Deep End/Kiss the light goodbye
[fratto9 under the sky rec/Zahr rec 2004]

Terzo lavoro della band e primo vero full length, “Kiss the Light Goodbye” è anche il primo disco a uscire per la neonata Fratto9 Under The Sky, in coproduzione con la Zahr Records. Dopo il mini d’esordio “Tsunami” e lo split coi Giardini di Mirò, i Deep End giungono quindi alla prova del nove, forti di una maturità e di una consapevolezza costruita nei 6 anni di vita con innumerevoli concerti e progetti paralleli.
Un passo avanti dai canoni più classicamente post degli esordi, Kiss the Light Goodbye colpisce per la sua eterogeneità di suoni e di registri pur conservando un’innegabile unità di fondo atmosferica e climatica.
E’ un disco con un impatto tutt’altro che diretto, necessita di vari ascolti per rivelarsi strato dopo strato e ripaga sulla lunga distanza. Non è un disco che scuote emotivamente, ma sa introdurre a paesaggi e suggestioni in chiave psichedelica, similmente all’apprezzato esordio dei Circlesouth.
Sa scuotere invece per l’intensità di alcune aperture: chitarre stratificate, tese e un drumming bello deciso e potente. Così è per l’ottimo incipit ” Nobody can scare the mighty pussolini” , per la bladerunniana “Of androids and electric sheeps” e per la chiusura con “…the fire”. Altrove invece le chitarre sono spezzate, accennate, sfuggenti e suonano arpeggi destrutturati che non si chiariscono, ma soffiano nuvole, le accumulano, le fanno scontrare con un po’ di rumore e poi, invece di far scoppiare un temporale, schiariscono l’orizzonte e le sparpagliano. Ecco, “Kiss the Light Goodbye” vive del dualismo Don Caballero/Storm And Stress: da un lato matematico e diretto, dall’altro impressionista e free.
A punteggiare e amalgamare c’è una buona dose di samples, synth ed effetti vari, che non sempre però convincono, come certe voci campionate e filtrate che risultano un po’ posticce e abusate.
Da segnalare la presenza di vari ospiti: Alessandro Cartolari degli Anatrofobia al sax effettato e Marylin Tognolli che presta la voce in “silence…silenzio”. Paolo Ferrari ha registrato il cd che poi è stato spedito a Washington per la masterizzazione ad opera di T. J. Lipple al Silver Sonya Mastering.
ZAHR RECORDS: www.zahr.net - zahr@email.it
FRATTO9 UNDER THE SKY: www.fratto9.com - info@fratto9.com
DEEP END: www.deepend.info - deepend@deepend.info

Enrico

 




MASHROOMS/Welcome to Spackentown
[Arsonica records 2004]

Dalla trinacria divagazioni in 7 tracce che si spostano in varie sfumature gravitanti attorno all’indie-rock/post-rock/post-punk di matrice americana. Non preoccupatevi, con questa definizione non mi sono trasformato in Battiato, sopporto ancora i cori russi, la musica finto rock e il free jazz punk inglese…semplicemente è difficile dare un quadro preciso del caleidoscopio Mashrooms, visto che ogni pezzo, partito in un certo modo, subisce mutazioni successive per terminare in un altro; come se qualcosa di compresso si liberasse qua e là assumendo forme diverse. Welcome to Spackentown offre momenti di notevole bellezza all’interno dei propri sette brani, spunti, idée, aperture affidate ad un trio classico di basso/chitarra/batteria contaminato da un violino; non da però, a fine ascolto, un senso preciso, pratico, un’identità. L’onda su cui hanno poggiato la loro tavola da surf è senza dubbio quella degli Uzeda, o comunque del post-punk made in Sicily,ma con molta personalità e generosità di idee ancora da approfondire e ricercare con maggiore profondità, inserendo qua e là virate noise e sospensioni melodiche. “Sarebbe stato meglio se il tutto fosse stato più costruito e meno suonato di getto, d’isitinto…” mi viene in mente dopo l’ascolto, e anche “a volte sembra che i pezzi divaghino troppo, certe lungaggini potevano essere potate e il disco ne avrebbe risentito in positivo…”, comuque le idee ci sono tutte, il risultato sarebbe virato da molto buono a ottimo con una struttura del disco diversa, più ricercata e pensata, con rimando, per fare un esempio, all’ottimo lavoro al banco di regia di Twin Infection, tanto per pescare dalla stessa situazione geografica. Mashrooms sono uno degli episodi più creativi usciti dai territori della Sicilia orientale anche se ancora non del tutto focalizzati, restiamo collegati in costante attesa di loro ulteriori notizie. Passo e chiudo.
mashrooms@libero.it
www.mashrooms.it

