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Nuovo capitolo della saga Morose, a due anni di distanza dal precedente “La mia ragazza mi ha lasciato”. Nuovo capitolo dopo il trasferimento di Mauro Costagli, boss della Ouzel Records che lo coproduceva, in Giappone e l'ingresso di un nuovo elemento, Pier. La prima cosa che si nota è un allontanamento, seppur parziale, da quel folk sgangherato a'la Black Heart Procession che caratterizzava il precedente album. Qui le atmosfere si fanno, se possibile, ancora più rarefatte e scure, quasi pesanti. Del riferimento al gruppo californiano rimangono solo i loro episodi più scuri. Questo nuovo disco è una rappresentazione dell'apocalisse, con i suoni che rimbombano nelle orecchie, come la voce di Davide Speranza che mai come oggi tuona cose come “..salvation is not for free..” ( Some Squeaking Bones ) mentre l'unico elemento che porta un qualche colore caldo è il glockenspiel che troviamo presente in molti pezzi. Ovvio dire che gli amichetti di Francesco Ferdinando farebbero meglio a stare alla larga da questo disco, non capirebbero, ma siamo di fronte a 40 minuti scarsi di musica di una intensità davvero pazzesca. E' un ascolto doloroso, che richiede impegno, ma che dà delle enormi soddisfazioni. Strutture davvero minimali, giocate su pochi strumenti alla volta e che fanno poche cose, dove si ergono lancinanti tocchi di pianoforte (Ich Bin Der Große Derdiedas, Imaginary Walk In Grozny) e dove tutto suona dannatamente drammatico. E' la fine del mondo e non sta finendo affatto bene. La vita è peggio di una soap opera si sa, infatti non c'è l'elemento sorpresa che alla fine sistema tutto. Il lamento di Mourning Song mi pare l'elemento centrale del lavoro, in una babele di voci registrate un eco infinito, un lamento, così scuro, così toccante. E' un disco che non può lasciare impassibili e che persino nei suoi momenti più “leggeri” ( Words Are Playthings, la pastorale Lonesome ) riporta tutto ad una constatazione fatale: non c'è un cazzo da ridere. Una conferma, se serviva, dell'enorme talento di Davide Speranza e soci e del gusto della Suiteside di Monica Melissano che gli pubblica questo lavoro. Un modo molto italiano di dire la propria in ambito internazionale, il disco ha infatti già ricevuto gli apprezzamenti di Matt&Charles (Charles Atlas, da S.Francisco) e Ben Vida (Town&Country, da Chicago su Thrill Jockey e Kranky) che hanno avuto modo di sentirlo in anteprima in questi giorni durante il loro tour italiano. Approfondiamo alcuni argomenti assieme a Davide: @: Questo disco ha un titolo, se possibile, ancora più cinico e scuro del precedente. E' una specie di manifesto di quello che poi l'ascoltatore troverà all'interno? Una specie di "parental advisory" ? @: L'apertura è un morbido recitato in tedesco su poche note di chitarra e piano. Di cosa parla? @: Ci sono, più che in passato, inserimenti di voci registrate e contributi vocali non tuoi. Sono state messe con significati particolari o aiutano solo la resa sonora? Verso la fine del disco "Mourning Song" è un assemblaggio di voci e drones sopra le quali si sente solo il tuo vocalizzo lamentoso, nasale. Sembra una immagine apocalittica, come è nato il pezzo? @: Nei pezzi dei Morose, c'è più partecipe malinconia oppure cinica osservazione del degrado? @: Un Plaisir Funeste cambia ancora lingua (francese) e aggiunge una voce femminile laddove siamo abituati a sentire la tua voce. Di cosa parla la canzone.. la prima cosa che mi viene in mente (non sapendo il francese) è un addio.. @: Voglio insistere sui toni scuri di questo album. Pur essendo lontano come immaginario dalle cose "gotiche" vi ci vedo un po' dentro a quel mondo torbido... Sul web: http://www.moroseismoroseismorose.com/ A cura di Onga |
