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visual arts vs. alternative rock/ close encounters

(…)Don Van Vliet (alias Captain Beefheart), leggevo da qualche parte, si era ad un certo punto ritirato dal mondo del rock per dedicarsi completamente alla sua pittura.
L’approccio musicale di Captain Beefheart e di molti suoi compagni della prima stagione psichedelica (parliamo quindi della seconda metà degli anni ’60), era smaccatamente trans-settoriale e spessissimo gli “sconfinamenti” artistici erano indirizzati verso il territorio delle arti visive. Immaginare il Capitano in estasi definitiva davanti a tele e pennelli, quindi, mi risultava assai poco faticoso ed, anzi, quasi logico, vista la natura profondamente evocativa ed immaginifica della sua produzione musicale con la Magic Band.
Gli anni ‘60 furono un periodo di fondamentale importanza per il sorpasso di una certa estetica di fondo nel mondo della musica popolare: prima di allora, infatti, la scelta era fra cantautori “seri” o menestrelli pop; mescolare i cliché poteva essere pericoloso, poteva essere un tradimento (il “Judas!” rivolto a Manchester nel 1966 ad un astioso ed incredulo Bob Dylan “elettrico” ha molto da insegnare a riguardo). La West Coast, il Garage, il respiro metropolitano dei Velvet Underground (e chi più ne ha più ne metta) stavano per minare le basi della musica popolare e, per natura, includevano nei propri processi creativi le altre forme artistiche creando le prime, seminali, associazioni fra rock e arti visuali, delineando anche in campo musicale la figura dell’artista “totale”.

Queste associazioni fra musica e arti visive (relative alla vita privata dei singoli o incluse programmaticamente nella produzione dei gruppi sotto forma di stage-performances, sideprojects o, più semplicemente, attraverso la produzione di materiale artistico promozionale) hanno formato nel corso degli anni delle interessanti sottotrame nella ingarbugliata rete della scena rock, evidenziando la sensibilità interdisciplinare di molti dei suoi protagonisti, assumendo significati ed importanze differenti a seconda del periodo storico e delle tendenze musicali.
Se negli anni ’60 dominavano le forme di associazione diretta fra apparati visuali e performances musicali (fondamentali le esperienze onstage di Fluxus, Red Krayola, Velvet Underground+AndyWharol e della cosidetta “scena loft”) nell’ottica di una ricerca orientata alla definizione di un rapporto arte-vita, gli anni ’70 possono essere considerati come ambiguamente in bilico fra due differenti istanze.
Ad opporsi sono due differenti spiriti di ricerca: il primo (dominante nella prima metà del decennio) è una sorta di approfondimento dei temi poposti dalla psichedelia anni ’60. Un esempio eccellente di questo mood è dato dalla incredibile stagione del Krautrock in Germania, segnata dalle esperienze totalizzanti, performative e profondamente visuali di gruppi storici della ricerca rock (Can, Amon Duul, Neu ma soprattutto, per quanto riguarda gli incontri fra componenti visuali e musicali, Faust). Nella seconda metà dei ’70, e soprattutto sul finire del decennio, d’altronde, emerse e si impose decisamente quell’estetica iconoclasta e nichilista fatta propria dal Punk e dalle frange più scure della New Wave. Eccelsi, ad esempio, i contributi visuali (sotto forma di complessi dischi/oggetto e di elaborate performances live) dei Throbbing Gristle: pionieri del rumore elettronico e quindi, va da se, di una serie sconfinata di tendenze musicali future.
Gli anni ‘80 e ‘90 possono essere considerati un periodo di transizione: in questi anni l’underground musicale corregge decisamente il tiro ed inizia quel fenomeno di intimizzazione che porterà la ricerca in campo rock ad una dimensione complessivamente più intimista e raccolta. L’esplosione del fenomeno del pop “alla-MTV”, sospinto dalla comunicazione globalizzata propria del mezzo televisivo, crea una nuova cappa sulla scena e il lento ritorno delle avanguardie musicali verso sale prove e scantinati provoca da parte degli artisti un’abbandono delle modalità “pubbliche” di interazione fra i differenti campi artistici in favore dello sviluppo di ricerche visuali più personali, relative alle esperienze dei singoli artisti.
Le conseguenze del pressoché totale abbandono di una qualsiasi seria politica di scouting da parte delle multinazionali del disco, ormai impegnate esclusivamente nella programmazione a tavolino della Next Big Thing di turno, si riscontrano nella completa negazione di una platea veramente “popolare” agli artisti dell’alternative-rock. Nel 72 la EMI produceva con grande dispendio di mezzi “Faust” il primo disco della band omonima… riascoltatelo e pensate ad una cosa del genere ai giorni nostri.
E’assolutamente impensabile.