Al




Slow Motion/Summer of my Youth.
[Disaster by Choice 2004]

Ancora un titolo che rende bene il disco. Come un ritorno alle lunghe estati da luglio a settembre dei propri ricordi di bambino/adolescente, Slow Motion regalano un disco solare e con il gusto per la melodia raffinata dell’elettronica francese. A dispetto del loro nome, che potrebbe far pensare alla staticità di Labradford o di gusti d’ambiente con sintomi di claustrofobia (generi che il gruppo, a suo tempo, aveva intrapreso e cavalcato), troviamo invece sonorità pop ben sposate a ritmiche elettro-pop (e anche dance-pop alla Orb/Orbital…) costruite sul contrasto tra batteria elettronica e basso acustico (uno splendido contrabbasso in alcune tracce). Air sullo sfondo? Non siamo così lontani, ma nemmeno così smaccatamente pop. Slow Motion da quell’effetto, il disco per chi ascolta distrattamente suona piacevole e radiofonico, ma per chi vuole andare più in profondità può dare spazio a non poche scoperte infilandosi negli arrangiamenti e nei layer sonori (a mio giudizio la sintesi del concetto di disco riuscito). La voce c’è in parecchi episodi (morbida e alla Arab Strap, tanto per dare un’idea…), e convive nel corso del cd con motivetti fischiettabili che reggono certe tracce e temi cantabilissimi anche se non cantati, come per la migliore musica da colonna sonora (tra l’altro New Melodies sembra riprendere i temi delle colonne sonore della commedia sexy anni settanta all’italiana). Tracce di post-rock? Poche e trascurabili. Meglio così.
wulfang@infinito.it
sm@violaine.it
www.slowmotion.it

Al




SATANTANGO/Mr. BONE
[WALLACE Rec 2004]

Il cd è già uscito da un paio di mesi, e ai tempi già mi lamentavo perchè post? non aveva ancora sotto mano del buon materiale da recensire, ma ancora una volta la Wallace rec non poteva smentirsi. Questa volta però si allontana dal mondo della sperimentazione e affini, ma si avvicina a quelli del rock-garage, che grazie alla mano magica di Magistrali (per la prima volta compare anche un piccolo logo in copertina "magister mob studio") che porta la qualità sonora sempre ad alti livelli.
Secondo album per questa formazione (il primo "Downhill" era uscito per VINZA rec), che proviene dalla fusione di altre due: i TUPELO e i PLAYGROUND, attivi dall'inizio degli anni '90. Come dicevo prima, ci troviamo davanti a 10 tracce di pura adrenalina rock-garage-blues, incluse due bellissime cover: CLEAR SPOT (Don Van Vliet aka Captain Beefheart) e ROPE SONG (dei grandissimi DEVO) e dove la voce di Anna Poiani richiama alla memoria la brava e vecchia Patti Smith, passando per la più attuale PJ Harvey.
Grazie alle esplosioni e agli intrecci di chitarre, sempre graffianti e incisive, la voce viene portata alla massima espressione, in particolar modo nelle aperture sui ritornelli. Niente alti e bassi, tutto il disco è un solido mattone di roccia "rotolante"...da cercare di vedere dal vivo, potrebbero essere veramente esplosivi!!
www.satantango.it - info@satantango.it

