Per capire di più The Plural Of The Choir scambiamo due chiacchere con Jonathan ed Emilio, voce e alcune chitarre dei settelfish. servizio a cura di Onga

Tornano i bolognesi Settlefish, e lo fanno con un'azione importante ed inedita. Dopo essere stati a lungo coccolati da una istituzione statunitense come la Deep Elm che gli ha pubblicato un album e numerosi contributi su compilations infatti, il loro nuovo disco esce in Italia per la bolognesissima Unhip Records di Giovanni Gandolfi che ne garantisce la distribuzione in Italia, Europa (escluso UK) e molti altri angoli del mondo (Taiwan!!) dove la tentacolare Unhip è presente. A cura della strabiliante etichetta bolognese ci sarà anceh un'edizione limitata a 500 copie in vinile trasparente, roba da collezione! Negli Stati Uniti e in UK l'album sarà invece ancora una volta licenziato dalla Deep Elm, ormai affezionata ai nostri. Il nuovo album rappresenta un ulteriore passo in avanti rispetto a quel Dance a While Upset che ricevette consensi unanimi nel mondo dell'indie. La bollatura di "emo" risulta ormai sempre più lontana e si può dire che i Settlefish rappresentino un ottimo prototipo di indie rock moderno. Lo stile dei Settlefish non è mutato ma è diventato molto maturo e la convinzione con la quale suona questo album ne è il segnale. Non solo gli strumenti canonici che stilema indie richiederebbe, ma anche acustiche, qualche elettronicheria e un Farfisa. L'intro del disco è quieto, ma dietro l'angolo attende la scarica elettrica e sono poche note di chitarra ad annunciarlo. Parte così Kissing is Chaos, primo pezzo dell'album con tutta la sua carica nevrotica ora trattenuta, ora rilasciata. La voce di Jonathan Clancy è ora più sicura rispetto al passato e si modella in un percorso indipendente dalle musiche creando un effetto originale e piacevole. E' un disco guerriero questo, dove i cambiamenti di ritmo e prospettiva la fanno da padrone e dove l'energia viene sputata fuori senza remore (Oh Well, It Was Bliss!, Blinded By Noise) ma che mantiene comunque una sua compattezza molto raffinata grazie a dei suoni taglienti ma eleganti. Molto avvincente il lato percussivo/ritmico del disco, che risulta davvero originale in alcuni piccoli tribalismi nelle code (Two Cities, Two Growths) e nei pezzi dove la batteria raddoppia. I pezzi sono generalmente brevi e creano un'amalgama dove appena vi si incolla un motivo intesta, i Settlefish stanno già cambiando le carte in tavola, constringendovi inconsciamente a riascoltare il disco, più e più volte. A rimescolare il tutto infatti arriva, dopo quattordici episodi concisi e rabbiosi, il quindicesimo pezzo (We Please The Night, Drama) scandito da rintocchi di pianoforte e con minutaggio sopra i sei minuti che esplde in un finale quasi shoegaze.

Dietro il banco di regia il signor Brian Deck (Red Red Meat, Califone, Modest Mouse.. basta? no, anche Iron&Wine per esempio..) che fa un eccellente lavoro aggiungendo qua e là qualcuno dei sui popups, senza mai essere invasivo. Pochi e "bolognesi" gli ospiti (Ferruccio e Carlo dei Cut, Jukka dei GDM) che impreziosiscono con piccoli tocchi qualche pezzo del disco.

Anche l'artwork è un riferimento casalingo; per quanto elaborato da Tae Won Yu, che già s'era adoperato per Beck, Jon Spencer, Built To Spill, sono ancora personaggi del "giro" ad apparire nelle foto. Non so quanto intenzionale possa essere ma la serie di riferimenti bolognesi (e con bolognesi non intendo necessariamente "di Bologna") mi sembra massiccia e importante. Soprattutto in un disco che spazia moltissimo in un immaginario che poco si può confinare ad una regione, ad uno stato.


