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"Half a Century High" di Phil Ochs
Tributo dei LAM per la Wood Records (USA)

Per i Lam, duo calabrese che si e' sempre ispirato alla musica americana (cominciando dagli anni 60 con Byrds, Velvet Underground, Doors, passando per gli anni 80 con Flaming Lips, Pixies, Dream Sindacate, Sonic Youth, per arrivare ai nostri giorni ascoltando Labradford, Godspeed you black emperor, Low, ecc..) il tributo a Phil Ochs non può che essere la ciliegina sulla torta per la devozione al rock americano.
Phil Ochs come sapete rappresenta il folksinger, insieme a Bob Dylan e Woody Guthrie, di protesta contro gli abusi del governo americano degli anni 60.
Personaggio di rilievo della scena del Greenwich newyorkese, versione meno pubblicizzata di Dylan, meno ruffiano nei testi rispetto all'amico, più intraprendente nelle canzoni di protesta e per questo preferito dai puristi del genere. Nato da famiglia borghese del Texas, Ochs si trasferì a New York quando era ancora molto giovane. Malgrado il contratto discografico con l'Elektra e una crescente popolarità nell'ambiente della musica folk, i testi antimilitaristi delle canzoni e l'intransigente impegno politico a cui partecipa in prima persona lo costrinsero a star fuori dai circuiti delle trasmissioni radio ad ampia diffusione. Come se non bastasse Ochs ebbe un duro colpo in seguito alla sconfitta degli ideali del '68, accusando un notevole calo artistico e commerciale. Gli ultimi anni saranno i più tristi della sua vita, fin quando, in preda all'ennesima crisi depressiva il cantautore decide di porre fine alla propria agonia impiccandosi. A questo punto i Lam non possono che essere onorati di partecipare a questo tributo (disponibile a Maggio) ideato da Mark Flake responsabile della Wood Records, etichetta che proviene da Dodge City (Kansans) tanto per intenderci città che per la sua storia ha ispirato molti film western americani.

Il tributo a Phil Ochs vedra' tra i musicisti presenti nella compilation anche Kramer e Eugene Chadbourne che ultimamente a collaborato anche con gli ZU.il profitto dalla vendita del cd verrà devoluto ad Amnesty International.

Comunicato della Wood rec
http://www.woodrecords.com/
"It's sad and wonderful but the songs of Phil Ochs remain as topical,informative, and subversive as when they were first written and recorded. Wood is proud to have a selection of Phil Ochs's songs recorded on compact disc by avante-garde and "outsider" smiling/snarling luminaries that include Dr. Eugene Chadbourne, the Onetet, Linda Draper, Jad Fair and Daniel Johston, Ernesto Diaz-Infante, and Kramer (w/ his daughter singing!) plus our own Jon Thompson, LAM, NitwiT, MWF, Charles Fyant, Johnny J, Lolwolf, and more. This exquiste little sucker comes fully wrapped and ready to heat and eat! It's only $15.00 and all profit goes to AMNESTY INTERNATIONAL. We're guaranteeing shipment before July 30th- so pre-order yours here for fast, fast, convienient delivery!
"


Lam (vd. numero zero Post? N.d.R.)
intervista di Eliseno Sposato

(
sposato@rlb.it)

Cosa vi ha spinto a staccarvi dall’esperienza precedente?
F: Un po’ per dare retta alle critiche costruttive ricevute all’epoca, ed un po’ perché volevamo suonare senza l’ausilio della classica strumentazione rock. Ci siamo avvicinati all’ascolto di produzioni come quelle dell’etichetta americana Kranky ed in esse abbiamo scoperto una certa affinitàverso la quale tendere.

Presumo che le influenze dei gruppi della kranky siano emerse a livello inconscio e non studiate a tavolino.
F: Per me si è trattato di un ritorno alle origini, perché ho iniziato a suonare la tastiera sotto l’influenza di Angelo Badalamenti ed in particolare della sua colonna sonora per il serial “Twin Peaks”. Così dopo avere suonato musica più o meno alla moda, sono ritornato alle mie origini.
R: Anch’io ho sempre avuto una passione per Ennio Morricone e Nino Rota, da bambino ascoltavo molto le colonne sonore dei film di Sergio Leone, quindi in un certo senso è stato come un ritorno ancestrale. Poi ha contato molto anche la maturità, crescendo ci siamo sentiti un Po’ fuori posto a suonare musica adolescenziale.

