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.::GIRLS AGAINST
BOYS + ZU::.
Milano, csa Leonkavallo sabato 2 novembre 2002
Concerto nella sala grande del Leonkavallo,
d'altronde i GIRLS VS BOYS hanno un nome di sicuro richiamo
e questa si può prevedere una buona affluenza. Non
c'è dubbio che un gruppo del genere, intendo dire
così longevo e così conosciuto, possa riportare
sotto al palco una moltitudine di facce e di persone che
non vedevate da tempo. Per molti si tratta proprio di questo,
di una "rimpatriata"; mi intristisce fare un parallelo
del genere, ma credo che per certi versi sia un po' come
le reunion di qualche vecchia gloria, di quelle che "ti
toccano" anche quando sai che forse non ci vai neppure
per dei motivi strettamente musicali (mio Dio avevo sperato
di non dover mai scrivere questa frase).
Passiamo al concerto vero e proprio e facciamolo parlando
degli ZU. "ZU de Roma!!!", "er prodotto mejo
esportato" della capitale è in forma questa
sera, delle volte che li ho visti io, forse è quella
in cui funzionano di più (anche se va detto che già
il loro livello minimo è tale che potrebbe fare invidia
a chiunque). Una sezione ritmica che viene sincronizzata
da un orologiaio svizzero, tempi sincopati e nevrosi che
amputati ai RUINS (non capisco perché nessuno li
abbia ancora citati), qualche zornismo del periodo PAINKILLER-MASADA...la
ricetta degli ZU dal vivo è irresistibile. Forse
il difetto più grande degli ZU potrebbe essere che
avendo un'accento così personale e marcato, dopo
una trentina di minuti rischiano di risultare ripetitivi,
un po' come fare un'indigestione della propria specialità
preferita....ma credetemi, per una mezz'ora si ha l'impressione
di essere andati al circo e non ad un concerto. Il basso
e la batteria che compiono una serie di impossibili numeri
di equilibrismo, un sax come i numeri coreografici compiuti
dagli elefanti, loro stessi che intrattengono il pubblico
con una tranquillità ed una padronanza degna di un
presentatore, "mancano le scimmie!" direte voi?.
Come in ogni metafora le scimmie ovviamente guardano, quindi
chi meglio del pubblico?..un pubblico tutto divertito che
regredisce pian piano a forme di vita antropomorfe e riscopre
la dimensione ludica del concerto.
Breve cambio di set ed ecco il gruppo che fece sussultare
post-punkers e indie-rockers della generazione precedente.
Che dire dei GIRLS VS BOYS?...parlare di quanto è
brutto "Freakonica"?, scrivere che nonostante
il recupero dell'ultimo disco, da dopo "Cruise yourself"
sono andati lentamente declinando?. McCloud è sempre
il padrone del palco (una delle voci preferite del sottoscritto..soprattutto
con i NEW WET KOJAK), due bassi che procedono inesorabilmente
e lentamente come due trattori, la batteria che "più
rock di così non si può", un'esperienza
che passando per i SOULSIDE (basteranno mai delle parole
per regalare ad "Hot body gram" la gloria che
non ha mai avuto?). Una sola grossa, enorme nota stonata,
l'assenza di mr. Eli Janney...ed è dura vivere senza
i suoi coretti in falsetto, senza le sue soluzioni melodiche,
è difficile per un gruppo i cui pezzi migliori vengono
tutti dal vecchio repertorio (che d'altro canto viene saccheggiato
a piene mani). Grandi i GIRLS VS BOYS, perché grandi
sono stati, ma non è come allora, non è come
vedere il vecchio pugile quando deteneva ancora il titolo;
ovvio la classe non è acqua e lo stile ancora meno,
ma gli anni passano per tutti.
Ics
.::G.I. JOE: UN DUO CHE
SPACCA PER DUE E 1/2 (Live al Velvet di Aviano::.
Li ho sentiti
per caso, ero andato a vedere il live degli Ikara Colt
al Velvet di Aviano (PN). Si presentano sul palco due
ragazzi, uno siede alla batteria, uno imbraccia un basso.
Iniziano a suonare una nervosa trama ritmica con
grande tiro e precisione. "Fanno i fighi" penso io "il
chitarrista entra dopo".. sbagliato. Non c'è nessun altro
nei G.I. JOE, gruppo di Conegliano (TV). Dopo lo sgomento
iniziale mi rendo conto che in fondo il chitarrista non
serve, il basso di Ale e la batteria di Riccardo riempiono
il suono in modo completo e aggressivo. L'esecuzione dei
pezzi è perfetta, giri di basso semplici incastrati con
batterie complicate e viceversa, il tutto in un susseguirsi
di incastri stop e ripartenze di precisione chirugica.
Fate conto di sentire One Dimensional Man senza la chitarra
di Giulio e un po' più epilettici, sempre che sia possibile.
Canta poco Ale, più che altro a volte sputa rabbia ed
energia nel microfono mentre si dimena con suo basso.
