GIANNI GEBBIA, LUKAS LIGETI e MASSIMO PUPILLO/The Williamsburg Sonatas
[wallace 55, 8 tracce e 41'17"]

La Wallace con quest'uscita si avvicina sempre di più a sonorità apprezzabili anche dagli ascoltatori di jazz, sempre che siano di larghe vedute e ascolti, ma che strizza ancora l'orecchio a quelle che sono le attitudini delle uscite di Mirko Spino; e non mi stupisce che ci sia arrivato proprio lui, dopo 4anni dalla registrazione a pubblicare questo bel disco (ogni tanto mi chiedo se qualcuno si ricorderà della Wallace a distanza di anni.. n.d.r)
Mi trovo quasi in imbarazzo a dover presentare lavori come questi, costruiti su tecnica, esperienza, cultura musicale e soprattutto suonato da tre musicisti con un background assolutamente invidiabile e di tutto rispetto…in pratica i musicisti che tutti vorrebbero essere:
GIANNI GEBBIA (sax), che si trasferisce a New York riuscendo a farsi un nome all'interno del circuito jazz e attualmente in quello avanguardistico e sperimentale, collaborando con Jim o'rourke, Fred Frith, Ellioth Sharp e molti altri personaggi di tutto rispetto. E se non vi basta, passiamo a LUKAS LIGETI (batteria), figlio d'arte che nel 2004 approda alla corte della Tzadik (etichetta di J.Zorn) per pubblicare le sue composizioni e anche per lui valgono tantissime collaborazioni con importanti muscisti jazz e non. E infine MASSIMO PUPILLO (basso), conosciuto da più, proprio come bassista degli Zu, Dogon, Damo Suzuki Network e adesso anche con i The Ex. Per chi non lo sapesse anche lui ha collaborazioni di tutto rispetto con Peter Britzmann, Ken Vandermark, Dalek, Eugene Chadbourne e tanti altri. Questi sono solo riferimenti indicativi, per maggiori dettagli potete farvi un giro sul sito wallace: www.wallacerecords.com

Non solo improvvisazione, ma costruzione e destrutturazione e tanta melodia, a volte nascosta tra le fitte trame ritmiche; grande gusto musicale, grande capacità di autocontrollo, senza mai cadere in inutili virtuosismi o eccessi di fragore, mantenendo vivo però uno spirito punk/garage. E' proprio questo forse il punto di forza del disco, perché non ci aspetta l'ennesimo lavoro di rock che suona jazz, ma c'è una tale freschezza e spontaneità nell'approccio stilistico che non rende ripetitive le canzoni.
Per me è gran bel disco di jazz (lo possono anche ascoltare gli amanti degli SLINT!!! n.d.r), che si materializzerà nelle vostre orecchie in 43minuti per poi finire e lasciarvi a bocca aperta…
Ho inserito anche la tracklist, perché curiosa, visto che ogni brano ha una sua dedica personale…
Buon ascolto

www.giannigebbia.com - www.wallacerecords.com

tracklist
01. Anarchytecture (to Gordon Matta Clark)
02. Pay For Soup. Build A Fort. Set That On Fire (to J.M. Basquiat)
03. Some Disordered Interior Geometries (to Francesca Woodman)
04. Hollenberg Pony Express (to Dan Rockhill)
05. Golf? No Sir! Prefer Prison Flog (to John Zorn)
06. The Vertical Journey (to Diane Arbus)
07. Logic Of The Birds (to Shirin Neshat)
08. Hollywood, Palermo (to Maurizio Cattelan)

 


 



CALOMITO/inaudito
[M
egapblomb-wide 2005]

