ILLACHIME QUARTET
[nocebo records 2004]

L’eredità di un progressive intelligente? Rock che si espande a macchia d’olio come forse lo pensava Zappa? I King Krimson che rimangono impigliati come retaggio culturale? Jazz rock come se la lezione di “canterboury” proprio non avesse lasciato il vuoto? Frammenti classici seminati a scaglie? Trip da colonna sonora?
Sono rimasto sorpreso dall’ Illachime Quartet: cuore, cervello, forma, un pizzico di fantasia che non guasta mai, delle atmosfere decadenti e quel tanto di sinistro che non guasta. Non raggiungeranno alti picchi di vendita forse, è probabile che non compaiano su altre riviste all’infuori di questa, ma se il modo di essere “retrò” e non passatisti di gente come i Cerberus Shoal o certi Iceburn per voi ha avuto un senso, gli Illachime quartet andranno diritti al bersaglio.

andrea ferraris

Illàchime quartet
intervista di guido siliotto

Attenzione: c’è un disco passato pressoché inosservato che invece è tra i più intriganti usciti quest’anno in Italia. Ne sono autori due musicisti napoletani, Fabrizio Elvetico e Gianluca Paladino, che, sotto la ditta illàchime quartet e coadiuvati da alcuni ospiti (Carlo De Gennaro, Drummond Petrie e Mimmo Fusco), sono stati capaci di mettere insieme rock e musica colta, minimalismo e improvvisazione, ambient e suggestioni cinematiche, realizzando un’opera dotata di un solido equilibrio.

Un po’ di storia: com’è nato questo progetto.
(Gianluca) Io e Fabrizio siamo amici da tempo. Nel 2001 ci siamo trovati a condividere una sala di registrazione e lì abbiamo scritto alcune composizioni, confluite poi nel progetto illàchime quartet (tutto minuscolo e con l’accento sulla a, mi raccomando). E adesso è questa la nostra occupazione musicale principale.

Ma perché “quartet”, se siete in due?
(Fabrizio) In effetti si tratta di un quartetto virtuale, di una "aspirazione" al quartetto. Abbiamo quasi da subito scelto di economizzare le energie e abbiamo scartato l’idea di formare un "gruppo" vero e proprio.

All’ascolto del vostro cd emergono molte anime: innanzi tutto un incontro tra una più vicina al rock e l’altra più “colta”. Ma ci sono anche spunti che vengono dal minimalismo.
(G.) Le nostre composizioni nascono come strutture aperte, che dal vivo prendono forme e stili differenti. Io amo il minimalismo classico di scuola americana, mentre il rockettaro è Fabrizio.
(F.) Sì, anche se poi sono un "parruccone accademico" e ci tengo a sottolinearlo…
E quanto conta l’improvvisazione?
(F.) Ha programmaticamente una parte importante, tanto nel momento compositivo quanto in quello esecutivo. Tieni presente che sono nato e cresciuto con l’improvvisazione, e parlo anche di quella radicale e totale.

Quali sono gli ascolti su cui vi siete formati e le cose che vi piacciono al momento?
(G.) In questo periodo ascolto ossessivamente “Both Sides Now” di Joni Mitchell, un capolavoro. Ho consumato l’ultimo di P.J. Harvey, lei è sempre la numero uno. Poi attendo con ansia il nuovo Depeche Mode...
(F.) Io e Gianlux ci siamo ritrovati, a suo tempo, proprio per via delle abitudini onnivore di entrambi. Ascoltiamo davvero di tutto, dagli Underworld a Bill Evans. Ok, se però dovessi citare le cose che nella mia vita hanno avuto l’influsso maggiore, direi: “Get Up With It” di Miles Davis, “Two Nuns & A Pack Mule” dei Rapeman, le “Structures” di Pierre Boulez, “The Big Express” degli XTC. Tra le cose recenti mi sono piaciuti gli ultimi lavori di Phoenix, Xiu Xiu e The Cure. Beh, alla fine i dischi veramente decisivi sono pochi. Comunque, per me i riferimenti più importanti sono nella new wave, periodo di grande fermento creativo paragonabile nella storia del rock solo alla seconda metà degli anni '60. E’ lì che finalmente il rock si è liberato dalle sudditanze nei confronti dei generi ed è diventato “adulto" e consapevole delle proprie potenzialità.

