Caboto's music moves towards a visual hearing, nearly an examination of a throbbing substance, as if the outlines that form the several sounds fade till they sound like a single and subtle instrument.

Il gruppo nasce ufficialmente a Bologna nel 2000 con l’arrivo di Alessandro Gallerani, ma una formazione embrionale (Nazim Comunale, Marcello Petruzzi e altri) si compone nel gennaio 1999. Il passare dei primi mesi coincide con una vera e propria messa a fuoco dei primi deliranti risultati grazie al batterista Stefano Passini dei Rose Island Road di Bologna.
Si arriva così nel 2001 alle registrazioni del primo CD, “Nauta”, pubblicato dall’etichetta americana Scenester e promosso in Italia da GammaPop/Self Distribuzione. Nel lavoro, che ha saputo raccogliere buoni pareri sia nell’ambiente musicale italiano che in quello statunitense, si rivelano caratteristici i contributi di due musicisti ospiti, Davide Massarini (fisarmonica) e Andrea Monti (tromba, flicorno).
Il 2002 è l’anno in cui Alessio Crotti entra stabilmente a far parte del gruppo dopo aver contribuito alla registrazione di “Cactus Transistor”, track per la compilation “15 italian dishes” firmata dall’italiana Raving Records con valide proposte dal panorama indipendente nazionale che i Caboto hanno avuto il piacere di aprire.
Nel 2003 il chitarrista Marco Bianciardi (già batterista degli Elton Junk) entra a far parte dei Caboto e nel novembre dello stesso anno la band e Raving Records producono e pubblicano l’album “Did You Get Visuals?”, il secondo lavoro distribuito da Wide Records, disco narrativo e unitario che fa subito parlare di sé su tutti i magazine e le fanzine del settore.
Durante il 2004 il gruppo ha fatto conoscere questo album attraverso concerti spesso integrati da performance di arte visiva. Nello stesso anno In via esclusiva e gratuita in Internet è nato il progetto periodico “Freeboto”, diario sonoro che propone frammenti dal processo di improvvisazione in sala prove, ormai arrivato al quarto volume.
Il 2005 vede il gruppo continuare la propria attività live e registrare le tracce per il loro terzo disco intitolato "Hidden Or Just Gone", uscito adesso su etichetta Fratto 9 Under The Sky Records.

PRESS Hidden Or Just Gone

Diversità cerebrale
O di come la complessità possa anche essere affabile e non tediosa. Forse involontariamente, i Caboto con “Hidden Or Just Gone” riescono nella piccola impresa di mostrare come il legame fra svariati strumenti (voce compresa) non sia solo un narcolettico esercizio di stile, ma eccitazione per un immaginifico ricco di particolari.

Album visionario pur senza canonici dettami psichedelici, scelte in apparenza sperimentali nel lasciare deragliare le svariate anime del gruppo eppure pragmatiche nel giungere sempre alla meta, sfogando gli impeti anche negli istanti maggiormente trattenuti. Alcuni richiami possono andare alla Chicago più illuminata (un John McEntire apprezzerebbe), non disdegnando un’impostazione cinematica inquieta e fumosa negli appigli. Le intrusioni del sax, la tagliente elettricità, il concreto tappeto ritmico: musica dissonante anche quando si nutre di intimismo ricercato, per un collage ritagliato da una mano volutamente tremolante. La scelta è libera ed anarchica non tanto nel risultato (lo ripetiamo, l’equilibrio è sempre raggiunto), quanto in un’attitudine in cui i termini free jazz, post e math rock non assumono nemmeno un valore catalogativo, perché la cifra stilistica si diverte nel variegarsi senza alcuna limitazione.

Un album a cui tutti possono avvicinarsi, fregandosene di potenziali etichette nella realtà mistificatorie. Ed un nuovo centro per Fratto9 Under The Sky, etichetta da serbare cara.

Marco Del soldato/Kronic
------
Movimenti tortuosi

Che la media dei prodotti indipendenti italiani si sia alzata esponenzialmente negli ultimi anni non è più un segreto per nessuno. A questa incontrovertibile realtà dei fatti hanno contribuito anche i bolognesi Caboto giunti al terzo - importante - album. Sei anni di attività, "Nauta" (2001) e "Did You Get Visuals?" (2003) come biglietti da visita, formazione in movimento che si assesta nell'attuale formidabile sestetto. Nove brani così ordinati quanto strutturalmente disarticolati, germogliati nella quasi totalità, in un'unica session in studio. Una concezione della stesura e della scrittura prettamente seventies. Prettamente cosmica. Del resto le destrutturazioni post e math rock (stessa radice ma con differente approccio) derivano proprio dai voli pindarici della Germania musicalmente più affascinante e sognatrice di sempre. "Hidden Or Just Gone" è un percorso strumentale. Personale. Creativo. Di sei ragazzi toccati dalla fantasia e dal rigore compositivo. Dall'improvvisazione free jazz alle screziature estetiche che nella scorsa decade hanno riportato al centro del mondo Chicago. Sintetizzatori, sax alto e soprano, maracas, chitarre acustiche, piano verticale... un mondo di colori a sguazzare tra tinte d'oriente e arazzi desertici. La morte ispirata da un bacio. L'amore cosmico riflesso in musica.