   

 

Un’analisi per esempi sulle forme di interazione fra arti visuali e musica di ricerca contemporanea ci mostra, quindi, una scena composta da artisti che vivono il rapporto musica/arti visive come una questione fondamentalmente interiore, una rielaborazione delle proprie attitudini e sensibilità artistiche che viaggia in un perenne e proficuo doppio senso di marcia.
il lavoro di Arrington de Dyoniso, ad esempio, si contorce attorno agli stessi, anarchici, valori formali cui fa riferimento la musica dei suoi Old Time Relijun : orfana 50 e 50 di Beat Happenig e Captain Beefheart & his Magic band (lo stesso “old time relijun”, d’altronde, deriva da uno dei blaterii più in vista della caotica “moonlight on Vermont”, brano di “Trout Mask Replica”; uno dei capolavori di Beefheart). Il tratto aspro e selvaggio, spesso niente più che semplice biro su carta da fotocopie, si aggroviglia a formare o suggerire icone piuttosto inconsuete ed originali, soprattutto per la cultura figurativa americana. Frequenti ed importanti sono infatti i riferimenti a miti e costumi della classicità o del periodo bizantino, ma, più in generale, al fantastico come luogo assoluto. Un luogo pulsante ed autogenerativo, dove forme e sostanze si mescolano e si danno vita l’un l’altra in affascinanti catene di simboli, persone, cose. Il rapporto fra arte è musica è sublimato in lui in una conseguenzialità praticamente assoluta.
Conseguenzialità riscontrabile anche nei piccoli ed intensi acrilici di Mick Turner, che con Warren Ellis (violino) e Jim White (batteria), è un terzo dei Dirty Three, nonché sofisticato chitarrista solista e collaboratore di numerosi artisti della migliore scena post-country. Formatisi sul finire degli anni 80, i Dirty Three continuano ad essere una delle più interessanti formazioni della attuale scena rock. Le loro cinematografiche “colonne sonore” sono praticamente senza tempo, ed il gruppo è fra i pochi che, pur temperando le spigolosità degli esordi, è riuscito a non perdersi in una codificazione strutturale asfissiante e/o iper-geometrica: triste destino di molti fra i prime-movers della scena post-rock strumentale. Le calde e materiche pennellate di Turner, da sempre autore dei migliori artworks della band, rispecchiano la tendenza del gruppo ad includere componenti casuali e gestuali nella grammatica musicale. Un trattamento quasi “acustico” del colore, l’improvvisazione ed il gusto per la progressione in crescendo ed una sensibilità acuta e profonda per gli elementi naturali e gli eventi atmosferici, sembrano essere la migliore chiave di lettura di tutta la sua opera artistica.
L’infanzia (trascorsa fra i boschi del North Carolina), è una componente fondamentale dell’opera di Harrison Haynes: leggeri acquerelli che mettono a fuoco, caricandole di significati e valori aggiunti, vecchie istantanee che l’artista realizza fin da quando era bambino. La sua carriera musicale come batterista dei Les Savy Fav ha portato Harrison nella Grande Mela (dove attualmente risiede) e lo sviluppo di questi acquerelli, che si presentano praticamente come una serie infinita, una specie di work-in-progress lungo una vita, è nato proprio dagli stimoli della Grande città: stimoli ed impressioni che colorano di toni scuri e a volte misteriosi quelle che potrebbero altrimenti essere considerate idilliache scenette di vita campestre.
I luoghi, gli oggetti e i personaggi di Haynes non parlano solo di se stessi: ognuno, attraverso impercettibili particolari, manifesta l’esistenza di qualcos’altro: simboli, strategie, rapporti di forza o semplicemente la sensazione di un’evento imminente ed imprevedibile.
Gli incontri fra arti visive e musica rock hanno da sempre un’altra categoria di protagonisti. Si tratta di artisti che, pur non essendo musicisti, lavorano o hanno lavorato a stretto contatto col mondo del rock, assorbendone di conseguenza stimoli e nevrosi.
Decana della categoria, Cynthia Connolly ha tratto dalle sue numerose esperienze come reporter al seguito di gruppi rock (soprattutto della scena di Washington D.C.) una sensibilità artistica decisamente affine ad alcuni valori tradizionali del sentire “on the road”.
Assai ricorrente nelle sue assembrate installazioni fotografiche è, infatti, il tema della strada, del movimento veloce e costante imposto come ritmo naturale dalle interminabili highways americane. Queste immagini, minimali e spesso piuttosto severe, parlano tuttavia ai nostri occhi di un’artista romanticamente randagia e costantemente “in cerca”.
Le foto di artisti, invece, ci mostrano protagonisti più o meno noti (fra tutti: elliot smith, fugazi, unwound, warmers…) della scena rock americana in atteggiamenti solitamente assai quotidiani, se non distratti. Sono ritratti affettuosi ed intimi, che mettono a nudo la profondità dei rapporti di amicizia e di condivisione che si creano in un gruppo musicale.
Una terza tematica è data dalla rappresentazione maniacale di oggetti comuni. Queste foto possono essere ricondotte alla generica sensibilità “itinerante” di cui si parlava prima: si tratta infatti di souvenirs necessari a stabilire, attraverso l’identificazione e la “catalogazione” di un immaginario quotidiano e familiare (macchine per il ghiaccio, cabine del telefono, automobili…), una connessione quanto più universale possibile fra i luoghi del viaggio, della vita, dell’esperienza. Amici nella musica e nella vita, Jodi Buonanno (Secretstars) e Geoff Farina (Karate, Secretstars) condividono un’attitudine artistica decisamente intimistica e personale. I delicati ma intensi action paintings di Jodi, eseguiti durante una performance con lo stesso Farina (che forniva la colonna sonora dell’ evento con il suo lavoro solista “blobscape”), sono esplorazioni dirette e immediate di emozioni lievi e passeggere, guizzi ispirati dalla musica e ad essa indissolubilmente legati. Gli action paintings e il cd “blobscape”, infatti, vengono esibiti insieme, per ricreare l’atmosfera della performance. I piccoli e meditatissimi collages geometrici di Farina, invece, portano lo spettatore a condividere con l’artista una dimensione creativa quantomai “casalinga” e sottilmente introspettiva. Un bricolage psicoanalitico che oppone la leggerezza della materia artistica alla profondità virtualmente sconfinata delle emozioni tirate in ballo.
Artista visuale, musicista, cantante, compositrice, performer, fotografa, film-maker, Meira Asher è un artista a 360°. I suoi CD da solista (“dissected” e “spears into hooks”, entrambi su crammed discs rec.) sono stati acclamati dalla critica e dal pubblico come lavori di una compiutezza inarrivabile. La sua attività di fotografa e regista, invece, attende di essere degnamente presa in considerazione e procede lentamente sugli stessi, angoscianti temi della produzione musicale. Artista Israeliana, Meira ha sempre dimostrato una grande attenzione per i problemi della sua terra, con un occhio di riguardo per i risvolti più umani e sotterranei dell’eterno dissidio fra Israele e Palestina. Le sue immagini, rielaborazioni digitali di materiale medico (radiografie, cartelle cliniche etc.), scavano nel malessere quotidiano di una popolazione costretta a soffrire, portandoci per mano su sentieri mai retorici o banalmente oggettivi. Il suo ultimo lavoro su disco (accompagnato come al solito da un’elaborata stage performance ed attualmente in tour in Europa), “Infantry”, è realizzato insieme a Guy Harries e si presenta come un concept sulle forme di sfruttamento e militarizzazione dell’infanzia.
Le rarefatte atmosfere digitali di Christophe Stoll, grafico, artista e musicista (da solista con lo pseudonimo “Nitrada” e anche come batterista della punkband Motorambo), avvolgono tutto il suo complesso work-in-progress: www.nitrada.com. Frequenze minimali e grafiche fredde e defunzionalizzate si sposano in progetti aperti (l’ultimo “0+”, ad esempio) che vedono la collaborazione di molti altri artisti della scena elettronica tedesca, coordinati dall’ottima etichetta 2nd rec. Di Amburgo. Un lavoro complesso ed intricato che vive in funzione dell’esperienza diretta dello spettatore; che fa delle componenti di interazione e esplorazione del singolo utente una parte integrante della stessa esperienza artistica.