Il disco non è uscito per nessuna etichetta. Una scelta ben precisa o è semplicemente andata così?
(F.) Avevamo dei contatti, il più promettente sembrava quello con l’americana Altered State Records, poi loro hanno perso tempo e abbiamo preferito chiudere la cosa in questo modo, anche perchè i pezzi del disco erano in incubazione da più di due anni.

Avete anche altri interessi in campo artistico?
(G.) Il cinema, ma anche la letteratura, sono passioni forti che cerchiamo di far confluire nelle nostre composizioni. Però se ti riferisci a livello produttivo, allora no, siamo entrambi pressoché esclusivamente musicisti.
La vostra musica è ideale per la sonorizzazione di immagini. È una cosa di cui vi occupate, mi pare. Ditemi qualcosa di più.
(G.) Abbiamo lavorato in passato, ciascuno per proprio conto, su sonorizzazioni di immagini, mostre e installazioni d'arte e adesso ci sono in giro due video d'arte e un cortometraggio con le nostre musiche. E’ un campo molto stimolante, anche se spesso mettere insieme musica e arti visive, più che una sperimentazione finisce per essere nient’altro che fumo negli occhi. Ad ogni modo preferiamo scrivere musica per le immagini piuttosto che utilizzare immagini durante i concerti, dove è meglio far prevalere l'aspetto minimale del quartetto senza orpelli e scenografie.

A proposito del vostro live: che tipo di rapporto cercate con lo spettatore?
(G.) Durante i concerti cerchiamo di stabilire con esso un rapporto profondo e se funziona è come un'onda che ci ritorna amplificata. Suoniamo molto vicini tra di noi e quanto più in prossimità del pubblico. L’aspirazione è proprio quella di abolire ogni filtro.
Il dramma italiano lo conosciamo tutti, ma che aria tira a Napoli in fatto di spazi, iniziative, ecc.
(F.) Io mi entusiasmo davvero quando scopro dalle mie parti qualcosa di buono. E parlo ad esempio di Retina.it e dei Mu Project di Avellino, che sono anche persone stimolanti. La rassegna “Retronuevo”, l’anno scorso, ha dimostrato che di gente interessata positivamente alla buona musica a Napoli non manca di certo.
(G.) Beh, in linea di massima l’aria che tira a Napoli è quella che c’è ovunque in Italia: poca originalità e quando una moda prende piede allora diventa un "diktat". Se poi parliamo delle opportunità di produrre e proporre la nostra musica, qui forse siamo messi peggio che altrove. Però tieni conto che io vivo a Roma e Fabrizio per lo più vive e lavora in Sicilia, quindi la realtà napoletana ci riguarda solo fino a un certo punto.

www.illachime.net









OVo/Cicatrici
[Bar La Muerte-Ebria Records, 2004 CD 9 tracce]

Il nuovo disco della coppia Dorella/Pedretti si apre in maniera dolce e sinistra con “Candida”, un (im)possibile carillon di arpeggi riverberati e sfioramenti di chitarra che fa da intro alla prima spaventosa traccia “La Peste” dove al drumming forsennato di Bruno Dorella (Ronin, nonchè boss di Bar La Muerte) la chitarra quasi grind e il vomitare di suoni di Stefania Pedretti (Allun) preannunciano l’incubo che sarà il resto del disco. La successiva “Ombra Nell’Ombra” è un presagio, il lamento di Stefania sugli echi di basso percosso crea un’atmosfera post-industrial che degrada nel delirio ritmico/sonico per poi inabissarsi di nuovo in un angolo di una fabbrica abbandonata. Dopo l’interludio di cigolii e cose varie che gracchiano di “Efesto” è il momento della danza tribale di “La Saponatrice di Ferrara” che viene spezzata, dopo un avvio decisamente ritmico (come un tentativo di fuga a tutta velocità) immerso in chitarre acide e filastrocche marziane, da momenti di delirio vocale e chitarristico per poi riprendere di nuovo lo slancio e raggomitolarsi di nuovo nel finale. La successiva “Spezzata” si apre con una improvvisazione di stop e ripartenze e frammentazioni per voce e chitarra che poi si aprono in una cantilena sostenuta da una ritmica quasi leggera, a dispetto del resto del disco, che poi soffre di una improvvisa accelerazione nel finale che riporta il tutto nella dimensione rabbiosa/paurosa del disco. “L’anno Del Cane” sembra una di quelle ritmiche tribal-techno fatte in casa sulla quale Stefania mugola una di quelle lamentose preghiere arabe. Ci si rituffa di nuovo nel delirio sonico con “Philophenomena” con i vocelizzi di Stefania che sembra tentino di esorcizzare il chaos provocato dallo smanettamento sugli effetti di Bruno; la lotta del male contro il “malissimo” potrebbe essere raffigurata così, il bene non esiste più nell’immaginario creato da questo pezzo. Cala il tramonto su questo disco e l’ultimo pezzo è affidato ad un arpeggio di chitarra da un minuto a dare un tocco di malinconia “umana” dopo tanta deumanizzazione sonora sentita durante il disco.
Un disco meno esplicitamente violento ma ugualmente straniante di come me l’aspettavo, e comunque decisamente ostico da affrontare. Il consiglio migliore è di godere almeno una volta della loro performance live prima di affrontarne l’ascolto. L’immagine viva della follia on-stage può sicuramente aiutare l’ascolto.
http://www.barlamuerte.com/