Emanuele Tamagnini - http://www.musicaroma.it/nerds
------
Beh, l'illustrazione di copertina e retro di questo disco è talmente bella che non potevo non metterla per intero. - La Musica: è un disco di puro virtuosismo riuscito, un talentuoso districare matematiche a sè tortuose, tra movimenti estrosi kraut 70s o noise da math rock nei momenti più veloci, mentre pecca à mon avis di un ambient strappapalle in alcune lentezze troppo retro stile calma piatta e/o inseguimenti alla Lalo Schifrin/Dirty Harry (l'intro di Canedineve, come la prima parte di End With Rabbit). Il cantato Crimson-iano è in secondo piano rispetto lo strumentale, - i fumi di jazz passano per la canna del sax, mentre le chitarre sono in continua elucubrazione (la magnifica title-track), in una serie di riff auto-ipnotici, intervallati da raffinate introspezioni di piano (sorta di preparazione tantrica alle follie di Timur Est), e gran uso di percussioni. Il disco in sè non poteva esser migliore (basta da sé Wake Up Okapi), non perde una virgola, è sul finire di un perfetto esercizio di stile e l'inizio di eccellere. ps. incredibile.. sono italiani.. [vedi sotto per mp3] // Caboto - Hidden or Just Gone (9tx cd, 48'13" - Fratto 9 Under Sky rec 'o6) - Well, i couldnt but placing the whole cd artwork, - such so it's beautiful. Now the Music: it's a disc of pure successfull virtuosity, a talented manner of extrication from tortuous mathematics, between flightly 70s kraut moves, as well as math rock style noise during faster shots, but - frankly à mon avis - it gets nearly boring when it slows down into quiet rarefied ambient melodies dear to Lalo Schifrin/ Dirty Harry (the intro for Canedineve, as well as the beginning of End With Rabbit). The Crimson-ish vocals are in the background, - and the jazz smokes pass through the sax' pipe, while guitars are in a continuous act of elucubrating (title track is magnificient), in a number of self-hypnotic riffs, paused by elegant piano introspections (sort of propaedeutic intro for Timur Est's following madness), and wise use of drumming. This album cannot be better, - it fixes the point, and it's on the wave of perfectionism, on the way of excellent exercise. ps. They're from italy, unbelievable, isn't it?
komakino -› paolo miceli www.inkoma.com myviolentego.com
------
Caboto from Bologna have arrived at their third “circumnavigation” and I'd say their emotional, post-fusion, jazzy impetus pushes the forward while sticking to their roots. There's something “old” (like every good wine) in the music of this band, some "electric-Miles Davis" flavour diluted in this “indie” potion. Differently from their previous album “Did you get visuals”, the band added some vocals and some more “colours” but I'm sure those who loved their records so far won't be let down. The Hancockesque electric piano sometimes has that we can define a minimalist taste (even it's really far from serialism and from being "simple"), anyhow, it sails in a sea of troubled but yet calm guitar sea and on a groovy-jazzy rhythmic section. The vocals have made their debut on a few songs and it's a strange effects sometimes but in general I'd say the result is good. While with "Did you get..." I've had the impression the album was meant as a whole, in "Hidden or just gone" the focus is on the parts. While their improvisational flow combined with their great musicianship is still strong, they've timidly begun writing songs. According to my opinion some episodes have an incredible “phatos” (Canedineve, Disarchitetture/Glass elephant goes downtown) or even better that visionary/emotive touch that's one of their main qualities. Sad, psychedelic, jazzy, afro-american music for sinking ships and confused whales (if the layout has a significance).

Andrea Ferrarsi - http://www.chaindlk.com/
------
Giungono al terzo album i bolognesi Caboto, continuando a proporre musica complessa e sperimentale in una forma leggerissima e godibile. Come è possibile lo spiega un rapido sguardo alla strumentazione adottata dai nostri sei, che comprende sintetizzatori, nastri, chitarre elettriche e acustiche, maracas, sax, piano verticale... il merito è di una scrittura che non privilegia alcuna componente, ma opta per un libero susseguirsi e intrecciarsi di aperture dal respiro cinematografico, passaggi venati di psichedelia liquida e spaziale, scosse tese e matematiche. 9 brani dalle ritmiche distese che ricordano principalmente Tortoise, e il modo in cui si suonava a Chicago a metà dello scorso decennio, o, se fosse ora di cominciare con l'autoreferenzialità, la svolta jazzata e dichiaratamente noir dell'ultimo EP di My Own Parasite. Quel che rimane da annotare, oltre all'ottima fattura del disco (così come dell'artwork), sono la crescente qualità e quantità di etichette e di gruppi italiani attivi nel settore: tipo che il post-rock è morto, e poi è risorto. In Italia.
Movimenta- Gilles Nicoli
------
I Caboto li potremmo considerare dei veterani della scena musicale italiana, visto e considerato che sono già in pista da più di un lustro e al il terzo disco ufficiale. Tra l’altro hanno sempre conseguito buoni risultati confermati anche da questo nuovo lavoro che rileva come il gruppo prosegua nello sviluppare un proprio percorso personale che speriamo tutti li porterà lontano. Personalmente mi sarebbe piaciuto se il gruppo avesse continuato negli sperimenti e nell’improvvisazione delle session “freeboto” che qualche tempo venivano pubblicate aggratis in formato mp3 sul loro sito, ma non posso dire che me le fanno rimpiangere. In questo nuovo disco registriamo un raffinamento delle strutture, del suono e delle atmosfere (cosa che per altro hanno sempre inseguito nei loro dischi in studio). È un gruppo che si troverebbe benissimo a Chicago così com’è inserito perfettamente tra il rock e il jazz di quella città, tra Tortoise, e la Chicago Underground nelle sue varie manifestazioni. Del rock mantengono la potenza, la compattezza del suono (le chitarre, la solidità ritmica); del jazz (meno davisiano del solito), il fraseggio, il respiro, le aperture, e le atmosfere (ottimo il lavoro del piano elettrico). A questo aggiungiamoci il fatto che non si sono fatti mancare nemmeno la voce che più di una volta esce convincentemente fuori (mutuando certo prog-psidechelico inglese, i King Crimson vengono fuori qua e la: ascoltare hidden or just gone e timor est), ed eccoci davanti un disco piuttosto ‘atipico’ nel genere nonché ottimamente suonato.

