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.::Moka/I plan on leaving tomorrow::.
autoprodotto
Pur essendo una autoproduzione
la qualità sonora e gli arrangiamenti sono davvero
ben curati, come lo è anche la grafica del packaging.
Alcuni brani, sono cantati in italiano, la maggior parte
strumentali...intrecci e aperture, i pezzi sono differenziati
tra loro anche dall'aggiunta di vari strumenti
Suona alle volte un po' troppo post-rock, con i suoi standard
del caso, ma questo non toglie che agli amanti del genere
possa davvero piacere.
§da
quanto tempo suonate insieme? Il nome moka risale
al '98 ,ma l'attuale formazione si è costituita nel
2000, quando le esperienze musicali di tutti e quattro i
componenti si sono incontrate e si sono influenzate a vicenda.
§pur
essendo il vostro un buon prodotto, il cd è autoprodotto
e non distribuito...come mai pensate che ci sia questo “blocco”
da parte anche delle piccole etichette a prendere nuovi
gruppi?Pensiamo che negli ultimi anni la situazione
musicale italiana si è notevolmente evoluta, aprendosi
a nuovi generi. purtroppo gli investimenti rimangono troppo
spesso a beneficio di limitate fruizioni musicali.
Per quanto riguarda la nostra esperienza, abbiamo avuto
contatti e buoni apprezzamenti-nonostante l'autoproduzione
sia stata una scelta- da etichette indipendenti italiane,
ma quasi sempre i budget erano troppo limitati per delle
distribuzioni. Riteniamo quindi di trovarci in una scena
musicale in procinto di apertura ma con ancora molte lacune.
§nel
disco compaiono molti altri strumentisti esterni al gruppo,
è stata una scelta voluta o si sono inseriti con
il tempo? Le collaborazioni si sono sviluppate in
seguito a jam session con artisti che stimavamo. In particolar
modo le collaborazioni con Andrea (violino) e Lorenzo (voce)
sono continuate anche nelle varie esperienze live. Importante
è stata per la realizzazione del cd la collaborazione
nonchè co-produzione con Luca Novelli (Marilù
Loren). L'elemento chiave di tutte le collaborazioni rimane
comunque la massima libertà espressiva di cui godono
i vari musicisti che portano se stessi nei pezzi senza nessuna
censura da parte nostra.
§come
mai la scelta di cantare in italiano? La scelta non
è stata nostra ma di Lorenzo a cui abbiamo dato piena
fiducia rispettando la sua idea di canzone.
§avrete qualcuno
che vi aiuterà nel trovare delle date o ve ne occuperete
voi?! Cercando spazi per suonare
dal vivo, ci siamo resi conto che muoversi in prima persona
è spesso l'unica soluzione per fare molte date puntando
sul live come mezzo per farsi conoscere a pieno, anche se
in alcune occasioni moto utile si è dimostrato l'aiuto
di persone del settore.
ju
in questo numero vi presentiamo una
piccola e nuova rubrica "a post-eriori" che vorrebbe
ripescare vecchio materiale ormai dimenticato e magari non
apprezzato, e che in qualche modo ha forse anticipato i
tempi
.::UZEDA::.
1991, gli anni passano, eppure
se la memoria non mi inganna, in quello stesso periodo sugli
schermi di VideoMusic passava un video di questi tizi siciliani
la cui cantante era legata oppure era avvolta da qualcosa
simil domopac. Il video non sarà stato nulla di speciale,
ma mi ricordo che sia io che i miei imberbi "compari"
musicali ell'adolescenza rimanemmo colpiti dalla canzone
(che per gli onori della cronaca credo fosse "Hallucinated
Games").
OUT OF COLORS, uscito nel 91 per l'A.V.ARTS esordiva proprio
così: con un pezzaccio di rock americano dinamico
e divertente, un po' uno specchio per le allodole su di
un disco che in realtà risentiva ancora molto delle
atmosfere wave degli eighties.
Non so cosa pensino gli Uzeda a proposito di questo disco,
ma so per certo che molti dei fan che acquisteranno in seguito
lo sottostimano ingiustamente. L'esordio degli Uzeda in
realtà non è un disco banale e col senno del
poi, perle wave come "Goddamn thoughts", "Between
the lines" (che parrebbe fare un po' il verso alla
Siouxsie più in forma), il "college-rock"
(?) di "Hallucinated games" e "Big Face"
potrebbero essere stati segnali del fatto che ci si trovasse
di fronte ad un purosangue.
Gli Uzeda lascieranno passare tre anni per ritornare in
studio con un tizio chiamato Albini, che allora più
che post rock ed amenità varie, ai più suggeriva
la parola "punk". Il disco in questione è
WATERS e la trasformazione degli Uzeda ormai è in
atto, i catanesi, un po' per mano della produzione, un po'
per mano loro, un po' per mano del destino si trovano a
naufragare nei Sargassi del post-punk (altro che post rock!),
fra SST e Touch And Go, Sonic Youth, Big Black e chissà
quant'altro.
