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di Gianmaria Aprile

 

 

Molti di voi si chiederanno cosa siaOGUN, ma in fondo spero che molti altri converranno con me che si tratta di una interessantissima e altrettanto piccola etichetta indipendente, questa volta non nostrana, ma che ha preso vita nella piovosa inghilterra cirac trentanni fa…

Tutto è nato, da quando ho trovato diversi dischi di jazz molto interessanti, accomunati dal fatto di essere stampati sotto lo stesso logo e nome. Ho provato a recuperare un po' di notizie e informazioni a riguardo nella grande rete, ma se ne parla ben poco. Grazie a Riccardo Bergerone, che scopro essere stato molto vicino ai musicisti della OGUN e una persona molto disponibile e preparata, ho recuperato un po' di informazioni a riguardo…
Non posso quindi far altro, che iniziare ringraziando moltissimo quest'ultimo e G. Saulo che mi ha aiutato ad avere il contatto.
A questo punto cercherò di tracciare la storia di questa etichetta di “nicchia”, visto che si parla sempre di tirature sui mille/duemila copie per uscita, e che nel suo piccolo, ha stampato grandi capolavori e che anche scritto un capitolo nella storia del jazz inglese e non solo.

Siamo intorno alla fine degli anni ‘60, quando in Inghilterra le major, come CBS-SONY incominciano a scemare d'interesse nei confronti del jazz locale così da portarlo velocemente al decadimento.
Di risposta, iniziano nascere le prime etichette indipendenti, come la sopracitata OGUN, che nel 1974 prende vita grazie a Harry Miller (contrabbassista sudafricano bianco) e a sua moglie, che diventerà la manager di quest'ultima. Riccardo Bergerone, proprio in quegli anni conosce la OGUN e incomincia ad organizzare dei concerti in Italia, cercando di importare il sound inglese.

Non passano molti anni che Miller si trasferisce in Olanda chiudendo i battenti della OGUN, vista la crisi del mercato (niente di nuovo, direi… n.d.r.), continuando ad esibirsi in giro nei locali e festival.
Nell'83 il furgone che trasportava il gruppo durante uno spostamento per un concerto fa un incidente e Miller muore tragicamente…
La moglie Hazel, dalla fine degli anni '80 porta ancora avanti il nome pubblicando nuovi dischi, e alla veneranda età di 65 anni si dimostra ancora molto impegnata, ristampando parte degli LP in CD e lavorando anche per una distribuzione: la “CADILLAC” (www.cadillacjazz.co.uk)

A riguardo di questa fetta del mondo del jazz, mi viene suggerito di procurarmi e leggermi “jazz e africa” di Luigi Onori, edito da Stampa Alternativa. Se qualcuno di voi l'ha già fatto e vuole parlarne su queste pagine, sarà ben accolto…   redazione@post-itrock.com

Come dicevo prima, sono diversi i dischi della OGUN che ho in casa, alcuni dei quali di difficile approccio e altri più “abbordabili”.

Non sono un critico e non mi reputo tale, non sono un grande intenditore di jazz, ma di dischi ne ho ascoltati tanti (e continuerò a farlo), e vi assicuro che c'è qualcosa di magico tra le note incise nei solchi di questo disco, qualcosa che vi   porterà altrove, che vi terrà incollati alla vostra postazione d'ascolto, e che a tratti vi toglierà il fiato...quando poi finirà il disco, vi ci vorrà qualche minuto per riprendervi.

KEITH TIPPET'S ARK
Frames-Music for an imaginary Film (2LP)
[Ogun 003/004-1978]

Sovente abbiamo parlato del connubio tra suoni e immagini, di quanto alcune musiche ci conducano con la mente verso paesaggi infiniti o a situazioni concrete, sappiate quindi che questa è la colonna sonora del film più bello che abbiate mai visto e che non vi annoierete mai di rivedere.

Dopo diversi anni e il grande successo con l'ensemble “Centipede” e con la pubblicazione di “Septober Energy” (che spero di recuperare e di parlarne a breve su queste pagine n.d.r.), Tippet ritorna sulla scena con una nuova formazione, gli Ark; 22 elementi, diretti magistralmente, che daranno vita a questo splendido e immaginario film d'autore.

Un disco da avere, ve ne innamorerete solo dopo aver sentito le prime note del primo disco, dove le brevi note sghembe di sax, il contrabbasso di Miller e un suono di fondo dato dai bicchieri di vino (così indicano le note di copertina) introducono i titoli di testa. Diverse parti di libera improvvisazione costruite su un tappeto sonoro riccamente arrangiato; l'amalgama dei suoni e lo sviluppo di melodie a partire da guizzi di sax e piano vi porterà senza accorgervene a nuove immagini.
Un secondo lato più caotico e articolato, costruito su percussioni, batteria, violino, sax soprano, violoncello e basso che si interromperà bruscamente per lasciarvi a suoni più minimali, intimi, che si svilupperanno costruendo momenti caratterizzati da atmosfere angoscianti fino a quando un basso tuba riprenderà il tema principale sentito sul lato precendete.

E se questo non vi bastasse, due delle voci più belle del jazz d'avanguardia (Maggie Nicols e Julie Tippetts-che firma anche le liriche del disco) , aprono la terza facciata del doppio vinile, ricostruendo il tema principale del disco, su una sottile struttura melodica, aprendovi completamente il cuore con la potenza e la grande tecnica vocale.