Alfredo Rastrelli - http://www.sands-zine.com
------
Il sestetto con base bolognese ha già alle spalle una corposa carriera, sui palchi e in sala d’incisione, oltre ad aver avviato una interessante documentazione in tempo reale via internet sul processo di improvvisazione. Scaglie e frattali della migliore tradizione avant jazz e art rock si ricompongono qui in affresco unitario: approdando dalle parti dei Tortoise più carichi, si potrebbe dire. Ma altri ricordi mettono in conto la fascinosa claustrofobia sonica alla Van Der Graaf Generator, le “fratture” frippiane, il passo ritmico complesso dei gloriosi gruppi canterburiani. Assieme a Calomito, Anatrofobia,e Gatto Ciliegia, un’altra delle perle del rock colto della penisola

Guido Festinese-Alias/Il Manifesto
------
Se non avete mai ascoltato un disco dei Caboto, cercate riparare quanto prima. Magari procurandovi questo “Hidden or just gone” (uscito per la giovane ma superlativa Fratto9 Under The Sky), ultima fatica della band.
Un disco in cui i confini del termine “rock” vengono continuamente spostati e messi in discussione. Dalle frequenti immersioni nelle turbolenti acque del free-jazz alle raffinatezze quasi prog, da certe sfumature “kraut” alle immancabili dinamiche “post”, dai fugaci viaggi spaziali a certe asprezze noisy, i Caboto costruiscono i propri brani senza porsi limiti di sorta, con un approccio curioso ed eclettico, confermandosi – alla fine - tra le più fantasiose e interessanti formazioni italiane.
Nel disco, prevalentemente strumentale, il cantato appare raramente: e forse forse se ne sarebbe potuto fare anche a meno, dati i risultati non sempre convincenti.
Peccati veniali, comunque. Il lavoro, nel complesso, è appassionante e di notevole livello. Da ascoltare e riascoltare.

Daniele Lama – Freak out 04/09/2006
------
Crocevia tra rappresentazione jazz e post-rock sperimentale, "Hidden Or Just Gone" costituisce forse la prova di maturità dei Caboto. Dopo oltre cinque anni dall'esordio, il combo strumentale bolognese raggiunge probabilmente il suo punto più alto, trasfigurando la sua scrittura avanguardista all'interno di ambienti raffinati ma estremamente nevrotici ed oscuri. Un disco intenso e compiuto. Fatto di una sottile alternanza tra figure improvvisate e strutture ragionate. Una spiccata attitudine alla scrittura freeform che si avvolge di sottili contorni matematici. Immersioni ritmiche dal piglio romantico, attorcigliate su chitarre serrate che assumono diverse tonalità, seppur tutte sul grigio scuro. Nove dialoghi strumentali estremamente intimi, in cui una ruvida struttura tradizionale basso-chitarra-batteria è ricamata da eleganti incursioni di sax, tastiere, maracas e dettagli campionati. Il manierismo è indubbiamente spiccato e le soluzioni sono spesso da perfetto manuale del post-rocker post-contemporaneo. L'amore per i Tortoise è infatti evidente e spesso le composizioni assumo le sembianze di una cartolina proveniente dalla Chicago di qualche tempo fa, vagamente alleggerita da un lievissimo retrogusto psichedelico Canterbury-oriented. L'originalità è indubbiamente altrove, ma l'ispirazione è credibile anche se talvolta un po' fragile. Il disco comunque esprime una emotività concreta e pulsante, con alcuni istanti di grande coinvolgimento. Insomma, i Caboto si sono evoluti e questo è un buon lavoro. Se trovate la sintonia, potrebbe piacervi. (01-09-2006)