Per questo vi presentate con l’ausilio di uno slogan: creare immagini attraverso la musica?
R: Per ora è come se volessimo realizzare delle colonne sonore per dei film che al momento non esistono. Vorremmo entrare in contatto con qualche giovane regista e collaborare con i nostri suoni, alla realizzazione di un’opera cinematografica.

Colgo nel vostro modo di suonare una certa stratificazione, è così che componete i vostri brani?
R: Nella tua recensione al nostro disco parli di minimalismo, un concetto che ci trova d’accordo. Partiamo da piccole cellule come può essere un piccolo campionamento che poi viene sviluppato in seguito per starti che si sovrappongono, ma in fondo l’approccio lo si può definire minimale.

La vostra è musica essenzialmente strumentale, anche se di tanto in tanto, compaiono delle voci campionate. Da dove attingete?
R: Sono dei semplici campionamenti presi da streaming in real audio che troviamo su internet. Non ci curiamo molto di quello che dicono, quanto di quello che possono suggerire come sensazione a livello musicale.

Vorrei tornare sulla vostra scelta musicale. Non avete pensato che mentre prima potevate avere le porte aperte ad un possibile successo commerciale, o quantomeno alla possibilità di suonare in piazza o nei locali, mentre ora questa scelta “colta” vi mette fuori gioco da questo punto di vista?
F Sarebbe un handicap se volessimo suonare esclusivamente dal vivo, mentre in fondo noi siamo appagati nel momento della composizione.
R: Se vuoi io non ci vedo il rock in quello che stiamo facendo ora. La maturazione stilistica oltre che esistenziale, mi porta a parlare di musica e basta.

Io al contrario, lo leggo come un nuovo linguaggio rock.
R: Come sai i gruppi della Kranky hanno vari progetti collaterali nei quali sfogarsi, diciamo così, commercialmente. In fondo i Pan American, che sono il side project dei Labradford suonano trip hop e quindi sono molto più accessibili. Forse anche noi arrive-remo a qualcosa del genere visto che stiamo sperimentando anche sul versante ambient trip hop.

Qualcosa vicino alla Chill Out?
F: In un certo senso, anche se noi abbiamo eliminato la ritmica della batteria.

Questo è frutto di una precisa scelta, o è dovuto al fatto che magari non trovate un batte-rista affine al vostro pensiero musicale?
F: No la scelta è precisa in questo senso, non crediamo sia indispensabile l’uso della batteria.
R: Ci interessa di più collaborare con un quartetto d’archi, sperimentare una situazione “da camera”.

E’ possibile definirvi anche progressive?
R: La dilatazione dei brani presenti nel progressive è sviluppo, mentre nel nostro caso parlerei di reiterazione. Se penso al progressive mi viene in mente al forma suonata, la a-b-a: il tema. lo sviluppo, la ripresa.

Quindi più vicina al cosiddetto “math rock”, anche se io intendevo il progressive nella sua accezione migliore, e non in quella barbosa degli anni settanta. Tornando a “Focus” cosa vi ha spinto a dilatare alcuni brani rispetto ad altri?
R: Dipende dall’idea iniziale che a volte viene sviluppata. In fondo è il discorso degli assolo di chitarra. Si dice che nel rock l’assolo serve quando il pezzo fa schifo, in un certo senso potremmo trasferire questo concetto alla nostra musica. Se le cellule di cui parlavamo prima sono valide, allora vengono sviluppate, altrimenti restano allo stato embrionale.