gma







DEEP END
intervista di Onga

@: Questo nuovo album esce a quasi tre anni di distanza dallo split coi Giardini di Mirò, quattro anni dopo il primo ep Tsunami. Dove siete stati tutto questo tempo?
Ics: qui sul pianeta terra…alcuni di noi hanno fatto uscire un po’ di cose con alcuni altri gruppi (Polis, One By One We Are All Becoming Shades, Ultraviolet Makes Me Sick, più un disco postumo dei One Fine Day). Da trio siamo diventati un quartetto (è entrato Enrico al laptop/tastiere/effetti) ed abbiamo cercato con tutte le nostre forze di allontanarci sia dal mini che dallo split, abbiamo suonato dal vivo ed abbiamo cercato di definire meglio alcune delle nostre coordinate. Alcuni di noi oltretutto sono entrati nel mondo del lavoro ed io ho fatto un viaggio a Casablanca, è stato doloroso ma ne è valsa la pena.

@: Al primo ascolto si capisce subito che il vostro modo di affrontare la composizione è diventato molto più complesso e completo. Sembra quasi si prendano le distanze dal passato, tranne ripescare e rinfrescare “C-Floor” dallo split del 2002. E’ stata una scelta cosciente quella di muoversi in territori così complessi o una cosa naturale?
Ics: non è stato un processo naturale e ti dirò anche che non è stato per nulla semplice, alcuni di noi a tratti sono rimasti anche parecchio perplessi da alcuni sviluppi. Abbiamo adottato diversi tipi di approccio al pezzo, oppure altre volte abbiamo “frantumato” il pezzo e l’abbiamo rimontato come un puzzle. “Basi di partenza diverse per pezzi diversi”, questa è stata un po’ la nostra filosofia per “Kiss the light”. Non volevamo suonare post-rock in senso canonico, o almeno come lo suonavamo sul mini, non volevamo rendere la vita semplice a chi si aspettava un disco identico a “Tsunami”, nonostante ciò non volevamo perdere la melodia. Una cosa che credo sia emersa in modo naturale? Il fatto che pensiamo si tratti di un disco che spesso esce fuori dopo alcuni attenti ascolti, probabilmente in termini di mercato ci siamo complicati la vita.

@: Il disco esce per la Zahr di Cagliari e la Fratto9 Under The Sky di Pavia. Come siete entrati in contatto con queste due etichette (la prima responsabile dell'ottimo esordio degli Osram e di aver dato alle stampe i primi vagiti di Franklin Delano) e cosa ne pensi del crescente numero di etichette indipendenti che si sono letteralmente moltiplicate negli ultimi cinque anni?
Ics: il contatto con la Fratto9 Under The Sky è stato semplicissimo, conosco bene Gianmaria per mezzo degli Ultraviolet Make Me Sick e sapevo che aveva intenzione di creare un'etichetta, tramite lui poi sono entrato in contatto con la Zahr (ho avuto il piacere di conoscere Luca solo successivamente), il cd gli è piaciuto e il passo successivo è stato molto naturale, la sinergia è stata semplificata dal fatto che Luca e Gianmaria sono buoni amici. Riguardo alla moltiplicazione delle etichette un po' ovunque, da una parte credo che implichi l'immissione di molta più porcheria sul mercato, ma in parallelo anche di molta roba che normalmente forse non arriverebbe alle stampe, quindi forse globalmente non è un fattore negativo o almeno non del tutto.

@: Gli inserimenti di elettronica, gli intro o le code abbastanza lunghe possono ricordare alcune tue cose del progetto One By One We’re All Becoming Shades, alcune parti invece lambiscono la sensibilità degli UVMMS con i quali hai cantato. Sono contaminazioni reali o sono cose che comunque fanno parte del background del gruppo?
Ics: che ci possano essere delle contiguità fra One By One e Deep End ci può stare, in fin dei conti sia io che Enrico suoniamo in entrambi, anche se comunque trovo che siano cose abbastanza diverse a partire dal fatto che mentre nei One By One la ritmica è praticamente assente, nei Deep End oltre ad essere due in più, la ritmica riveste un ruolo centrale. Poi mentre nei One By One la forma del pezzo è appena abbozzata e quasi completamente estemporanea, nei Deep End più che di strutturazione del pezzo parlerei un po’ di iper-strutturazione (se provi a seguire numeri di giri e di battute probabilmente rimarrai sorpreso da quanto a volte siano geometrici). Le assonanze con gli UVMMS credo non ci siano (magari mi sbaglio), al massimo la mia voce…per quanto sembri assurdo anche il modo in cui suono il basso nei due gruppi fino ad ora è diversissimo.