Stefano 'Acty' Rocco - Rockit
------
Partito nel 2000, il viaggio dei bolognesi Caboto giunge con"Hidden Or Just Gone" alla terza tappa. Nove composizioni, quasi completamente strumentali (la voce compare solo in un paio di episodi, grida o sussurri isolati), all'insegna di una fusione di stili dal gusto retrò, con richiami al Canterbury Sound e alla stagione del jazz-rock made in Italy (Napoli Centrale, Perigeo, ecc...), fino ad arrivare ai giorni nostri (abbastanza scontato citare i Tortoise).
I due momenti nel quale si articola il brano di apertura presentano le due anime del disco: da un lato mood rilassati, gli strumenti che stendono ampi strati di colore dalle impressioni 'cool', a tratti ambient; dall'altra esplosioni dai toni forti, la batteria percossa con più vigore, i fiati a disegnare con
pennellate rapide e nervose.
Così, ad una veloce e prepotente Hissan I Sabbah, segue una title track dal respiro più lungo e controllato, dai vaghi profumi orientali; al tessuto lieve, dall'esile trama di Wake Up Okapi, si contrappone quello più compatto, ruvido di Always Remember. In Death Ispired By A Kiss le due ispirazioni convivono, dinamismo iniziale che cede il posto alla rarefazione.
In Canedineve trova spazio un'abrasività vagamente indie, la lunga Timor Est riprende nel titolo un brano di Robert Wyatt, e forse è un omaggio più o meno consapevole ad uno di quelli che
sembrano essere i numi tutelari del suono dei Caboto: il brano più complesso, a tratti enigmatico, col pianoforte che ora spara una gragnola di note impazzita, ora rintocca come una
campana.
La chiusura è affidata ad un Happy End With Rabbitt all'insegna della rilassatezza, un finale in riposo dopo le fatiche del brano precedente.
Quella che resta, senza mai venire meno, è la sensazione di calore, di avvolgimento: che lo facciano in modo lieve, quasi timido o più bruscamente e con vigore, i Caboto riescono a mantenere il suono pieno, vivo, quasi fornendo un liquido sonoro nel quale l'ascolto si lascia galleggiare volentieri.
http://www.losingtoday.com/it/reviews.php?band_alpha=c
Losing Today MARCELLO BERLICH
------
Gruppo di punta della nostrana rampante indie-label Fratto9/Under The Sky, i bolognesi Caboto - attivi fin dal ’99 in forma embrionale - si compongono di Marco Bianciardi (chitarre, elettronica, voce) e Alessandro Gallerani (chitarra), Nazim Comunale (piano elettrico, synth, voce), Alessio Crotti (sax alto e soprano, elettronica, voce), Marcello Petruzzi (basso, synth, voce) e Stefano Passini (batteria, synth). Dopo il valido debutto di "Nauta" (Scenester, 2001) e il seguito di "Did You Get Visuals?" (Raving Records, 2003), "Hidden Or Just Gone" è dunque un album che catalizza e contrasta i segni distintivi delle loro pièce strumentali, pur debitrici delle punte alte dell’alternative americano, da June Of ‘44 a Tortoise, ma in ogni caso dotato di personalità non indifferente.
Il loro terzo disco attacca così con reiterazioni e pianistiche Reich-iane raggiunte da batteria e strumenti a corda che imitano, decorano e sviano fino a una sorta di anti-jammata di jazz-rock malsano. La title track , da par suo, passa con disinvoltura da incroci zappiani (circa "Grand Wazoo"), a ondate cacofoniche sottili, a una fuga minimalista per strumenti a corda e alle polifonie del sax (con conseguente ispessimento progressivo della concertazione). "Hassan I Sabbah" parte da un drone instabile della chitarra e contorsioni volatili del sax e arriva a scansioni di blocchi strumentali à-la King Crimson. In "Wake Up Okapi" una chitarra Pat Metheny/Nels Cline dà vita a un ottimo interplay foriero di interessanti sviluppi timbrici-rumoristici (quasi crepuscolari).
Anche nei riferimenti più evidenti, come negli incastri di chitarre Rodan di "Canedineve", i Caboto si divertono a sconquassare in senso ritmico (batteria) e armonico (tastiera), e pure mantengono l’eleganza nel sax difforme. Se "Always Remember That Sex Is Deep Poison" è instabilità ritmica dai risvolti apocalittici, "Death Inspired By A Kiss" è passo meditativo al limite del flamenco straniato, che porta a deliri accordali e soundscape inquiete. Il doppio finale inizia con "Timor Est", la sua visione orrorifica, il suo piglio di tensione impercettibile alla stregua di "Chinese Radiation" (Pere Ubu, "Modern Dance", cfr. ), il suo precipizio di droni oscuri, e prosegue con "Happy End With Rabbit", laddove la band si dà a un divertissment Tortoise-iano riccamente elaborato a base di spazzole, chitarre e sax vagamente progressive, vocal demenziali ancora Zappa-Mothers, mentre si scatena una nuova rincorsa strumentale al limite della sarabanda.
Disco raccoglitore, che riesce a tenere accoppiati elementi estremamente dissonanti, pur con stoica fatica, le cui strutture intricate indicano anzitutto caparbietà (spregiudicatezza) compositiva. Scongiura i momenti morti e azzarda una personale filosofia post-rock, a coprire registri in più coloriture (drone, pura distorsione, sortite cameristiche, jazz elettrificato cubista). Il loro slogan si addice anche meglio, per quest’album: "Psychology, Air Action, Falls, Curves and Sounds from Italy". "Freeboto" è una rara (e gratuita) operazione di diario telematico redatto con la penna dell’improvvisazione della sala prove.
http://www.ondarock.it/recensioni/2006_caboto.htm
Ondarock Michele Sarancasella
6.5/10
------
E così, circumnavigato in due album l’intero emisfero del post-rock, i Caboto approdano sulle spiagge del jazz. Sia chiaro, non di pura svolta si tratta, bensì della naturale evoluzione di un gruppo in continua crescita, che da coordinate post-rock piuttosto classiche si sposta sempre di più verso una forma di musica più ampia, in larga parte strumentale ma impreziosita di un sapore quasi etno-jazz e di suggestioni visive. Le atmosfere del gruppo, in cui convivono matrice rock e dilatazioni jazz, sono sempre più cinematiche e onnivore. La padronanza tecnica del sestetto è fuori discussione, così come il fascino delle loro composizioni che utilizza un’ampia tavolozza di colori e sfumature: introspezioni catartiche ed esplosioni di chitarra, piani che riverberano, field recording d’origine maghrebina, tappeti di synth, vertigini strumentali e rarefazioni ambientali, sassofoni ora in sottofondo, ora free.