Credo di aver visto i Calomito qualche tempo fa a Genova (loro città natale), dalle parti del Fitzcarraldo. Viola, violino, basso, contrabbasso, batteria, chitarra, rhodes, organo, sintetizzatore, percussioni, sassofono e tromba, organizzati come fossero una piccola orchestrina. "Jazz-fusion-balcan-porg-ludic-folklorist-soundtrack-etc.-danzereccia" con le parole jazz/fusion scritte più grosse delle altre. "Fusion" come "trait d'union" come a dire che fra i possibili sviluppi ce ne sono anche di ampio respiro e di gran gusto (come per fortuna dimostravano Pastorius e soci). Da Bregovich a Morricone, dai Weather Report ad Hancock (quello migliore che spesso non è neppure quello dei dischi solisti) a tratti persino una Mavishnu Orchestra con gusto (…perché la Mavishnu l'ha mai avuto?!). Credenziali "a-la-Weather Report" di Nautilus, filmati di una vacanza al Cairo in Am ha ‘retz, foto sfocate e avvinazzate anni Settanta in Ebetus, tarante balcanizzate di Rutz, ma non solo. Grande fruibilità e una registrazione cristallina che mette tutto al posto giusto. Se cercate avanguardia o sperimentazione forse non si tratta del vostro prossimo acquisto, ma se tradizione per voi non significa solo polvere o se non vi preoccupate di essere i più "a la page" del forum di "ciccio formaggio webzine", potreste rimanerne piacevolmente colpiti. Un disco che potrei fare sentire anche a mio padre. www.calomito.com - www.megaplomb.it

andrea ferraris




M-16
di Guido Siliotto

Dietro la sigla M-16 si cela Alessandro Bocci, anima elettronica dei Sinistri (ex-Starfuckers). “Archive Session vol. 1” è il suo primo dodici pollici, pubblicato dall'etichetta catanese Persistencebit. Solo tre canzoni che si collocano in ambito electro, anche se affiorano in esse tutte le passioni del nostro, dalla dance alla black music, dal funk fino alla musica per colonne sonore. E poi vi confluiscono tutte le ricerche affrontate in seno alla band madre nel campo delle dinamiche sonore.

Un esordio che esce quasi contemporaneamente a “Free Pulse”, nuovo lavoro per i Sinistri. Un disco ottimo, che continua nel percorso tracciato fin qui e sviluppato in maniera radicale col precedente “Infinitive Sessions”. Il cambio di nome, evidentemente, non ha nociuto affatto al combo toscano. Al trio formato da Manuel Giannini (chitarra e voce), Alessandro Bocci (elettronica) e Roberto Bertacchini (batteria) si è unito Dino Bramanti al processing e sampling. Ma la sostanza è rimasta la stessa: blues e rock'n'roll ridotti all'osso, alle componenti essenziali. E ciò che più conta è che neppure stavolta ci si guarda indietro, dimostrando al contrario un'invidiabile vitalità.

Inevitabile, allora, un'intervista ad Alessandro...

La storia di questo progetto solista.
M-16 nasce intorno al 1992. Inizialmente era composto da me e Manuel Giannini. La prima uscita fu a Bologna, in occasione di una delle ultime edizioni della festa in via del Pratello. Fu davvero divertente: suonammo in una casa occupata, la musica   usciva da una finestra e la gente ci guardava dalla strada, eravamo veramente pazzi. Poi ci furono altre situazioni, come   il primo rave bolognese. Allora si aggregò anche Roberto Bertacchini. E poi performance estreme come quella fatta a Modena con Francesco Cervi. In quel club – boh, non mi ricordo il nome - usammo una tinozza piena di merda di vacca e la rovesciammo sul palco. Sostanzialmente, all'epoca M-16 era un progetto sviluppato attorno a destabilizzanti set industrial-techno, con un'ossatura di improvvisazione   terroristico sonora.   Successivamente ho proseguito come dj suonando techno hardcore in vari posti. In tutti questi anni, parallelamente all'attività degli Starfuckers, ho registrato   materiale elettronico di ogni genere, che si è poi concretizzato con la pubblicazione di questo 12". Si tratta di materiale composto un po' di tempo fa, ma è stato completamente riprocessato. Solo “To John”, che risale al 2002, è in versione originale: non è stato modificato, ma solo remixato.  

Come mai, “all'improvviso”, questo disco?