Giovanna Cacciola ormai è posseduta da una Kim Gordon
in piena crisi psicotica, Agostino inizia a far sferragliare
la chitarra come se fosse in officina, nonostante questo
però, Waters rimane un disco morbido, cupo, violento
geometrico, ma pur sempre fruibile. Secondo alcuni, questo
non è solo il capolavoro degli Uzeda, ma anche uno
dei migliori dischi dei primi Novanta. "I'm getting
older", "It happened there" sono comete ibride
di noise-punk con una coda malinconico depressiva degna
(dove "degna" non significa "derivativa")
dei migliori momenti della premiata ditta "Moore-Ranaldo".
Sempre con il senno del poi, su Waters, fra schegge noise,
rock songs, psichedelia e sempre meno new wave, si possono
scovare gli Uzeda che saranno di lì a poco: "Save
my snakes", "Big shades tides".
Trascorre un altro anno, i "picciotti" si curano
i loro contatti (cosa da non sottovalutare nella storia
del gruppo...ma il genio non è anche questo?) e visto
che per fortuna all'estero le orecchie di molta gente funzionano
a dovere, arrivano ala corte di mr. Peel. Registrazione
grande come al solito (tanto da non sembrare neppure un
live), ma come sarebbe potuta andare diversamente? Il live
è sempre stata la migliore credenziale con cui gli
Uzeda si presentavano: una "manifesta superiorità"
rispetto alla maggioranza dei contemporanei (cosa che ho
potuto testare di persona in diverse occasioni).
Se questa storia fosse finita qui, ci sarebbe il materiale
sufficiente per dichiarare la carriera della band catanese
fuori dal comunque (quantomeno per un gruppo italiano e
non solo), ma non è per nulla finita. Nel 95 gli
Uzeda ritornano in studio con Albini e registrano un mini
in cui le avvisaglie noise-chicagoiane della peel-session
(in cui compariva già "Higher than me")
si concretizzano. La formazione si riduce a 4, che diviene
anche con il titolo del loro debutto su Touch and Go, che
ormai si avviava a diventare l'etichetta del momento.
Agostino e Giovanna ormai non suonano, "dialogano"
(e se la chitarra di Agostino in "Sleep deeper"
non parla, allora ditemi voi cosa sta facendo), mentre la
sezione ritmica ormai è quasi in "stand-by".
Proprio queste ripetizioni meccaniche (qualcuno ha detto
"math"?) della sezione ritmica (e che sezione
ritmica!) trasformano gradualmente il gruppo siciliano in
una inarrestabile pressa idraulica.
Passano altri due anni e nel 97 "the sicilian band
on Touch and go" arriva al capitolo conclusivo: DIFFERENT
SECTION WIRES. In studio, superfluo a dirsi, c'è
Albini, la metamorfosi è completa ed ogni residuo
wave o indie o rock che sia è definitivamente scomparso,
rimangono solo
pezzi geometrici, scarni, concettuali, claustrofobici e
più che mai ossessivi. Se gli altri gruppi con il
passare del tempo si rammolliscono, gli Uzeda invece diventano
ancora più taglienti tanto da sembrare cocci di bottiglia.
Per molti un disco fin troppo spinto all'eccesso, per altri
una perfetta fusione fra dissonanza, ruvidezza e la carcassa
decomposta del punk. Giusto il tempo di un tour americano
in compagnia dei Paul Newman (i più dissonanti assieme
ai più melodici, buffo no?) ed il miracolo italiano
va in frantumi. Poi Indigena, i Bellini, i Rachel's e tante
altre belle storie, ma mai più Uzeda, che diventano
un ricordo, proprio come il vecchio re a cui avevano sottratto
il nome.
Ics
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“INSIDEOUT”
racconta l’esperienza delle Serate Illuminate”,
festa estiva con performance artistiche nel parco del
Centro Residenziale Franco Basaglia di Livorno, negli
anni 1998-2002, con il linguaggio delle fotografie e
della musica.
Il “Basaglia” è nato nel 1994 per
ospitare cittadini livornesi ricoverati nel Manicomio
di Volterra, negli anni successivi ha risposto ai bisogni
di altri cittadini con lunghe storie di sofferenza e
di dolore che lì hanno trovato uno spazio, un
tempo, un pensiero che lì ha “contenuti”
e che tuttora per-mette loro una vita dignitosa e serena.
Nel Basaglia si intrecciano le 5 case dei 22 pazienti
e le aule dove studiano e si incontrano, variamente
distribuiti, educatori, studenti, infermieri, medici
volontari ... italiani
e stranieri: una “casa” dove i pensieri
girano, si incontrano e che offre alloggio e diritto
di cittadinanza anche ai pensieri primitivi, cercando
di renderli più consapevoli e vivibili.
Serate Illuminate è nata dalla sinergia di tutti
i soggetti che nel corso dell’anno attraversano
gli spazi e riempiono il tempo del Basaglia. In particolare
è rivolta alle fasce giovanili composte da coetanei
dei tirocinanti e studenti che con noi condividono la
quotidianità e che spesso non trovano spazi di
espressione nella città.