Colpisce inoltre un cantato inedito che si innesta su un crescendo strumentale (la title track) così come i numerosi rimandi a musiche mediorientali, che fanno pensare ai Caboto come a dei Tortoise mediterranei (il refrain di Hassan I Sabbah). La band, infine, sa essere anche scura e profonda come accade nella drammatica tensione di Timor Est (non l’isola), un’ossessiva e inesorabile piece in cui un ricamo di piano accompagna l’ascoltatore prima verso un oscuro baratro e poi alla catarsi finale. Ci siamo capiti, ogni brano contiene idee che riempirebbero un album intero. E Hidden Or Just Gone è il frutto di un gruppo maturo, in grado di mettere d’accordo i fan di King Crimson e Tortoise, etno-jazz e post-rock. Chissà che in un futuro prossimo questo piccolo scrigno diventerà di dominio pubblico.
(7.0/10)
Sentire Ascoltare-Stefano Pifferi
------
Navigano, i Caboto. Lontano, proprio come il loro nome suggerirebbe. Lontano dal post-rock comunque personale di “Nauta”, o dalle fughe zorniane dell’eccellente “Didyougetvisuals?”. Passando dal progetto web “Freeboto”, la band bolognese è arrivata a “Hidden or just gone” passando ore a improvvisare e a catturare un suono sempre più sfuggente e mutevole. Qualcuno ha parlato di interplay, e non a caso: il jazz qui è presente in ogni angolo, non solo per il sax che si insinua e che spesso disegna le melodie, ma per un modo tutto particolare di questi musicisti di cercare una direzione per la canzone sul momento, mentre la creano, senza definire nulla a priori.

Basta ascoltare la traccia d’apertura del disco per rendersene conto: in un unico calderone dove post-rock, jazz e prog perdono i propri confini, le note del pianoforte assomigliano a una lenta nevicata, la batteria strappa pause improvvise, il basso insiste su un riff fino all’ingresso del sax. L’impatto di “Hidden or just gone” è più fisicamente rock rispetto al passato dei Caboto, ma non per questo meno sofisticato: la title-track parte sognando i Weather Report e poi si infila in un tunnel di chitarra acustiche frenetiche e sax ansimante; sensuali cavalcate free-form (“Always remember that sex is deep poison”) si accompagnano agli scoppi e alle dissolvenze noir di “Death inspired by a kiss”); il cantato appare a tratti ed è felicemente straniante (“Canedineve” e il suo bellissimo crescendo), e poco dopo la melodia si scoglie in bordoni lunghi e angosciosi.

Nessuno schema: tutto in questo disco accade all’improvviso, come nel finale di “Happy end with rabbit”, dove la dolcezza del sax viene inghiottita da una frenesia ritmica non lontana da certe cose dei Supersystem. Terzo album, ed ennesima riconferma: i Caboto continuano a navigare in acque difficili e instabili, ma lo fanno con un’eleganza assoluta.

Kalporz.com- Daniele Paletta
----
tra rock, jazz e psichedelia, il terzo lp dei Caboto
Da quanti anni si parla di morte del progressive-rock? Da tanti, ma il bello è che a sbaragliare queste discussioni arrivano sempre dei dischi che con il prog storico - così come è stato "codificato" - c'entrano ben poco. Eppure nascono e si sviluppano all'insegna del più autentico spirito progressive. E' il caso degli ottimi Caboto, che tirano fuori dal cilindro un terzo disco irresistibile: carico di gioia ed espressività, partorito all'incrocio tra jazz, rock, world music, funk e psichedelia, "Hidden or just gone" è figlio di Gong e Soft Machine, Pink Floyd e Embryo, fratello di Tortoise, Calomito e Fonderia.
Registrato in presa diretta, piacevolmente anarchico e bislacco, è un disco di particolare raffinatezza, con un'ottima intesa tra i sei strumentisti, che giocano con verve e libertà, realizzando briosi impasti strumentali (piano elettico e fiati, chitarre e batteria d'impostazione jazz) ma anche momenti di sospensione lisergica con influenze kraut ("Always remember that sex is deep poison", la superba "Canedineve"), tra lievi dissonanze e una costante morbidezza (esemplari "Wake up okapi").
Il trittico d'apertura ("Disarchitecture", "Hassan I Sabbah" e la title-track) è un cavallo di battaglia per la band, che mescola abilmente il rock-jazz di Canterbury, una certa ossessività tipica della psichedelia e le spinte del funk, senza puntare troppo sulla trovata ad effetto, ma sulla carica del collettivo. I Caboto non rinunciano al piacere di sterzate elettriche, impennate e bordate proprio quando meno te lo aspetti, ma il marchio di fabbrica è nell'atmosfera smarrita e soffice.
Quando si spingono più avanti, il risultato è un art rock sghembo e sfuggente, difficile da inquadrare ("Timor Est"), con qualche vaga reminiscenza crimsoniana, fino a piombare nel più placido e notturno jazz elettrico ("Happy end with rabbid") con finale a sorpresa, mattacchioni...