 

@: Jonathan, ci fai un riassunto delle puntate precedenti? Presentaci i Settlefish, con la loro storia, come li vedi tu.
J: I Settlefish sono Bruno, Emilio, Jonathan, Philippe e Paul. Direi soprattutto cinque amici, che suonano assieme da parecchi anni, un primo nucleo della band risale al '98-99, alcuni di noi avevano 16-17 anni...diciamo che le cose si sono fatte più serie nel 2001-2002, è nata la possibilità di incidere per una etichetta americana, la Deep Elm grazie a un demo autoprodotto che avevamo spedito in giro. A loro è piaciuto e ci hanno subito contattato. Così abbiamo registrato nell studio di Bruno (chitarra) da soli il primo lavoro "Dance A While, Upset", un disco in parte vecchio poichè comunque erano brani che ci portavamo in giro da parecchio. Abbiamo avuto la fortuna grazie all'etichetta di partire allo sbaraglio per un tour in USA con alcuni gruppi della stessa etichetta. Un mese abbastanza intenso soprattutto per un gruppo come noi che muoveva i primi passi "seri". Successivamene con un cambio di formazione al basso, abbiamo iniziato a pensare al disco successivo, vari tour in Europa e in Inghilterra hanno diciamo reso i legami tra noi cinque sempre più speciali, e sicuramente la musica ne risente, abbiamo in testa una idea più chiara di quello che vogliamo esprimere e conosciamo meglio i nostri limiti. In un clima molto sereno è nato "The Plural Of The Choir", primo disco veramente pensato come album, cioè scritto in breve tempo e registrato subito dopo per mantenerlo "fresco".

@: Veniamo subito al disco, come è nato? Nel 2003 siete stati moltissimo on the road in Italia e all'estero, avete aspettato un po' per raccogliere le idee o vi siete messi a lavoraci solo dopo?
J: Ma diciamo che è stato in realtà il nostro lavoro più spontaneo, come dicevo abbiamo composto i pezzi in quello che per noi è comunque un breve periodo, circa 6 mesi, da novembre 2003 finito il tour a giugno 2004. Alcuni pezzi sono stati finiti pochi giorni prima di entrare in studio. L'approccio però è stato decisamete più collettivo, abbiamo la fortuna di essere in cinque a portare i pezzi, anche Phil (batterista) è un ottimo chitarrista, quindi insomma ci sono sempre mille idee...

E: Stavolta poi, alcuni pezzi, come Barnacle Beach, sono nati completamente dall'improvvisazione. Trovai strano che uno dei pezzi più "sing along" del disco fosse nato improvvisando, ma subito dopo la cosa mi rese felice, perchè era la testimonianza che l'affiatamento tra noi 5 era arrivato a un buon livello.

@: Il suono dei Settlefish è diventato molto maturo e personale, frutto di molte prove o eredità dei moltissimi live che avete fatto?
J: Non so, magari ognuno di noi la pensa diversamente. Per me semplicemente dopo il primo disco, gli anni passati assieme e le tante date abbiamo finalmente capito quello che ci lega, le cose che abbiamo in comune, siamo riusciti a focalizzare meglio, a esprimere in maniera più chiara i nostri intenti. Magari prima non avevamo ancora questa maturità (e magari nemmeno ora!), ora ci conosciamo a perfezione, sappiamo dove ognuno di noi può andare a spingere e dove può essere stuzzicato. Sono anche cresciuti i nostri ascolti e l'influenzarsi a vicenda è parte naturale del gioco.

