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L'ho ascoltato per la prima volta in formato mp3, e io che odio gli mp3, l'avevo comunque trovato molto interessante.. gianmaria aprile
Liquid Laughter Lounge Quartet/May you always live with laughter Interessante disco quello di Liquid Laughter Lounge Quartet (il terzo del gruppo), stranieri (e ci piacerebbe fossero italiani), si muovono sui terreni dal calore blues con all'orizzonte Lynch, come fossero Calexico o Black Heart Procession passati sotto il filtro di Badalamenti, con quel senso di sensuale/mentale/concettuale che avvolge il mood del compositore. Rock delle radici, blues arrangiato storto, si diceva, con inserzioni jazz da night club con contrabbasso quasi ovunque e piano qua e là, o farciture di surf con chitarre dai vibrati vintage, evitati fronzoli o elettronica, il tutto cantato su più lingue. Strano il fatto che il tedesco, a cui molto poco le mie orecchie sono abituate (ed è colpa mia), mi rimanda gioco forza agli ultimi Einstuerzende Neubauten, pur senza sperimentazione e molto più ambiente, soffuso, e appunto, liquido. Ma è l'inglese a farla da padrone sulla lingua teutonica, dando tono ad un disco notturno che ci accompagna tra distorsioni di sfondo e strutture più classiche, timbriche oscure e sonorità che arrivano dritte al profondo, soluzioni personali tutte da ascoltare come immersi in un buio teatro ricoperto di scuro velluto rosso. Buone nuove dalla Germania, non solo Oktober Fest Muzik lì… Al.
The Russian Futurists (Canadesi di Toronto, e visto i nomi cui la scena canadese ci ha abituato ci sta tutto…) ci avvolge in un pop basato su elettronica lo-fi, da atari, con il gusto del pop un po' glam alla Bolan, le atmosfere felicemente poppy alla primi Flaming Lips o i pezzi looppati e concentrici alla Stereolab. Lo-fi per niente folk nel suono, nulla di acustico qui, più sintetico anni 80, con strumenti filtratissimi, e il più classico del cantato pop (ultra-pop?) con vocine e coretti a contorno e ritornelli easy cantati a filastrocche indie su elettronica vintage. Il tutto servito avvolto da un alone di ovatta e poco dinamico, il suono sparso come il colore di un acquarello su carta. Buono per la stranezza del gusto e dell'impasto sonoro, che davvero si apprezza per originalità, resta leggermente opaco per non avere un tratto a spiccare su tutto, a dare la scintilla dello splendido: le cazoni si sommano una sull'altra senza emozionare o colpire fino in fondo. Belli alcuni spunti, accattivanti le melodie, belli davvero certi suoni, ma finito il disco in testa non resta un motivo o un tratto in particolare, se non il collage che ci ha avvolto e alleggerito l'animo per i minuti di ascolto. Mi aspettavo di più dai Futuristi Russi, gran bel nome questo, qualcosa di meno morbido e simple minded e sicuramente con qualche virata sopra le righe che stenta a delinearsi all'orizzonte. Da ascoltare e valutare attentamente Al. http://www.upperclass.to - http://www.geocities.com/russianfuturists
Partiture regolari ed armoniche ci accolgono, su basi di elettronica e chitarra, perfette nella loro forma, troppo perfette, con un calore morbido che non sfocia in vera passionalità, per assurdo un calore freddo, non vera emozione, sentimento musicale, passione come sudore da palco come mettere in mostra l'anima. Lo stile che Gatto Ciliegia ha importato in Italia, mitteleuropeo, concettuale, il bello calcolato, non per questo da denigrare, si intenda. Qui però appoggiato su voci e parti cantate che danno sì qualcosa di serio su cui puntare l'attenzione. Avvolgente cd dal suono ovattato e sospeso, ricamato, con lente melodie vocali che, sommandosi una sull'altra e una alternata all'altra ti sciolgono come ad occhi chiusi in una vasca da bagno caldissima. Suadente scuola dream pop mi viene in mente ascoltando la voce, resa fissa dagli arrangiamenti e dalle parti attorno, che però non viene risaltata fino in fondo. Non si costruisce su questa lasciando spazio ad arrangiamenti ed ad una estetica già vista, come in un de-ja vu, suoni di chitarra che chissà in quanti dischi sono passati, perfetti e freddi come il freddo calore della morbidezza di underblush. Ancorato a certa “nuova musica” di qualche annetto fa che già allora tanto nuova non era, pensate un po' adesso… Al. |