Marco antonini


Rock action
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Press releasE ::

rock>action é una rassegna di arti visive (pittura, fotografia, arti grafiche, video, net-art).
I partecipanti sono stati scelti esclusivamente dal mondo della musica rock contemporanea e possibilmente dalla scena alternative (con tutte le eccezioni del caso).
Il fine ultimo della rassegna é richiamare attenzione sulla qualità del lavoro artistico visuale di molti protagonisti della scena musicale internazionale, svelandone un aspetto nascosto o destinato, a volte, a sfogarsi esclusivamente nella realizzazione di artworks e materiale promozionale per le band.
Questa scelta deriva dalla constatazione dell'elevato livello qualitativo di alcuni di questi artisti: una qualità che assicura la fruibilità dell'evento anche ai non conoscitori delle carriere musicali e delle vicende personali dei singoli autori.
rock>action si propone come un’analisi attuale delle forme di interazione fra arti visuali e musica di ricerca contemporanea : un excursus sul lavoro di artisti che vivono il rapporto musica/arti visive come una questione fondamentalmente interiore, una rielaborazione delle proprie attitudini e sensibilità che viaggia in perenne e proficuo doppio senso di marcia fra le due discipline.

Ecco gli artisti in catalogo:

1.Mick Turner (Dirty Three) > pittura
2.Meira Asher > video
3.Cynthia Connolly > foto
4.Geoff Farina (karate) > disegno/grafica/istallazione sonora
5.Jodi Buonanno (Secret Stars) > pittura
6.Arrington DeDyoniso (OldTimeRelijun) > disegno/pittura
7.Christophe Stoll (Nitrada/Motorambo) > netart/grafica
8.Harrison Haynes (Les Savy Fav) > pittura


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a cura di marco antonini (ass. cult. Mirada)
dal 4/10 al 26/10
circolo “Sestosenso” (via Petroni 9/c, Bologna)
ingresso libero dal lunedi' al venerdi' dalle 13.00 alle 21.00, il sabato dalle 18.00 alle 22.00,
Info: marco antonini
via oriani 45
48100 Ravenna
054439005 + 3406113685
e-mail:marculaz@libero.it
web:www.mirada.it