Vi ho associati al post rock, un’etichetta che molti considerano superata. Qual è la vostra opinione al riguardo?
F: Se consideriamo il post rock come innovazione, questi è sempre esistito e continuerà ad esserlo. Nel rock da sempre si attinge al passato per sviluppare dei nuovi canoni. Se consideriamo questo ecco la mia affermazione trova riscontro.
R: Io penso invece che il post rock sin dall’inizio sia stato una specie di trans avanguardia della musica. Un Po’ come ha teorizzato Achille Bonito Oliva per l’arte, in ambito musicale il post rock ha colto elementi da un Po’ tutta la musica del novecento e se si ascoltano gruppi come i Labradford, sembra esserci davvero di tutto. Per questo non penso che sia un’esperienza che volge al termine. Potrà cambiare nome ma non identità.

Quali sono le prospettive del vostro progetto?
F: Noi tendiamo a diffondere la nostra musica attraverso Internet, abbiamo dei brani presenti su di-versi siti ed uno di essi “Deep” è stato anche pubblicato negli Stati Uniti dalla Wood records di Kansas City in una sua compilation. Anche se si tratta di una piccola etichetta che in pratica pubbli-ca dei cd-r piuttosto che veri e propri dischi. I responsabili avevano ascoltato il nostro brano sulla rete e ci hanno chiesto il permesso di inserirlo in Carpentry che è la loro 47ma uscita.

 

 
 

Il linguaggio del corpo
[Musica senza parole I]

E' sempre valso per me il binomio musica-parole e credo che per molti sia così. Abbiamo a disposizione un'infinità di canzoni capaci di adeguarsi ai nostri stati d'animo:se siamo tristi una canzone triste,innamorati una d'amore,arrabbiati una "cattiva"...E' molto semplice,no?!Mi sono poi accorta che ascoltando una canzone ponevo molta attenzione alle parole,la musica restava un dolce sottofondo.A quelle parole mi attaccavo così fortemente da farle mie,credevo che erano proprio quelle giuste,le più adeguate a esprimere i miei sentimenti.Ma è solo un'illusione.L'ho capito quando mi sono imbattuta negli uvmms,un gruppo strumentale,niente cantante,niente parole,ma solo una musica pura che basta a se stessa e non deve essere supportata da voci.In questo modo possiamo muoverci sulle melodie in assoluta libertà,non abbiamo il vincolo delle parole che ci condiziona a pensare a una determinata situazione escludendo tutte le altre.Lo stesso vale per la lettura:quando leggiamo immaginiamo e caratterizziamo luoghi e personaggi;se dal libro viene girato un film,questo ci risulterà meno suggestivo perchè limita la nostra fantasia.Oppure tra i fumetti preferiamo quelli in bianco e nero perchè possiamo immaginare i colori.Insomma ciò che è semplice piace,è necessario tornare a fantasticare liberamente,riscoprire il gusto del sogno,svincolarci dall'ordinario,dallo standard che ci costringe a essere tanti cloni,tutti omologati nei nostri pensieri.

roby


Il linguaggio del corpo
[Musica senza parole II]