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Quelli che hanno più memoria ricorderanno un articolo-intervista spartito con i Buzzer p su un Blow Up di qualche anno fa (credo un po’ prima di quando molti hanno smesso di leggerlo) in cui si cercava di fare un piccolo profilo della Vurt (etichetta storica di Roma, per chi non la conoscesse). Gli Hiroshima Rocks Around tornano redivivi e redi-marci, slabbrati, svaccati, cafoni e poco inclini al dialogo, ma con uno stile da fare invidia. Blues Explosion, Garage punk, Satana, Delta 72, Punkenrolla, Make Up, Amphetamine Reptile, droghe più o meno leggere, inclinazione al linciaggio bagnati di alcool e di (super alcoolici) che prendono fuoco. Un’uscita completamente vinilica ma che è anche possibile scaricare dal sito stesso degli Hiroshima e per di più gratuitamente (nella migliore tradizione "fuck it", a quanto pare ai tre redneck interessa meno di zero). Spesso non rimango molto colpito da dischi come questo, ma come sempre c’è un’eccezione che conferma la regola, infatti se la qualità di un gruppo del genere si vede dal tiro, state pur certi che gli Hiroshima Rocks Around tirano come un trattore guidato da un contadino in cocaina. Se gli Stooges hanno lasciato qualche insegnamento efficace, oltre al fatto che drogarsi non porta necessariamente alla tomba e che le "reunion" regalano una barca di soldi, questa è stata che un sax su un pezzo rock può stare come il napalm in un film documentario sul Vietnam. Nessuno si è voluto sottrarre a questo splendido binomio, così Luca Mai degli Zu lascia un po’ di dissonanze in un paio di tracce che non fanno nient’altro che aumentare la "caciara". "Che mucchio di cazzate", "Motor oil", "Fuck yr girl", "Terror" e "Troia" sono titoli che completano questo quadro stile "saturday night holocaust". Badilatori di gran classe e produzione meravigliosamente lo-fi che fa suonare tutto al punto giusto, la colonna sonora perfetta per una festa a cui avete invitato tutti gli hooligans del Chelsea ubriachi e a cui avete detto di fare pure come se fossero a casa loro. andrea ferraris
Davvero una bella sorpresa questa nuova uscita per la Ghost rec, che si avvicina a confini sonori un po' più “minimali” e “intimisti” rispetto alle sue altre pubblicazioni. gianmaria
Compilation promossa dalla webzine marchigiana www.kathodik.it, raccoglie in due volumi ventiquattro rappresentanti della regione, appunto, le marche. Non è l'ormai classica compilation dell'etichetta, in Italia esistono etichette di zona, con compilation che fotografano la zona dell'etichetta (solo per fare un esempio, la Ghostrecords e i suoi gruppi in ambito Varese…), bensì qualcosa con il valore importante dell'artigianale. La compilation infatti può essere scaricata gratuitamente in mp3 (http://www.friendly-records.com/marcheingegno/) e l'operazione non è in nessun modo a scopo di lucro, impostata quasi come l'esperienza Tasaday di Wallace Records. Venendo al contenuto, i due lati della medaglia sono divisi per genere. Il primo cd, all'insegna dei mille volti del rock e della musica fisica, ci segnala note interessanti con il noise dalle tinte dark di Lush Rimbaud , il rock'n'roll sporco alla blues explosion di Guinea Pig , il bellissimo emo-core geometrico di Sprinzi (già passati da queste parti…) o il sound ska-core alla Mighy Mighty Bosstones che da tempo non ascoltavo di Hi Thrulhlih . Al.
Uscito ormai da alcuni mesi, il secondo dei campani A Toys Orchestra è semplicemente un ottimo disco indie. La scrittura è convincente, consapevole e personale anche laddove affiorano i riferimenti: i Blonde Redhead di Peter Pan Sindrome o i Grandaddy di Hengie: queen of the border line o 3 minute older . Il suono è ben focalizzato nonostante la varietà di soluzioni, che non penalizza per nulla la spontaneità dei brani, e di atmosfere: chitarre distorte e momenti di intimità al pianoforte, ritornelli piropiro e malinconia quasi drammatica, quadretti folk e loop electro, code noise e cantilene fanciullesche (con la deliziosa voce di Ilaria). Naturalmente contribuisce molto anche il lavoro del solito Giacomo Fiorenza del Groove Factory_Alpha Dept. di Bologna. Nonostante la materia sia chiaramente anglofona, non risulta un riassunto di vari ascolti indie, ma una profonda metabolizzazione della materia e soprattutto un disco di belle canzoni. enrico marcuzzi |







