
Un disco molto semplice. Semplicemente molto bello. Chitarra e voce, quella delicata di Francesca, già su queste pagine in quanto cantante dei Lefty Lucy. E le atmosfere non si discostano poi molto dai Lefties, ma abbandonate le reiterazioni da postrockers e il suono più corposo di gruppo, quello che rimane sono le canzoni. Chitarra e voce appunto e pochi altri strumenti suonati dagli amici di sempre (tra cui altri membri dei Lefties) ad arricchire di colori il quadretto cantautorale: un pianoforte qua, un trombone là, più spesso un po' di batteria. Altre sfumature arrivano in “Human race” e “Sugar family” da suggestioni bossanova, e dalle campane della chiesa di via Grazzano che “ritmano” il piccolo tributo a Mark Eitzel, la cover di The thorn in my side is gone posta in chiusura. Enrico Marcuzzi
Un disco speciale quello di Albert Hera, una delle voci più belle e versatili della scena sperimentale italiana. Un progetto che raccoglie anni di ricerca, di esperimenti, di confronto, di ritorno all'origine, di sacrifici. Un disco di virtuosismi vocali ma non solo, limitarsi a definirlo così non sarebbe che una analisi superficiale. Marco Tuppo
Non è proprio un disco vero e proprio, bensì un promo: punto di aggiornamento (ne avevamo già scritto, tempo fa) su una formazione interessante che mitiga influenze eclettiche in un progetto che va aldilà del contesto musicale, sfociando nel teatro. I 3 brani presenti suonano a metà tra il folk strumentale ed il post hardcore / emo, nonostante gli strumenti utilizzati siano: chitarre acustiche e piano; a differenza del precedente promo, hanno ripreso qualcosa dal loro passato recente (bands come Belli Cosi ed Encore Fou), cadenzando parecchio il ritmo dei fraseggi tra gli strumenti ed è così che viene fuori il calore ed il pathos; la tradizione è rappresentata soltanto nella seconda traccia, ora necessitano di approfondire le registrazioni per puntare a qualcosa di più sostanzioso. Aggiungono nel promo, un'estratto video da Sibilla, il progetto teatrale – musicale che hanno creato nel recente passato. Fabio Battistetti
La seconda uscita della Knifeville è un disco del tutto particolare: è in realtà un progetto vero e proprio di musica e fotografia, aspetto che da qui in poi sarà fondamentale per l'etichetta friulana: le note di copertina descrivono le canzoni come istantanee e la confezione del disco è una polaroid (sulla copertina e sul retro dello stesso, dove è acclusa una foto reale), in aggiunta e soprattutto la presentazione del disco è stata fatta a Maniaco con una mostra delle stesse 500 polaroid che sono state incluse nelle copie del disco. Il gruppo è ormai sciolto, ma ha raccolto in questo disco delle piccole magnificienti registrazioni casalinghe, in tre brani strumentali e due cantati, di buona fattura strutturale, che ripercorrono il math rock più morbido delle fine dei 90: le armonie seguono la via della semplicità enfatizzando le melodie sia negli strumentali, dove sono le chitarre ad assumere il ruolo importante, mentre in Blank ed in particolar modo nella stupenda Perfect Makes Practice, è la voce a rendere i brani particolarmente godibili. http://www.knifeville.it Fabio Battistetti
Questa giovanissima band d'improvvisazione realizza un cd r da tre pollici che è un piccolo gioiellino nostrano di un genere apparentemente facile da affrontare ma che la pratica rivela del tutto opposto; in questo caso hanno un'aspetto importante l'entusiasmo e l'etica del diy applicata al suonare, improvvisando con non strumenti. Il dischetto contiene 11 tracce, con un senso di varietà che va da cose alla Yamatzuka Eye sino al field reco rding acustico; forme scomposte con un certo senso musicale in fondo. Si racconta dei loro concerti dove danno un'aspetto fisico al caos muovendosi con microfoni indossati (alla Cock Esp ?), il che mette ancora più curiosità attorno a questo gruppo, che per la cronaca fa capo alla piccola etichetta Subcasotto (che ha pubblicato, non a caso il 7” split, Ovo/With Love) Fabio Battistetti |
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Quarta fatica (secondo album, sulla lunga distanza) per i Kash, band poco conosciuta nelle nostre lande: li ricordo nel particolare per aver aperto la data cuneese degli Shellac, era l'epoca del loro primo mini album, autoprodotto e di chiara influenza Chicago… nel frattempo hanno trovato una degna collocazione con la Sick Room records (Chevreuil, Mass Shivers, Just a Fire) e nello scorso giugno hanno dato alle stampe Open. Qui da noi, rischiano di perdersi nell'anonimato, il tema musicale che affrontano vive qualche difficoltà un po' come il cosiddetto e virgolettato post; per loro fortuna (e capacità indubbia) l'attuale collaborazione discografica americana potrebbe dar loro buone soddisfazioni; per intanto quello che hanno dato a noi con Open è un'episodio invitante: il disco si delinea lungo uno scheletro blues, sul quale il quartetto costruisce i brani che si alternano tra mood lenti ma caldi di pathos ed in improvvise scariche convulsive che sconfinano nei territori no wave e nel free jazz (nei primi brani): un cocktail schizzato di chitarre, fiati e parti vocali; tutto quanto condito con del buon vino cuneese, ehm... con ottima tecnica ed una cura del suono che avevamo già ascoltato dal vivo. L'accento va posto su tracce come 37 Telephones On Fire e Cactus Heaven. La radice blues dei brani riporta i Kash in una dimensione più locale e la provincia Granda ha oramai una tradizione attuale degna di nota: Stylefire, Cani Scorri e Dead Elephant. Fabio Battistetti
Chi si aspetta rivoluzioni sonore, modaiole o meno, da un gruppo come i Valentina Dorme può passare la mano su questa recensione. Chi invece vuole sapere come è questo nuovo disco dopo più di un decennio di musica fatta lontano dalle tentazioni professionistiche ma con attitudine ultraprofessionale si accomodi. Onga SIGUR ROS / Tour 2005 Tour iniziato nel nordamerica a scendere la costa ovest per poi dirigersi nelle familiari terre europee, ultima data domestica in Islanda. In Italia a Torino e Firenze (24 e 25 Novembre) in due apprezzabili teatri, la suggestione generata da questo meraviglioso esemplare di gruppo post-rock è davvero unica. Rispetto al Tour precedente hanno introdotto una ricca e curatissima serie di visual effect con un sipario sottilissimo che cala accompagnandoli ad inizio e fine della performance. Il climax resta sempre quel momento di magia al centro di Viorar vel til loftarasa in cui tutto si ferma per un interminabile ed intensissimo minuto. Molti i pezzi del nuovo album Takk che segna un benvenuto ritorno alle sonorità dell'irripetibile Ágætis Byrjun, in chiave più solare e technicamente più elaborato e maturo. Alcune avventure sinfoniche come in Hoppipolla si adattano all'enfasi del live sfociando in atmosfere di allegria folk o delicato noise. Oakland Paramount Theatre, CA – Stefano [memorywaves] |



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