La Fratto 9 lavora poco ma bene, dopo Deep End e EX-P un altro disco da non perdere. E i Caboto sono una delle realtà italiane da seguire con la massima attenzione.

Donato Zoppo- http://www.movimentiprog.net/
----
Gruppo di punta della nostrana rampante indie-label Fratto9/Under The Sky, i bolognesi Caboto - attivi fin dal ’99 in forma embrionale - si compongono di Marco Bianciardi (chitarre, elettronica, voce) e Alessandro Gallerani (chitarra), Nazim Comunale (piano elettrico, synth, voce), Alessio Crotti (sax alto e soprano, elettronica, voce), Marcello Petruzzi (basso, synth, voce) e Stefano Passini (batteria, synth). Dopo il valido debutto di "Nauta" (Scenester, 2001) e il seguito di "Did You Get Visuals?" (Raving Records, 2003), "Hidden Or Just Gone" è dunque un album che catalizza e contrasta i segni distintivi delle loro pièce strumentali, pur debitrici delle punte alte dell’alternative americano, da June Of ‘44 a Tortoise, ma in ogni caso dotato di personalità non indifferente.

Il loro terzo disco attacca così con reiterazioni e pianistiche Reich-iane raggiunte da batteria e strumenti a corda che imitano, decorano e sviano fino a una sorta di anti-jammata di jazz-rock malsano. La title track , da par suo, passa con disinvoltura da incroci zappiani (circa "Grand Wazoo"), a ondate cacofoniche sottili, a una fuga minimalista per strumenti a corda e alle polifonie del sax (con conseguente ispessimento progressivo della concertazione). "Hassan I Sabbah" parte da un drone instabile della chitarra e contorsioni volatili del sax e arriva a scansioni di blocchi strumentali à-la King Crimson. In "Wake Up Okapi" una chitarra Pat Metheny/Nels Cline dà vita a un ottimo interplay foriero di interessanti sviluppi timbrici-rumoristici (quasi crepuscolari).

Anche nei riferimenti più evidenti, come negli incastri di chitarre Rodan di "Canedineve", i Caboto si divertono a sconquassare in senso ritmico (batteria) e armonico (tastiera), e pure mantengono l’eleganza nel sax difforme. Se "Always Remember That Sex Is Deep Poison" è instabilità ritmica dai risvolti apocalittici, "Death Inspired By A Kiss" è passo meditativo al limite del flamenco straniato, che porta a deliri accordali e soundscape inquiete. Il doppio finale inizia con "Timor Est", la sua visione orrorifica, il suo piglio di tensione impercettibile alla stregua di "Chinese Radiation" (Pere Ubu, "Modern Dance", cfr. ), il suo precipizio di droni oscuri, e prosegue con "Happy End With Rabbit", laddove la band si dà a un divertissment Tortoise-iano riccamente elaborato a base di spazzole, chitarre e sax vagamente progressive, vocal demenziali ancora Zappa-Mothers, mentre si scatena una nuova rincorsa strumentale al limite della sarabanda.

Disco raccoglitore, che riesce a tenere accoppiati elementi estremamente dissonanti, pur con stoica fatica, le cui strutture intricate indicano anzitutto caparbietà (spregiudicatezza) compositiva. Scongiura i momenti morti e azzarda una personale filosofia post-rock, a coprire registri in più coloriture (drone, pura distorsione, sortite cameristiche, jazz elettrificato cubista). Il loro slogan si addice anche meglio, per quest’album: "Psychology, Air Action, Falls, Curves and Sounds from Italy". "Freeboto" è una rara (e gratuita) operazione di diario telematico redatto con la penna dell’improvvisazione della sala prove.

ondarock.it - Michele Saran
----

Il post-jazz dei Caboto ritorna dopo un po' di tempo a scaldarci i timpani in modo decisamente sorprendente. Il terzo album del gruppo bolognese - diciamolo subito - è un piccolo capolavoro condito da una salsa che mescola le vicende post-New York no wave, il minimalismo dei Tortoise e di Steve Reich con inserti che ricordano quelle sperimentazioni italiane anni 70 degli indimenticabili Perigeo o gli insert visionari (come nella title track) dei primi Soft Machine.Una suite che sembra essere concepita come un unico pezzo che va dal più classico post-rock (Disarchitecture / Glass Elephant Goes Downtown, Death Inspired By A Kiss) al jazz-noise meditativo (Wake Up Okapi), dal rock psichedelico dei primissimi Pink Floyd che sfocia in un blues acido e corrosivo à la Voivod (stupendo l'attacco di Always Remember That Sex Is Deep Poison) alla ballad straniante che potrebbe stare nel nuovo disco dei Modest Mouse (Canedineve). Non si può chiedere che di proseguire così. Lunga vita ai Caboto!