Rendere attraversabile e, quindi, trasparente lo spazio
dove vivono pazienti gravi e gravissimi vuol dire combattere
la cronicizzazione e l’emarginazione proponendo
il protagonismo degli ultimi, di quelli che “non
hanno le parole”.Trovare una “casa”
per i pensieri, dice il personaggio del Matto nel Re
Lear di Shakespeare, è la cosa più importante
e difficile.
Quotidianamente nel nostro lavoro mettiamo insieme frammenti
di oggetti, di pensieri, di colori, di esperienze altrimenti
opachi e non utilizzabili, come fa, appunto il poeta
con le parole e come ha fatto quell’anonimo sarto/a
che, mettendo insieme con pazienza e con amore anonimi
pezzi di stoffa apparentemente senza valore, ha magicamente
dato vita alla maschera-persona di Arlecchino.
L’arte e la terapia possono essere una faccenda
scomoda, perturbante anche per i possibili fruitori.
Nella Repubblica, Platone sottolinea che l’arte
e gli artisti suscitano un sacro timore, sono considerati
un pericolo per l’ordine e sono sottoposti ad
una strana censura, ad un rito che sembra volerne esorcizzare
la potenza destabilizzante: “.... Se un tale uomo
viene da noi per mostrarci la sua arte ci metteremo
in ginocchio da lui, come davanti ad un essere raro.
L’ungeremo con la mirra, gli porremo un serto
di lana sulla testa e lo manderemo via, in un’altra
città.” Un dialogo più stretto tra
creatività artistica e medicina può essere
una faccenda scomoda per tutti
perché rompe il monopolio di un linguaggio clinico
tradizionale e delle sue paralizzanti certezze. Il prodotto
estetico ha il potere di proporre nessi imprevisti e
può far riflettere, anche dolorosamente, sui
profili dell’identità professionale, e
delle vicissitudini fisiche e psichiche dei diversi
attori sociali che animano il teatro della cura.Il parco
del Basaglia è abitato da decine di installazioni
artistiche più o meno effimere, più o
meno immobili, perché manipolate dalle intemperie
che ossidano le strutture ed alterano i colori, e dai
pazienti che con loro interagiscono. Anche i grandi
corridoi interni cominciano ad essere contaminati da
presenze di cose belle ed attraenti, pensate per suscitare
interesse.
Si lavora nelle case, nel parco, nell’orto ....
Si studia nelle aule ....
Si riflette nei gruppi di operatori e pazienti ....
Si fa sport, musica, pittura ....
In un fluire quotidiano si sperimenta il cambiamento
nelle cose ed in se stessi, negli altri, nasce la speranza
e l’idea del futuro.
Non conosciamo altre parole per descrivere il significato
profondo della chiusura dei manicomi voluta dalla legge
180. Visitatori stranieri e studiosi che per periodi
più o meno lunghi sono stati nostri “compagni
di viaggio” ci hanno restituito l’immagine
di un “Popolo del Basaglia”, un popolo fatto
da pazienti, operatori, familiari, volontari studenti,
artisti ..., un popolo che ha valori, credenze e culture
condivise e riesce a far vivere e crescere una esperienza
complessa e “magica” inspiegabile solo con
la razionalità organizzativa; un popolo che comunica
l’emozione di questa esperienza, emozione che
attiva desiderio di vivere che è il senso, vero,
di questo lavoro.Quando abbiamo sognato, la prima volta,
Serate Illuminate, abbiamo visto un museo all’aperto
di arte marginale nel parco del Basaglia, inserito negli
itinerari artistici e turistici della città;
abbiamo sognato che la vecchia lavanderia, abbandonata
nel parco, restaurata, diventasse il “Box Office”
del museo per esporre le opere più preziose e
delicate; abbiamo sognato scambi con artisti stranieri,
scambi e comunicazioni nuove, opportunità per
i nostri pazienti, ma anche e soprattutto per la città.
L’Azienda USL ha sostenuto ed accompagnato la
nostra esperienza con grande sollecitudine e partecipazione
e per questo ringraziamo i suoi dirigenti, ma anche
vorremmo ringraziare gli operai, gli elettricisti, i
cuochi, le sarte .... che ci hanno aiutato nei mille
problemi urgentissimi che man mano ci si sono presentati.
La città ha risposto con le centinaia di persone,
ogni anno più numerose, affollando i nostri luoghi
fino a notte fonda.
Grazie
Ivana Bianco
Playlist:
01. DESING-Una giusta rivincita nei confronti dell’ovvio
02. ANTONIO CASTIELLO-39emmezzo
03. TILAK-Le mirage
04. TRIO FORMICA-Storia d’amore in Polonia
05. CARNEIGRA-Ape per amore
06. CINQUE IPOTESI PER IRMA-Livorno
07. SANDRO SAINATI-Pesce solubile
08. TRIO FORMICA-Ferry boat
09. RAPPELLI & SAINATI-Spettrogramma
10. ANTONIO CASTIELLO-Rosso piccolo
11. TRIO FORMICA-Formica balcanica
12. ELECTROLOOPSETTING-Outsider
13. MARCO LENZI-Besso e Nerina
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