@: L’album ha un feeling generale molto scuro, segno dei tempi?
Ics: sì, anche di quelli…e la musica a volte aiuta ad esorcizzare. Poi credo che sia anche il risultato delle poche componenti comuni al background di tutti e quattro: bene o male abbiamo ascoltato tutti new wave e dark.

@: Si può notare anche una certa propensione ad una ambientazione (post)industriale, pur diversa nello stile. Alcune sonorità, vedi “Back to Mabuse”, e titoli come “Of Androids And Electric Sheeps” richiamano un universo Dickiano. Casualità oppure è un tema di questo vostro album?
Ics: Se la cosa del “(post)industriale” non te l’hanno suggerita sei un figo, vedrai i pezzi nuovi, lo saranno ancora di più a tratti (pur non risultando necessariamente pesanti o “amelodici”, il gioco è quello). Beh “Back to Mabuse” si riferisce sia al film espressionista tedesco sia ad un gran bel gruppo misconosciuto delle nostre parti (pre Klange, su Minus Habens, fra i primi a fare certa elettronica in Italia). “Of Androids And Electric Sheeps” ovviamente si riferisce a Blade Runner, forse solo uno di noi ha letto il romanzo, ma tutti adoriamo il film ed in quel pezzo il sax di Cartolari a tratti ci ricorda alcune parti di quella colonna sonora (di Vangelis giusto per la cronaca).

@: L’ottava traccia “Silence...Silenzio” presenta sopra una intricata rete di suoni ritmi di batteria un recitato in francese, di cosa si tratta?
Ics: di un pezzo a cui siamo tutti molto legati, è nato rimontando alcune improvvisazioni, credo che fotografi molto il nostro stato attuale e un po’ della direzione che stiamo intraprendendo, anche lì c’è una struttura parecchio quadrata anche se non sembra. Poi Enrico a fine pezzo ha avuto il lampo di genio della voce femminile in francese, io ho subito pensato a Marylin, sia perché adoravo e adoro i Kill The Thrill, sia perché non volevamo un vocina alla Mum (insomma, noi ci siamo fatti parecchie pippe con Kim Gordon e Lydia Lunch se può servire a capire). Il testo è stata una sorpresa, è il riadattamento di un testo teatrale di Aldo Ottobrino, credo che basti leggerlo ogni commento è superfluo.

@: Siete tutti più che ventenni (molto più qualcuno, eheh) e avete una lunga esperienza alle spalle, quali sono le motivazioni che vi spingono a continuare a fare musica a modo vostro in un momento in cui anche chi cavalca il trend fatica a guadagnarsi la pagnotta? Considerate la musica come un (possibile) lavoro?
Ics: no, credo che nessuno di noi ci abbia mai pensato, almeno non da quando suona nei Deep End (visto che veniamo quasi tutti da esperienze precedenti). Credo sia una fortuna, certo è difficile, ma ci consente di decidere quello che volgiamo fare con maggiore libertà nonostante i classici problemi di gente che non suona per vivere. Le motivazioni che spingono ognuno di noi a suonare sono diverse, senza dubbio è un gruppo che fra stabilità ed instabilità ha un suo equilibrio interno ed il fatto che nonostante le differenze caratteriali stiamo insieme aiuta…in fin dei conti come diceva qualcuno: “se stiamo insieme ci sarà un perché!”