E: Ho sempre avuto come la sensazione, che la sala prove fosse solo il momento in cui dici: "ok, abbiamo tutte queste idee, vediamo di mettere un po' di ordine in tutto questo casino!" Trovo che per una band il momento davvero "formativo" sia il live. Contrariamente a quanto si pensa suonare dal vivo, anche a livello di suoni, è molto più sfavorevole che nella sala prove. Questo ti abitua ad essere maggiromente recettivo nei confronti dell'altro, e ti insegna una certa intuizione musicale.
Inoltre sono un fiero sostenitore del concetto "nulla si crea, nulla si distrugge", abbiamo tutti ascolti musicali molto vari e tentiamo di mettere nella nostra musica quello che ci piace di più di ogni gruppo che amiamo, tentando di dare un collante al tutto con la nostra persoalità, è per questo che penso che il disco risulti così vario, anche se i pezzi spesso sono brevissimi.

@: The Plural Of The Choir è stato confezionato dalle abili mani di Brian Deck, che ha ottimamente lavorato anche al disco di Franklin Delano ai quali lo consigliaste. Se non fosse stato lui, avreste cercato comunque all'estero, oppure ci sono dei produttori che vi piacciono anche in Italia?
J: In realtà non abbiamo pensato a molti altri nomi, sin dall'inizio abbiamo provato a portare avanti questa strada per arrivare a Brian. E' stata una lunga e difficile organizzazzione, vederlo finalmente arrivare è stata una bella soddisfazione. A persone in Italia non abbiamo mai poi tanto pensato, semplicemente perchè magari ne conosciamo di meno, di Brian ci piaceva il lavoro svolto con i Califone e Modest Mouse...poi l'ultimo lavoro con Iron & Wine è strepitoso. Credo che anche in Italia ci siano ottimi fonici, però forse per rimanere in Italia avremmo fatto da soli dato che Bruno ha uno studio qui a Bologna non male. Come suoni in Italia mi viene in mente Fabio Magistrali, magari lontane dal nostro sound ma in generale tutto quello che fa mi piace.

E: Volevamo un disco rock, ma che al contempo facesse sentire tutto l'ambiente e il riverbero che una band produce quando suona in una stanza. Brian era la persona giusta, e ci ha subito assecondati nel nostro intento di suonare la maggior parte dl disco in diretta, tutti insieme, limitando le sovraincisioni solo dove strattamente necessario.

@: Il disco ha un'evidente aspirazione internazionale, vostro segno distintivo. Il vostro percorso è da italiani che vanno all'estero o il contrario? Molte band a volte ottengono riconoscimenti quasi solo all'estero e si preoccupano di più di quel mercato, penso a Larsen, My Cat Is An Alien ed altri ancora.
E: Decisamente per noi fino ad ora è stato più facile suonare all'estero, per farti un esempio, le date inglesi del prossimo tour europeo le abbiamo trovate molto velocemente, in 3/4 giorni, e sono 12!
Però ci dispiaceva non avere un piccolo giro anche in italia. Siamo gente a cui piace suonare, e non è bello starsene fermi tutti i week end, aspettando i tour. Così grazie ad Angelo (Sebastianelli, dell'agenzia Labile), abbiamo pensato di organizzare delle date nei fine settimana, e di trovarci, un'etichetta, Unhip, che si dedicasse particolarmente all'italia. Questa volta il disco esce prima in Italia, poi in Europa e poi i America, e ci siamo organizzati tour che partono in concomitanza con le uscite di "The Plural Of..." in ogni posto. Noi guardiamo all'italia come ogni altro posto, però ci era dispiaciuto per il disco precedente, non poter avere modo di promuoverlo dal vivo. Direi quindi, che il nostro percorso è da "italiani che tentano di suonare un po' ovunque"!