Onga


 


OVO/KK NULL (split - 3"mcd)
[2004 Bar La Muerte]

 

Ecco qui un oggetto niente male per voi/noi feticisti dei minicd da tre pollici, KK Null contro i nostrani Ovo. Gli Ovo suppongo che li conosciate già come il gruppo "strano" di Bruno Dorella (patron di Bar La Muerte oltre che colonna portante dei Ronin), se invece KK Null sembra un nome conosciuto è perché questo signore giapponese suonava nei terrificanti Zenigeva che oltre ad aver toccato la terra di Mameli in più di un'occasione, ottennero una discreta fama entrando a far parte della scuderia Alternative Tentacles e partorendo un disco insieme a Steve Albini. La traccia di Null non è molto diversa da alcune delle cose più abbordabili del suo repertorio solista (più come KK Nulla che come Aura), diciamo che potrebbe essere un "trip" di elettronica ossessiva, serie numeriche che diventano incubo, una visione onirica dell’era digitale, diciamo che Carpenter avrebbe del materiale per uno dei suoi prossimi film (e non è un nome a caso visto che a tratti l'atmosfera è quella di alcune sue colonne sonore). Sull’altro lato, seppur ideale, di questo split gli Ovo si adeguano presentandosi in veste remixata, perciò i fan del delirio "japanoise-no wave" del duo sono avvertiti. Come possono suonare gli Ovo elettronizzati da Miniwagonwheel? Direi un cocktail di post-industrial-extravaganza, "claws" non dispiacerebbe al Mick Harris più vivace o a chi ricorda con piacere il periodo d’oro in cui la Earache produceva bei dischi ed in cui i suoi gruppi si divertivano a far lavorare o a remixarsi i pezzi. Anche "trails" non si discosta troppo dall'episodio precedente, quello che aumenta è l’ "esotismo ovesco", il gusto sghembo di sol levante, ma l’atmosfera comunque resta quella. Dieci minuti scarsi di ascolto, solita grafica da "infanzia deviata" stile Pedretti, costo ridicolo, bell'oggetto.

Ics


 


JOE LEAMAN/TRULY GOT FISHIN'
[Black Candy rec-2004]

Correva l'anno 2002, sempre in dicembre, quando avevamo parlato di loro, attraverso una breve intervista (vedi post? n.4 -pag2-), ed ora rieccoli grazie anche alla label fiorentina Black Candy che firma la produzione di quest'ultimo disco.
Come spesso accade dopo molti anni di carriera, anche per loro c'è stato un cambio nella line-up con l'abbandono di Laura Shedoni e Mark Flower, lasciando tutto in mano a Giancarlo Frigieri che insieme ai subentrati Luca Verzelloni e Paolo Campioni nel maggio 2003, registrano "truly got fishin'".
Purtroppo non siamo ai livelli delle passate incisioni, ma si difendono comunque ancora bene, infatti la grinta non viene a mancare e dimostrano ancora di sapere suonare egregiamente. L'approccio musicale è quello tipico del rock americano anni '80-'90, richiamando alla memoria i REM più elettrici, gli Husker Du e i Pixies. Invitano anche a suonare con loro la parte vocale dei Julie's Aircut, Fiamma e Dj Lara che arricchiscono 3 dei 15 brani di puro indie-rock che formano "truly got fishin'"; a volte purtroppo un po' troppo prolisso (i 20minuti dell'ultimo brano sembrano non finire mai) e scontato nelle costruzioni dei brani, ma come si suol dire..."it's only rock 'n roll and i like it".

gianmaria