@: State per iniziare un tour promozionale del nuovo album, c’è qualche situazione live che preferite in particolare?
Ics: chiaramente un concerto stile Backstreet Boys con la prima fila di ragazzine assatanate che ci lanciano le mutandine, oppure con un pit stile C.B.G.B. 89/90 con una decina di feriti durante i primi due pezzi…spero che nessuno mi spari per aver sciolto qualche gruppo, quello se possibile lo eviterei.

@:Qualche gruppo con cui vorreste suonare assieme?
Ics: beh a parte Anatrofobia, con cui comunque abbiamo già suonato, credo ci potrebbero mettere d’accordo Caboto e Franklin Delano o gli Zu. Quelli stanieri non te li dico perché sono autarchico.

@:Come sarà il vostro live?
Ics: mangeremo pipistrelli, gireremo in mezzo al pubblico con una motosega, ci taglieremo il torace con i cocci di bottiglia e qualcuno di noi si darà fuoco sul palco, le solite cose che fanno tutti i gruppi.

@: Inevitabile chiedere una vostra opinione/panoramica sullo stato di salute (o malattia) della scena indipendente italiana. Non vi sembra che come in tutte le cose, l’aumento delle possibilità abbia drasticamente abbassato la qualità media?
Ics: sì e no, credo che secondo logica (che non uso mai) se prima uscivano 10 dischi di cui 2 buoni, oggi ne usciranno 100 e se anche va male i dischi buoni magari saranno 12 invece che 20, bisogna solo saperli cercare /trovare. Di roba italiana interessante ce n’è parecchia in diversi ambiti dall’indie-rock (Twing Infection), al folk apocalittico (Foresta di Ferro), dall’elettronica sperimentale (guarda la Bowindo) alla musica di ricerca (e qui ci si spreca dalla Wallace in certi ambiti più rock a certe cose di Materiali Sonori o in ambito jazz o classico contemporaneo) all’hard core evoluto (With Love, Nativist, Inferno). Certo le possibilità non sono molte ma credo che in parte ciò dipenda dalla nostra esterofilia, in parte dal mercato in crisi (in un periodo di crisi più generale) ed anche degli addetti ai lavori che spesso preferiscono pompare solo cose che vengono sdoganate dall’estero perché fanno vendere di più (anche comprensibile, triste ma comprensibile). Se sia più colpa degli addetti al settore o dei fruitori non saprei dirtelo, certo la musica non è l’unico campo in cui ciò succede.

@: Ci sono, e chi sono, i vostri colleghi italiani che vi piacciono di più?
Ics: parecchi, anche se credo possa stranire credo che gli Giardini di Mirò siano un ottimo gruppo, dipende dall’ottica da cui li valuti, ovvio. Oltre a quelli che bene o male ho già nominato per conto mio potrei aggiungere gli In My Room, Ovo (anche se più live che su disco), Banda Ionica, Bron y Aur, i Pooh ed i Gemelli Diversi poi molti probabilmente li dimentico.

@: Dell’estero invece che mi dite? A conti fatti un disco come il vostro non sfigurerebbe su un catalogo straniero, altri dischi italiani recenti sono molto buoni in questo senso.
Ics: ci muoveremo e ci stiamo già muovendo in tal senso, certo non è semplice. Nonostante ciò il paradosso di quando non avevamo fatto neanche ancora un disco fu che trovammo con più facilità responsi positivi all’estero che in Italia, anche se poi non se ne fece più nulla.

@:Come mai continuiamo solo ad importare e poco ad esportare?
Ics: in parte credo di averti già risposto, penso che non sia un problema che si limiti solo alla musica anche se senza dubbio lì ha dei risvolti veramente pessimi.

@: L’ultima domanda, un classico quasi marzulliano, datemi una playlist dei vostri ascolti recenti.
Ics: quelli di oggi?..The Smiths “the queen is dead”, Oophoi “static soundscapes”, Pupillo-Ligeti-Gebbia “ The Williamsbourgh sonatas”, John Zorn “flimworks IX”, Dismember “death metal”, Diaframma “Siberia”.