Fondamentalmente perchè la massese ha vinto il campionato!!!!! Scherzo, ma è stata una cosa del tutto casuale. Avevo visto una pagina pubblicitaria della Persistencebit   su Blow up. Il proprietario dell' etichetta è Alessandro Vaccaro, un mio vecchio cliente del negozio di dischi. Ci siamo sentiti, il disco gli è piaciuto e tutto qui.

Ti sarai mica stancato di suonare “asincrono”??

No, assolutamente. Produrre musica techno elettronica è sicuramente diverso: usi altre tecniche, ti avvicini al brano con differenti soluzioni. Ad ogni modo con Starfuckers/Sinistri non abbiamo sviluppato solo la asincronicità ritmica. Una componente essenziale consiste nella ricerca sul suono e sul trattamento del suono. Ambienza, spazializzazione, dinamiche sonore sono parti intrinseche alle composizioni. Il suono appunto, quello che traspare da “Archive Sessions vol. 1”, è   figlio di questo percorso. La ritmica è invece un mix di tecniche relativamente techno elettroniche. Quando ho composto il 12" non mi sono posto dei limiti, nel senso che non ho costruito i brani pensando “ora faccio una ritmica techno, ora minimal e così via”. Non me ne frega un cazzo,   il mio approccio rimane fortemente legato all'improvvisazione . Troppe persone nell'ambito techno non scrivono una battuta sul sequencer senza dire: "hai sentito il suono di ....? Ok,   registriamolo uguale..." oppure ancora peggio: “il basso così non va bene, ora per quel genere tutti usano il campione X del virtual instrument Y". Cazzate su cazzate! Così quasi tutti i dischi suonano uguale e quasi tutti parlano sempre delle solite cose. Mah!

Solo tre brani, ma con ispirazioni molto diverse.

L' ispirazione è propria degli artisti: ti ringrazio, ma non sono un artista. L' arte al giorno d'oggi porta con sé troppe contraddizioni e si trascina in   ambienti che non mi appartengono. Ad ogni modo, le prime due tracce sono vicine a un certo tipo di elettronica: “Electro Cube” ha sonorità   più   electro mentre “To John” è un tentativo di soundtrack technoelettronica e infatti è dedicata a John Carpenter, di cui sono un grande fan.

Io ci ho sentito echi di Clock DVA…
Beh, i Clock Dva sono stati un gruppo importante e per me è normale che affiorino delle affinità, ne sono lusingato. “Draw bass blues” è invece una traccia diretta, asciutta, che serve a farti muovere. Ci sono interventi di synth legati a certe sonorità black, Herbie Hancock su tutti. Sono un grande appassionato di Hancock e soprattutto del periodo elettronico. Dischi come “Sextant”, “Head Hunters”, “Thrust” degli anni settanta e, per altri aspetti, quelli pubblicati negli ottanta come “Future Shock” e “Perfect Machine”. Il suo funk elettronico è davvero   insuperabile.

Questo è il Vol. I: ne hai altri in programma?
Sto lavorando su alcuni brani, vediamo come vanno le cose.

Una domanda anche sul nuovo disco dei Sinistri: come lo definiresti, all'interno del percorso della band?
E' un disco fondamentale nel nostro percorso musicale. “Free pulse” è stato sviluppato con   tecniche precedentemente acquisite e rielaborate di volta in volta nei nostri concerti . Questi aspetti sono stati sviluppati seguendo diverse soluzioni di carattere ritmico e timbrico. In un certo senso era nostra prerogativa dare un senso "live" al disco. Una caratteristica aggiuntiva è stata sicuramente quella del missaggio: “Free pulse” è forse il primo disco in cui l'aspetto del missaggio in studio ha ulteriormente caratterizzato il risultato finale. Negli album precedenti, la fase del missaggio consisteva sostanzialmente nel balance degli strumenti e poco altro, era una cosa più scarna.

Soddisfatti del risultato, allora?
Sì, e spero che lo siano tutti i supporters della massese.

www.sinistri.org - www.persistencebit.com

foto di Sandra Murer