|

.::Yellow Capra::.
[autoprodotto 2003]
Di questi Yellow Capra so solo
che provengono dall'area milanese, che hanno suonato insieme
ai Giardini di Mirò e che Jukka ne ha parlato molto
bene. Pensate che il buon vecchio Jukka abbia solo riposto
alle esigenze delle pubbliche relazioni? Nulla di più
falso, infatti ce lo vedo il nostro "spilungone"
con un debole per la melodia che si adagia sulle melodie
ultrasuggestive dei brianzoli. Chitarra, batteria, un basso,
un violoncello ed un flauto traverso potrebbero indurre
nuovamente i mal pensanti a dire: "per forza gli son
piaciuti, suoneranno come i Giardini!", anche in questo
caso nulla di più sbagliato. Ora, entrando nello
specifico di questo mini, gli Yellow Capra suonano moooolto
post-rock, ma anche quelli più annoiati dal genere
non potranno fare a meno di notare la notevole capacità
di scrittura che emerge dai quattro strumentali di cui è
composto l’ep. Visto che per tanto senza paralleli
è difficile vivere, potremo abbozzare che si sta
dalle parti di Dirty Three (quelli più morbidi ed
evocativi), dei Rachel's meno cameristici, un po' di Mogwai
"con tanto sentimento" ed anche un pizzichino
di Hood che fa sempre figo e non impegna. Nonostante i riferimenti
anglo-americani di chitarra, basso e batteria gli arrangiamenti
di flauto e violino degli Yellow Capra danno un tocco "prog"
agli strumentali, in questo caso rimarrete sorpresi da come
"prog" non sempre significhi troppa tecnica e
zero gusto. Una primizia di stagione nel giardino dietro
casa.
contatti:yellowcapra@yahoo.it
Ics

.::Twig Infection/The big Blowjay (OMP)::.
[2nd record 2003]
Ricordate i Twig Infection?
Chemistry is ok (autoprodotto) e Home is female tomorrow
is singular (Freeland) e poi un silenzio di tre anni, tanto
che qualcuno li credeva morti, altre voci li davano in forza
alla mafia. Non so cos'abbiano fatto durante questo triennio,
ma qualsiasi cosa sia stata gli ha fatto un gran bene perchè
The Big Blowjay edito dalla crucchissima 2nd di Berlino
è una mina. I siciliani ritornano più melodici,
più maturi e con Francesco Cantone in forma strepitosa,
tanto che ad un primo ascolto le melodie vocali rimangono
piantate come un chiodo nelle orecchie. Un "melting
pop" di "indie-rock, post rock (no basta giuro
mai più) lo-fi-prog-folk" che demolisce metà
del catalogo Matador degli ultimi anni. Il paragone non
è per nulla casuale, visto che nonostante la musica
abbia una spiccata personalità il suono dei siculi
si può ricondurre alla tradizione "indie-scalaclassifiche"
yenkee e quante classifiche scalerebbero i Twing Infection
se fossero nati a New York invece che a Siracusa!. Sebadoh,
Sonic Youth, Brainiac, Shudder to Think, June of 44, Pixies,
Rodan, Unwound (con i quali condividono un irresistibile
gusto per l'arrangiamento "retrò"), non
so quali di questi gruppi abbiano amato, fatto sta che fanno
capolino echi di questo e di quello diluiti in una miscela
esplosiva. Rock arrangiato con archi, piano, moog, banjo,
cori, vocoder, elettronica il sapiente lavoro alla regia
di Ceasare Basile, "et voilà!" una pietanza
che stimola all'abbuffata. Come ogni disco ben riuscito,
ovviamente ci sono anche le classiche tracce che stendono
come un "uppercut" tirato in pieno volto (Speak
and span in the land of Chan, As if I could know, Successful
sense of failure), devo aggiungere altro?
contatti:
www.twiginfection.com
- info@twiginfection.com
Ics
…courtesy Sodapop (coming soon on www.sodapop.it)