Scivolavo via in bicicletta zizzagando tra le ombre in cerca di qualcosa da fare che spazzasse via la noia della quotidianità. Così mi sono imbattuta nella locandina di un gruppo che avrebbe suonato proprio quella sera in un locale del centro. Il posto è piuttosto piccolo, ricorda un lungo e ombroso corridoio. Appena si entra ci si imbatte nel bancone, quindi si accede alla sala in cui troviamo tavoli, panche lungo i muri e, sotto il palco, delle poltrone di legno come quelle dei vecchi cinema. Mi sono seduta vagando con lo sguardo in cerca di un volto amico. Solo allora mi sono accorta che la disposizione del locale non era la solita: parte delle poltrone di legno era stata spostata in modo da ricavare una pista. Così, quando il gruppo ha attaccato a suonare, un ragazzo con una birra in mano e una sigaretta stretta tra le labbra, quasi per farsi coraggio, molleggiandosi sulle gambe, ha raggiunto la pista aprendo le danze.Subito dopo, molti l'hanno seguito, non più imbarazzati e intimiditi dall'essere i primi a esibirsi in un ballo. Alcuni si muovevano in modo frenetico senza seguire il ritmo della musica, altri ondeggiavano a occhi chiusi persi nei propri pensieri, certi erano coordinati e originali nella loro danza.
Ma il fatto importante è che ognuno si esprimeva, comunicava quello che provava, ciò che gli suggeriva la musica, con i gesti, con il corpo, senza il filtro delle parole.
Poco tempo dopo, sono stata invitata da un amico, giovane maestro d'orchestra, ad assistere alla "Petite messe solennelle" di Rossini. Il concerto si svolgeva nell'atmosfera silenziosa e ordinata di una chiesa, tra il piacevole profumo di incenso.Ogni brano era diviso in momenti e tutte le volte che si passava da un adagio a un vivace, quindi quando il pezzo si apriva esplodendo negli acuti del coro, il signore accanto a me picchiettava la mano sul ginocchio e muoveva la testa sugli intrecci dell'armonium con il pianoforte, come per seguire la forte docezza della melodia.
La musica, quindi, di qualsiasi genere sia, ci permette di esprimerci nel modo più istintivo, più vero, più antico. Sulle note ricamiamo con la danza i nostri sogni, scriviamo la nostra storia, liberiamo le inquietudini, seduciamo, ridiamo, ci divertiamo. Il linguaggio del corpo è quello più immediato tanto che di una persona ci facciamo un'opinione prima dai suoi gesti che dalle sue parole. Sarebbe auspicabile che i locali, per quanto possibile, cercassero di ricavare una pista e noi dovremmo sforzarci a vincere quel senso di vergogna che spesso ci tiene incatenati e non aver timori ad abbandonarci a un ballo.

roby

 


Tratto da "DADA Arte e Antiarte"
Hans Richter

Il critico d'arte
Strana bestia, il critico, davanti cammello e dietro finestra.

" l critici sono una razza speciale. Critici bisogna nascere. Con una straordinaria sensibilità pecorina il critico nato riesce a scovare proprio ciò che non ha alcuna importanza. Egli non coglie mai il difetto della opera d'arte che ha da criticare o dell'artista, bensì il suo proprio difetto reso evidente appunto dall'opera d'arte. Il critico, grazie al suo innato senso caprino, prende in certo modo coscienza delle sue proprie manchevolezze attraverso l'opera d'arte. Questa è la tragedia di tutti i critici:riconoscono i difetti invece dell'arte. Vedere cosa è arte significa per il critico segnare in rosso i difetti dell'opera d'arte e scriverci sotto il voto. l critici son simili ai maestri di scuola superiore, a buon diritto tanto benvoluti. Per la verità il critico non deve sostenere alcun esame perchè, appunto, critici si nasce. Il critico è un dono del cielo all'umanità.Allattato a forza di maestre di scuola superiore egli si nutre poi di difetti artistici per benedizione della razza caprina. Farsi benedire porta la pioggia. Frattanto il critico beve anche un bicchierino di inchiostro rosso. Ogni critico possiede un ombrello con il quale si è, per dire così, sposato. Infatti farsi benedire porta la pioggia per la benedizione della razza caprrrrina. Suddetta maest~a intanto è un succo sciropposo prodotto dalla distillazione della bile di veri maestri di scuola superiore e dei succhi gastrici di caprrrre rimbecillite. Dette caprrrrre non occorre abbian fatto alcun esame, come il critico, appunto. L'ombrello il critico Io adopera per aprirlo alla rovescia. Quando vanno alle mostre i critici non hanno bisogno dilasciare 1'ombrello al guardaroba. L'ombrello però, l'esame, lui Io deve fare. Solo ombrelli bucherellati hanno accesso alla critica d'arte. Quanti piÙ buchi tanta piÙ pioggia e quindi tante piÙ benedizioni e quante piÙ benedizioni tanta piÙ critica. Per tornare alla nostra capra: i critici sono una razza particolare. Critici bisogna nascere. l critici sono nati di capra, allattati per esser capre da una maestra di SCUOLA superiore e sono caprinamente ubriachi di fronte a un'opera d'arte.La differenza tra un artista e un critico è questa: " L'artista crea mentre il critico bela"

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