Il quarto e ultimo lato ripesca gli arrangiamenti delle voci del classico jazz d'avanguardia degli anni '70, che dettano ritmica su un tappeto sonoro sconnesso e delirante...e poi andatevelo a cercare e a comperare a scatola chiusa, perchè non vorrei sminuire questo grande capolavoro.

 

 







KEITH TIPPET (www.scaruffi.com)
(Translation by/ Tradotto da Paolo Latini)

  Quando nacque il jazz-rock alla fine degli anni '60, molti   gruppi inglesi lo adottarono subito. Keith Tippett rimarrà una delle   figure più influenti di quegli anni. Membro dei Blue Notes di Chris   MacGregor (dove incontrò il batterista Louis Moholo, il cornettista   Mongezi Feza e il sassofonista Dudu Pukwana), Tippett fondò il suo   combo nel 1967. In quei giorni Miles Davis stava rivoluzionando la musica jazz, e Tippett assemblò un gruppo di veri talenti: Elton Dean (sassofono),   Mark Charig (tromba), Nick Evans (trombone), Roy Babbington (basso), John   Marshall (batteria), etc. I loro album You Are Here I Am There (Vertigo,   1970) e soprattutto Dedicated To You But You Weren't Listening (Vertigo, 1971) uscirono nello stesso periodo in cui i Nucleus   e i Soft Machine stavano abbracciando il   jazz-rock. Le tre "famiglie" di musicisti cominciarono a intrattenere   rapporti incestuosi che si protenderanno per molti anni. Tippett suonerà   anche il pianoforte nel secondo, terzo e quarto album dei King Crimson. Quando   Dean e altri si unirono ai Soft Machine, Tippett forma i Centipede, un'orchestra   di 50 elementi con musicisti provenienti da esperienze jazz, rock e classiche   (John Marshall, Robert Wyatt, Roy Babbington, Brian Godding, Nick Evans, Paul Rutherford, Karl Jenkins, Brian Smith, Gary Windo, Alan Skidmore, Elton Dean,   Dudu Pukwana, Marc Charig, Mongesi Feza, Ian Carr, Maggie Nichols, Julie Tippett,   Mike Patto, Zoot Money, etc). Quell'orchestra registrò un monolito,   Septober Energy (RCA, 1971), prodotto dal chitarrista dei King Crimson   Robert Fripp. I Centipede però durarono poco e si sciosero nel 1975.

  Il successivo progetto di Tippett, gli Ovary Lodge, proponeva una musica   jazz più ortodossa e realizzò tre album: Blueprint (RCA,   1972), Ovary Lodge (RCA, 1973), forse il migliore dei tre, e Ovary   Lodge (Ogun, 1975). La cantante del gruppo era sua moglie Julie Driscoll.

  Gli Ark furono un tentativo di ripetere la magia dei Centipede: un'orchestra   di 22 elementi registrò Frames (Ogun, 1978).

  Tippett passò gli anni '80 a realizzare musica non focalizzata e   che mostrava un mood un rilassato, quasi new-age.: The Unlonely Raindancer   (Universe, 1979), No Gossip (FMP, 1980), due collaborazioni col pianista Howard Riley, First Encounter (Impetus, 1981) and On Focus (Affinity,   1984), Tern (FMP, 1982), A Loose Kite In A Gentle Wind Floating   With Only My Will For An Anchor (Ogun, 1984), forse il migliore del decennio,   The Supergrass (Island, 1985), Solo Improvisation/Duet Improvisation (Vand'Oeuvre, 1985), Mr Invisible (FMP, 1986), Couple In Spirit   (EG, 1987), 66 Shades Of Lipstick (EG, 1990), Twilight Etchings   (FMP, 1993), Couple In Spirit II (ASC, 1996). Sfortunatamente, la maggior parte dei dischi di Tippett sono disponibili.

  Il miglior lavoro di Tippett è probabilmente quelli basati su una   serie di brani solisti intitolati Mujician (FMP, 1981), Mujician   II (FMP, 1986) e Mujician III (FMP, 1987). Altri brani solisti   saranno raccolti su The Dartington Concert (EG, 1990), Une Croix Dans L'Ocean (Victo, 1994), and Friday The Thirteenth (Sakura Notes,   1997).

  La sua tecnica di "composizione spontanea" è stata provata per lo   più con l'ensemble Mujician, che include Paul Dunmall (ancia), Paul   Rogers (basso) e Tony Levin, e ha registrato The Journey (Cuneiform,   1990), un'improvvisazione di un'ora, Poem About The Hero (Cuneiform,   1994), Birdman (Cuneiform, 1995), Colours Fulfilled (Cuneiform,   1997), forse il migliore, e Spacetime (Cuneiform, 2001), l'ultimo organico   e più sperimentale (molti pezzi brevi piuttosto delle consuete jam   estese).

  La Dedication Orchestra (Tippett, Evan Parker, Louis Moholo, Paul Rutherford,   Elton Dean, Lol Coxhill and others) ha pubblicato l'eccellente Spirits   Rejoice (Ogun, 1992) e Ixesha (Ogun, 1992).

  Keith Tippett ha anche formato un'altra big band, i Tapestry, che si esibisce spesso nei jazz festivals.