 






@: I testi sono molto forti, rabbiosi a volte, è una cosa a cui tenevi molto a tal punto che nel disco è dichiarato "The lyrics is intended to be as the five of us versus relationships.." come a voler portare l'attenzione verso i testi. Parlaci del loro tema comune e del modo in cui sei stato ispirato a scriverli.
J: L'idea era quella di scrivere testi più diretti e legati rispetto al primo disco, un minimo più comprensibili, semplici e dunque meno ermetici. Poi è arrivata l'idea che i testi dovessero parlare di come noi 5 (del gruppo) affrontiamo in maniera diversa le relazioni sentimentali, cercando di rimanere il piò lontano possibile dai facili clichè in cui si può cadere su un argomento del genere. E così il mio punto di vista funziona come "voce narrante" che mette assieme tutti i diversi nostri punti di vista. Quella frase che abbiamo inserito nel libretto vuole semplicemente portare attenzione ai testi perchè per noi sono qualcosa di importante. Nella versione LP del disco c'è un poster grosso con tutti i testi!

@: Gruppo bolognese, etichetta bolognese, fotografi e personaggi delle foto del "giro" bolognese.. Una pura casualità o un'intenzione dietro a queste coincidenze?
J: Hehe, è strano sembra veramente che Bologna sia in qualche modo presente in questo disco. Dire così mi fa subito però venire in mente immagini alla "Lucio Dalla". Credo che l'idea nostra fosse quella di legarci il più possibile ad amici, persone vicine nelle gestione della nostra musica. Giovanni di Unhip per via di concerti, radio, feste è una persona che stimiamo e conosciamo da anni. E' bello poter trovarsi per discutere di qualsiasi cosa faccia a faccia, vedersi la sera ai concerti, invece di spedire migliaia di mail. In più volevamo una etichetta che fosse attenta al packaging, con uno sguardo eclettico, che guardasse all'estero e non solo all'Italia. Ora che poi su Unhip ci sono pure i Disco Drive è un po' come una piccola famiglia. Giovanni ci ha poi permesso di realizzare alcune cose importanti come l'artwork curato da Tae Won Yu e cose del genere. Noi abbiamo permesso a Giovanni di "sciabolarsi" insieme a Brian Deck, batterista di uno dei suoi gruppi preferiti, i Red Red Meat (infatti su Unhip uscirà un tributo).

E: Tutte le persone che hanno preso parte a questo disco sono soprattutto amici, da chi è "immortalato nelle foto" a chi le ha realizzate, da chi ci ha suonato a chi ci ha registrato. Il vecchio disco aveva avuto una gestazione e un parto molto tesi e difficili, questa volta volevamo il massimo relax e la massima distensione perchè solo così si può lavorare al meglio. Poi vuoi mettere il gusto di avere delle persone a te care stampate su magliette e dischi? E' un po' come le fototessere nei portafogli, un modo per ricordarsi di chi magari in quel momento non ti è vicino.

@: Visto che la maggior parte del vostro lavoro sembra avere risonanza all'estero, sia come dischi che come live, mi puoi dire cosa vedi di diverso (meglio? peggio?) negli ambienti musicali fuori dai nostri confini che hai potuto visitare?
E: Io trovo delle differenze soprattutto nel modo in cui è tratta la musica rock. In molti paesi è una vera tradizione cinquantenaria, ed è un tipo di spettacolo che viene trattato con i guanti di velluto: orari dei concerti accessibili, promozione della data sempre al massimo, anche in situazioni davvero d.i.y., e in generale, una maggiore predisposizione delle persone al genere in senso largo. Qui in italia, talvolta, si creano delle piccole tribù e quindi quello che ascolta una cosa difficilmente apre le orecchie a qualcosa anche di completamente diverso. In germania o in inghilterra è la prassi. In ogni caso mi sembra che anche in italia molti cancelli siano stati forzati e ci sia più collaborazione tra band anche diversissime.

@: Come da tradizione, ti chiedo una playlist dei tuoi ultimi ascolti.
J: Mah, ieri ascoltavo il disco di quel duo inglese The Reigns, poi Iron & Wine, Arcade Fire, tutti ultimamente The Walkmen, Khonnor, il nuovo progetto di Ian Mackaye The Evens...... Hot Club De Paris, nostri amici di Liverpool.