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Four Gardens in One / s/t 61 Winter's Hat/ s/t Regalo Pasquale quello di Mirko Spino, del calibro di trovare una Ferrari Modena in un uovo di cioccolata, tanto da farne una sorta di profeta di buoni e inconsueti ascolti. Ne esistessero. Tornando ai due piccoli cd in questione, questi sono esperimenti e intersecazioni, o meglio esplorazione nel modo di sentire la musica animate da personaggi noti. Sul primo avviene uno scontro chitarristico a otto mani tra Paolo Cantù, Xabier Iriondo, Fabio Cerina e Luca Ciffo. Non temete, non siamo in clima da Monsters of Rock. Anzi, se il buon Mirko non ci avesse avvisati nelle note di copertina, ascoltando avremmo pensato a ben altri strumenti piuttosto che alle composizioni suonate a corda. Sospensioni tutte strumentali, sonate umorali, piccoli tocchi, rumori melodici e intrecciati su una sorta di tappeto da ambiente, lento e rarefatto. Trascinante anche senza ritmo, trascinante la mente lontano, a seguire ogni singola linea, dar la caccia a ogni singolo suono o rumore stregandoti assaporando lo stile messo nelle parti suonate e soprattutto nei trattamenti che il disco ha subito, snaturando il suono di base della chitarra, quasi irriconoscibile, ma il tutto reso con gusto. C'è un feeling di fondo che accompagna le tracce del disco, che traspira, un collante, un anima, e davvero il titolo rende bene, quattro giardini in uno, e un modo di intendere la chitarra per quello che non ci si aspetta. Diverso percorso frutto di un modo di sentire la musica più intimo e tradizionale segna il disco di 61 Witer's Hat, dove Fabio Magistrali e Mattia Coletti (Sedia, From Hands) si sono scambiati in una sorta di corrispondenza da piccione viaggiatore parti registrate da singoli suonandoci a distanza sopra senza mai incontrarsi. Si potrebbe pensare a suoni slegati ma avviene proprio l'opposto, con un calore che da subito si avverte nella iniziale Life in circular Julies , sospesa su corde di chitarre acustiche, voci, suoni e colore di batteria a sommarsi circolarmente fino alla fine della traccia. Più sperimentale e con senso di assemblato la fase centrale del disco, con Dismembering November , traccia rallentata che evoca nel suo incedere il respiro lento e cavernoso di un gigante addormentato, inquietante e risvegliato da tocchi di rhodes in bordoni continui ad entrare, sostenere ed uscire confuso tra un eco di voci. La seguente Mid-January's hat a darci ancora quel senso di ipnosi qui legata ad un mantra a più voci recitato che sboccia e chiarisce a metà composizione dopo i primi minuti di oscurità in ritmiche sapientemente mixate con rumorismi e strumenti inseriti uno sull'altro con strati sonori diversi. La chiusura di In March we trust ci riporta al calore da caminetto iniziale con una melodia cantata in loop su più voci/toni e segnare come un mantra l'inserzione di altri elementi miscelati da Magistrali senza mai annoiare la traccia. Il mixaggio qui è strumento, e chi lo suona ne è un maestro. Al. fourgardens.inone@email.it -
61wintershat@email.it
La Black Candy sforna cd con la stessa regolarità con la quale il team di Costanzo riesce a sfornare letame fresco per il palinsesto trash-televisivo. Appurata questa iperprolificità della giovane ma più che mai lanciata etichetta toscana passiamo a "days". Se proprio non avete iniziato ad ascoltare musica italiana da poco credo che sappiate che i Brother James non sono un gruppo agli esordi, ma uno dei vecchi cavalli della scuderia storica Gammapop e che siano della "vecchia guardia" un po' si sente anche. Suono vecchio stampo "rock-noise" che comunque in un'era di "funk-punk" e di "arpeggini-arpeggiosi" post-rockerecci male di certo non fa, buona registrazione anche se purtroppo non per tutto visto che la voce forse è un po' troppo "secca", forse l'unica cosa un po' meno curata come rifinitura globale. Se per certi versi il gusto un po' "datato" del disco può essere visto come un limite non si può certo dire che il "fratello James" non sappia fare ciò che deve sapere, mestiere in queste tracce se ne sente eccome, nessuno che si improvvisa "noiser" ma capacità fermentate in cantina e a forza di ascolti e di dissonanze. Sonic Youth, noise "a-la-touch-and-go-quando-spacava-sempre", sferragliate new yorkesi pregne di Amphetamine Reptile, depressione anni '90, un disco che forse non stupirà, ma che a tratti riesce a cogliere nel segno, su tutte la strumentale "toy spaceship": in tempi quando il distorsore viene ripescato per rientrare nella valigia degli effeti quasi contemporaneo. andrea ferraris |