A me piacciono i suonatori dinamici e non c'è che dire
l'unione dei movimenti del duo con l'alternarsi di parti
più "matematiche" ad altre più marcatamente rumorose è
un bel vedere. Ad un certo punto se ne escono addirittura
con una cover dei Chrome Cranks (Hot Blond Cocktail da
"Love Exhile") da cardiopalma. Il concerto finisce tra
gli applausi del pubblico, catturato dall'energia del
gruppo. Ma
cos'era? Post-punk? Math rock? Post-noise? Bah!! Era una
cosa maledettamente bella da sentire e vedere. Mentre
si prepara il palco per gli Ikara Colt corro a conoscere
questi fenomeni e ad acquistare il loro ep intitolato
semplicemente G.I.JOE che si presenta in una confezione
tipo "busta" eccezionale fatta a 4 mani da loro stessi.
"Siamo influenzati dal suono americano di Shellac, Fugazi,
Jesus Lizard, ma abbiamo ascolti piuttosto eterogenei
che spaziano dal jazz al soul, passando per la disco-music
e il funky." dice Riccardo il batterista "Il nostro obiettivo
è quello di creare una musica perfetta come colonna sonora
di selvagge sedute sessuali,ma siccome entrambi con l'altro
sesso non ce la caviamo poi così bene per adesso siamo
ancora lontani dal nostro obiettivo…" Complimenti a parte
una sola ultima domanda: "Riccardo quanti anni avete?"
"21, tutti e due" Merda! 21 anni e sono già il mio gruppo
preferito, senza lo strombazzare dell'NME e della nuova
ondata del rock'n'roll…
Onga @
courtesy Martini Bros
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.::SIGUR ROS in concerto::.
Milano, Rolling Stones lunedì 14 ottobre 2002
Milano, ore 21 circa - il
giro a vuoto per trovare un parcheggio ci ha portato rapidamente
lontano dal Rolling Stone. Ci troviamo ad attraversare
lunghi viali deserti, scuri e attraversati da auto sfreccianti.
Un deposito di autobus. Un cavalcavia con ampia panoramica
su un complesso di fabbriche abbandonato e sventrato.
Sembra di essere in qualche triste città industriale
della Russia, in pieno autunno, appena prima che cada
la prima neve.
Da Kiev di nuovo a Milano, in un viale alberato, buio
ma familiare.
Entriamo nel locale con tutta calma, incuranti del fatto
che il concerto sta per iniziare. Ci sistemiamo. C'è
fermento. Un suono simile a un battito cardiaco sempre
più veloce (è l'intro di Svefn-g-englar),
un'ovazione e partono le prime note.
Lente. Ipnotiche.
Respiro anch'io lentamente.
Il gruppo è poco illuminato. Sembrano quattro ombre
tra noi e un fascio di luce, rossa, proiettata verso il
pubblico. A volte la luce si muove. Gira lentamente, come
un faro, cambia colore, diventa blu, verde, bianca. In
certi momenti sembra quasi lei, la luce, la protagonista
del concerto, se non fosse che i quattro suonano con una
bravura nascosta, come una promessa incorrotta, particolari
e puri come il paese da cui provengono. E le note lente
come il nostro respiro, la voce in falsetto di Jonsi e
l'accompagnamento del trio di archi, diventano un'esperienza
da assaporare con tutti e cinque i sensi.
I pezzi sono quasi tutti dell'ultimo album, intitolato
semplicemente ( ). I testi sono in islandese, ma potrebbero
essere benissimo in una lingua inventata. Oppure potremmo
essere noi, gli spettatori, ad inventare i testi, a riempire
le parentesi ( ) lasciando libero spazio all'immaginazione.
Jonsi suona la chitarra con l'archetto, come Jimmy Page
dei Led Zeppelin.
Luce verde. Jonsi piegato in due con l'archetto in mano.
Sembra un'ombra grottesca. Anche l'intro rumorosa è
grottesca ma suggestiva, diversa da quella che ho sentito
sull'album, ma dalla prima nota riconosco Ny Batteri.
Ovazione del pubblico. La voce di Jonsi è dolce
e potente al tempo stesso. Non ho mai sentito nessuno
cantare così.
Dopo Ny Batteri (che mi ha fatto venire la pelle d'oca)
ricomincia il repertorio di pezzi del nuovo album, interrotto
solo da Svefn-g-englar (altra ovazione del pubblico),
e da un intermezzo di archi, in cui anche il faro di luce
si è spento, lasciando spazio a una serie di puntini
luminosi sullo sfondo che fanno pensare a una nevicata.
Inverno islandese.
L'ultimo pezzo è un crescendo. Luce bianca. Il
ritmo si intensifica e il batterista colpisce sempre più
forte. Non me l'aspettavo dai Sigur Ròs, ma ci
voleva. Mi dà la carica. Le note arrivano dritte
all'anima. La luce bianca passa oltre il gruppo, oltre
gli spettatori, e va a perdersi in un punto infinitamente
lontano dietro di noi, insieme a noi, al gruppo, alle
note e agli applausi finali.
Nessun bis. Dopo due ore ininterrotte di spettacolo il
gruppo ringrazia (takk) e fa l'inchino.
Anche noi ringraziamo.
Luca

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