E: Hot club de Paris - ep, Mahavishnu Orchestra - Apocalypse, qualsiasi cosa dei Fugazi, Antony and the Johnsons - I Am a Bird Now, Ornaments - ep, dal vivo: The Tunas

Qualche altra interessante parola sull'argomento l'abbiamo chiesta anche a Mr.Unhip, Giovanni Gandolfi, l'uomo che sta dietro all'uscita italiana dei Settlefish.

@: Giovanni, la produzione della tua Unhip è stata finora incentrata su dei bellissimi split in vinile di gruppi dell'area più o meno elettronica/indietronica. Come mai l'avvicinamento ad un album completo, e di una band così... rock?
G: In realtà i gruppi che ho contattato per gli split erano di vari generi musicali e li ho contattati nello stesso periodo. E' che per motivi legati alla maggior semplicità di registrazione della musica elettronica sono i primi pezzi che mi sono arrivati!! Altre cose più acustiche tipo Califone, Ant e Geoff Farina le ho già ricevute ma mancano ancora i pezzi dei loro compagni di split (che non annuncio per scaramanzia). Fantômas/Melt Banana è pronto e di imminente uscita (e non è molto indietronico), mentre altri progetti come la collaborazione tra Calexico e Black Heart Procession sono in cantiere da anni (ovvero da quando ho pubblicato la mia prima uscita nel 2001). Prima o poi uscirà tutto, ma mi rendo conto che alcuni rimarranno sorpresi dalla diversità delle prossime uscite rispetto alle precedenti che erano più omogenee per un semplice motivo di modalità di registrazione che ne ha determinato l'ordine cronologico. Per quanto riguarda l'uscita di due album lunghi (Settlefish e Disco Drive) ho voluto che la Unhip rimanesse illibata fintanto che non trovasse gruppi di cui fosse completamente convinta e, visto che si tratta di due gruppi italiani, che fossero ugualmente apprezzabili anche all'estero.

@: The Plural Of The Choir godrà dell'ottimo trattamento promozionale di Deep Elm in America e in Inghilterra, ma è stupefacente vedere in quanti posti riesci ad arrivare con Unhip in giro per il mondo. Ti aspetti molto dal mercato estero? E da quello italiano?
G: Finora quello estero è stato praticamente l'unico mercato per la Unhip. Per motivi che mi sfuggono in Italia non ho mai ricevuto grande supporto (neanche dalle webzine...), forse perchè il sette pollici è un formato moribondo. Ora che escono due gruppi italiani con album lunghi (e su cd oltre che lp) mi pare che ci sia più attenzione per cui mi aspetto molto dall'Italia. Per l'estero sarà più difficile, ma anche più stimolante, far conoscere Settlefish e Disco Drive rispetto ai nomi presenti sugli split che in un certo senso "si presentavano da soli". Fortunatamente entrambi hanno già fatto (e continueranno a fare) lunghi tours all'estero e questo ovviamente è fondamentale per farsi conoscere.

@: Cosa bolle d'altro in pentola in casa Unhip?
A bollitura molto lenta sta procedendo il tributo ai Red Red Meat cui tengo molto e voglio fare bene (per questo non mi sono posto scadenze volendo aspettare per quanto sarà necessario contributi di artisti decisamente con poco tempo a disposizione per registrare materiale extra). Nella pentola c'è dell'altro ma non posso/voglio ancora ufficializzare nulla.

@: Anche a te... via! ... playlist delle cose che ascolti di recente?
Beans "Shock City Maverick" (Warp)
The Dead Texan "s/t" (Kranky)
Out Hud "Let Us Never Speak Of It Again" (Kranky)
Unrest "Imperial F.F.R.R. Deluxe Edition" (Teenbeat)
Offlaga Disco Pax "Socialismo Tascabile" (Santeria)

www.unhiprecords.com - www.settlefish.com

le foto sono di Giulia Mazza (http://www.giuliamazza.com)