Marco Braggion-Kathodik
---
[Voto: 3 su 5]

Giunti al terzo album, i bolognesi Caboto approdano ai lidi della Fratto9, emergente label ultra-indipendente che mano a mano vede premiati i suoi generosissimi sforzi. Quello dei Caboto, infatti, è un nome che comincia a contare nel tormentato mondo dell'underground de noantri. E i motivi sono semplici: intanto la – sarà banale, ma qualcosa conta ancora, no? – tecnica pregevole dei nostri e, in secondo luogo, la coerenza di un progetto che non muta eccessivamente rispetto al passato ma, al contrario, rafforza le buone impressioni già lasciate. Le reminiscenze crimsonian-canterburiane indubbiamente presenti nel DNA dei Caboto ritornano in un alternarsi di violenti strappi chitarristici (Always Remember That Sex Is Deep Poison), voli pindarici affidati alla forza di un sax soprano (Wake Up Okapi) e lievi concessioni all'emergere di una melodia chiara e distinta (Canedineve). Quello che con orgoglio chiamavamo post-rock prima di trasformarlo in una parolaccia.

Rumore Luglio/Agosto 2006 (Emanuele Sacchi)
---
Ecco il seguito di "Did You Get Visuals?", uscito tre anni or sono e che già aveva fatto parlare bene dei Caboto, capaci di conquistare con le loro articolate geometrie musicali. "Hidden Or Just Gone" riprende il discorso ancora con maggiore consapevolezza: il sestetto bolognese sembra sempre più deciso a seguire una strada che fa della contaminazione uno degli elementi distintivi. Per sintetizzare, è forse la catalogazione alla voce jazz-rock quella che meglio rende l’idea, con una leggera prevalenza del rock, almeno rispetto al precedente cd. In tale sintesi, trovano agevolmente posto tutte quelle possibili derive, dal prog vero e proprio al post-rock, senza che si riesca a individuare momenti di stasi creativa. Tutto nasce da improvvisazioni in studio e proprio qui emerge uno degli aspetti che più stanno a cuore all’ensemble: cogliere l’attimo creativo è la priorità, facendo trasparire il gusto per la jam, valorizzata al punto da spingere la band a fornire gratuitamente sul proprio sito (www.cabotoband.net) alcuni frammenti sonori in forma di diario. Tensione ritmica e atmosfere rarefatte si alternano lungo il percorso di un disco ricco di spunti intriganti e assai consigliato.

GUIDO SILIOTTO (Il Tirreno)
---

Il cielo si fa in 9

Da quel grigio e profondo nord fatto di risaie, nebbia e zanzare, nasce la fratto9 under the sky, label pavese specializzata in post-rock, diretta da Gianmaria Aprile, già chitarrista degli Ultraviolet Makes Me Sick. Ormai da tempo questa etichetta propone gruppi interessanti e sembra farsi sempre più strada nel panorama indipendente italiano.
L’album degli EX-P è una dei tanti gioielli in catalogo. Questa band fa della psichedelia il punto di partenza su cui strutturare un album nel quale confluiscono passaggi “rockish” che lasciano intravedere venature di jazz contemporaneo. L’utilizzo di due bassi elettrici rende il sound corposo ma spogliato di quella pesantezza che lo renderebbe stucchevole e tedioso. Azzeccata inoltre la scelta del clarino la cui eleganza addolcisce quei passaggi altrimenti incompleti. La batteria e le percussioni alternano ritmi apparentemente semplici ma che ad orecchio più allenato rivelano un’ottima tecnica e allo stesso tempo un gusto musicale non indifferente.
Sicuramente un trio che funziona e senza dubbio un buon disco, indicato sia a chi si vuole avvicinare al post-rock, sia a chi fa di questa musica unica ragione di vita.
Un’altra interessante proposta firmata fratto9 under the sky è Hidden or just gone, terzo disco dei Caboto, band che milita nel circuito post-rock da più di cinque anni durante i quali ha aggiornato il proprio sound modificando ciclicamente il numero dei componenti del gruppo, sette in tutto. Pianoforte, chitarra acustica, classica, elettrica, sintetizzatori, strumenti a fiato, intermezzi vocali e tanto altro per comporre un sound dalle melodie che alternano visioni dilatate e surreali a ritmi sincopati, ricerca, sperimentazione e un approccio talvolta noise che conferisce ai pezzi quella ruvidità che per quanto casuale possa apparire è in realtà ricercata in quanto tassello indispensabile per la costruzione di un suono trascinante.
Last but not least, Kiss the light goodbye dei Deep End, che negli ultimi anni si sono esibiti dal vivo affiancando gruppi di rilievo quali Yuppie Flu, Xiu Xiu, Ultraviolet Makes Me Sick e tanti altri.
Suoni simili a quelli prodotti da una radio fuori onda, distorsioni e una voce “affaticata” troneggiano su arpeggi di chitarra. Il risultato, un sound così cupo che sembra voler ossessionare l’ascoltatore, quasi a volerlo trasportare in una dimensione parallela onirica-psichedelica, in cui le contaminazioni sonore sono il risultato di un progetto molto complesso e ben strutturato, frutto di un’attenta analisi di ogni singola battuta. Un disco consigliato a tutti i quali vogliano tuffarsi ad occhi chiusi fra le profondità di un sound “neurale” che lascia senza respiro.
L’etichetta pavese sembra proprio voler sorprendere con le sue produzioni e finora ci è riuscita alla perfezione. In un panorama musicale che in Italia spesso zoppica e che tende a ripararsi sotto un cielo sempre più oscuro, è arrivata l’ora di spostarsi sotto quello della fratto9.

Stefano Barbieri – Music club
----

Dopo i validi “Nauta” e “Did you get Visuals?”, battezzati a loro tempo dalla statunitense Scenester e da Raving Records, tornano sulla lunga distanza i bolognesi Caboto, accasati questa volta sotto il tetto della Fratto9. Lo fanno con un album che cesella il lavoro compositivo, affinando la materia strumentale di cui sono interpreti ed arricchendola con nuovi strumenti, e la voce fa capolino nelle teorie matematiche del gruppo per la prima volta. Incuriosisce l’esperienza Freeboto: un diario acustico/elettrico che ha documentato, nei mesi passati, l’attività di sala del progetto attraverso estratti selezionati delle jam di prova e che è stato gratuitamente distribuito in rete, permettendo ai nostri di raggiungere un miglior affiatamento e dialogo tra gli strumenti, un’esperienza che ha certamente influito sullo sviluppo di questo terzo album. In “Hidden or Just Gone” passa un citazionismo illustre, che pure mantiene salda la presa sulla personalità del suono e su un’identità solida: dalle reiterazioni care a Reich dell’opener a certo drone rock che addensa la trama sonora di un pezzo come “Always Remember that Sex is deep Poison”, stemperandone le tinte – ma filtrandole in un nero Houstoniano – grazie ai sussurri di un sax in colori smaglianti. E poi la voce e i suoi filtri, che somma altre tonalità ad un affresco sonoro che vive di una stratificazione continua piuttosto che di sottrazione minimalista. C’è l’ombra di Zappa, in più di una traccia, uno Zappa che si tinge di progressive, ed è proprio nell’arricchimento del suono che si trova la chiave di lettura ed il limite dell’album: da un lato, la caratteristica formante del lavoro è proprio quella del suo essere poliedrico e onnivoro, saturo di una nomenclatura molto estesa, d’altro canto l’enfasi costruttiva rischia talvolta di mettere troppa carne al fuoco. I Caboto riescono comunque a mantenere il suono sotto controllo, stringono le redini delle idee e si fermano al limite. Un pregio che determina l’efficacia del disco, disegnandolo come un affresco sonoro ricco di input e influenze, diretto da mani capaci e da una preparazione certamente notevole, che sa mettere a terra una via personale all’avant jazz ed all’art rock. Quasi un modo per dire che al di la delle definizioni è un disco di Caboto, si ascolti “Timor Est” per credere.

Ultrasonica-Recensione inviata da: JackieLow
---

E’ TARGATO FRATTO9/UNDER THE SKY IL TERZO LAVORO DEI BOLOGNESI CABOTO, ENSEMBLE FORMATO DA MARCO BIANCIARDI (CHITARRE, ELETTRONICA, VOCE) E ALESSANDRO GALLERANI (CHITARRA), NAZIM COMUNALE (PIANO ELETTRICO, SYNTH, VOCE), ALESSIO CROTTI (SAX ALTO E SOPRANO, ELETTRONICA, VOCE), MARCELLO PETRUZZI (BASSO, SYNTH, VOCE) E STEFANO PASSINI (BATTERIA, SYNTH).DEFINIRE LA MUSICA DEL GRUPPO EMILIANO NON È SEMPLICE: AD ELEMENTI DERIVATI DA MOLTEPLICI ESPERIENZE POST-ROCK E NEVROTICHE POLIRITMIE IN UN’ AMALGAMA DI STAMPO JAZZISTICO.LA VOGLIA DI OSARE E DI ANDARE OLTRE GLI STEREOTIPI AGGIUNGONO AL FLUSSO SONORO INTROVERSIONI MUSICALI CHE SI AVVICINANO A FAVORIRNE UN ASCOLTO DI TIPO CINEMATOGRAFICO.UN COMPARTO DI SUONI MOLTO RICCO E STRUTTURATO, IBRIDO TRA (POST) ROCK E IL JAZZ MENO CONSUETO E CONSUNTO PASTICHE POLIRITMICO A CONFERMA DI UNA BAND DALLA GRANDISSIMA COESIONE, ORMAI PRONTA A RISCUOTERE I MERITATI CONSENSI

UNO SGUARDO PARTICOLARE MERITA SUL LORO SITO VIA ESCLUSIVA IL PROGETTO PERIODICO FREEBOTO, DIARIO SONORO CHE PROPONE FRAMMENTI DAL PROCESSO DI IMPROVVISAZIONE IN SALA PROVE..

Novamuzique - Gio

© 2008 fratto9 under the sky records