.::Goodmorningboy/Song=epitaph:outtakes::. [Urtovox/Audioglobe
2003]
Non so se ve ne siate accorti
ma la Urtovox ultimamente sta sfornando una serie di uscite
niente male, tanto da non sfigurare nel confronto con la
più blasonata Homesleep, per la quale l'unico parallelo
potrebbe essere stabilito nell'alta fruibilità delle
uscite. Anche i Goodmorningboy non si allontanano da questa
capacità di scrivere canzoni decisamente godibili,
infatti non si nutre alcun dubbio sul fatto che se i nostri
invece che veniti fossero inglesi o americani probabilmente
potrebbero giocarsela per qualche major. Folk, rock acustico
pesantemente influenzato dagli Sparklehorse per i quali
spesso traspare una adorazione quasi maniacale. Qualche
venatura leggermente "vintage", nello specifico
direi "seventies" e perizia tecnica contornano
questo paesaggio folk facilmente accessibile a tutti. Di
recente li ho visti dal vivo e posso assicurarvi che non
sono il classico prodotto di un buono studio, poiché
live non perdono per nulla il loro impatto. Bravi, anche
se comunque ala fine dell'ascolto del cd nasce spontaneo
chiedersi perché, viste le capacità tecniche
e la qualità delle canzoni, non abbiano provato a
ricercare un po' di più invece che adagiarsi sullo
stile di Linkous.
Ics
.::To the Ansaphone-s/t”::.
[Heartfelt records www.heartfelt.it
2003]
La new sensation fiorentina, quelli che
bazzicano il circuito punk nostrano ne avranno già
sentito parlare, per gli altri un nome da inserire nel taccuino
dei prossimi acquisti. Innanzitutto i To The Ansaphone non
suonano il solito punk trito e ritrito, per carità
un minimo di influenza punk c’è pure, ma è
tanto evidente come quella che potreste riscontrare in gente
come Liars, P.i.l., V.s.s. e via dicendo. Chitarre che quando
non si colorano di delay rischiano di suonare quasi funk,
basso che fa a rimpallo fra post-punk e new wave-dub (sì
perché la new wave più nera-in tutti i sensi-
la fa da padrona su questo cd), ritmiche che quando non
suonano disco si spezzano, inserti di elettronica sci-fi
che più vintage di così non si può
e tastiere garage come le avrebbero suonate solo i Fuzztones
che riportano a galla l’amore che fu per la G.s.l.
e per la scena di San Diego. Pensate che il discorso si
sia esaurito qui? Per nulla, alcune delle carte migliori
del disco sono già uscite ma il coraggio, ma gli
assi sono ancora tutti nel mazzo, i toscani hanno riservato
altre piacevoli sorprese, innanzitutto hanno avuto il fegato
di non utilizzare la voce urlata come molti (troppi) gruppi
“a la San Diego”, più new wave amelodico
direi. L’altro fiore all’occhiello dei pronipotini
di Dante sta negli inserti di Sax, Theremin, nei suonini
analogici che sporcano alcune tracce, nell’inserto
spoken in arabo, bravi, bene, bis!. L’unico appunto
che forse può essere rivolto al lavoro è che
forse i toscanini, trovandosi per la prima volta sulla lunga
distanza, hanno voluto strafare e qualche traccia appare
meno incisiva di altre, ma ripeto, ci sono gruppi che nonostante
gli assidui tentativi non riuscirebbero a sfornare un disco
del genere neppure dopo molti anni e non credo di esagerare
scrivendolo. Anche la produzione di Giuseppe Barone (fondatore
di S.H.A.D.O.Records, componente dei Valvola e produttore
negli studi Alpha Earthbase di Firenze) è buona sebbene
non catturi completamente il piglio live degli Ansaphone.
Uno dei dischi meglio riusciti da un po’ di tempo
a questa parte e non mi limito solo ai confini nazionali,
parola di lupetto!
Ics
|
|
 |
|
The Circle South è
la classica folgorazione improvvisa che l’ascolto
di un promo senza copertina e semplicemente accompagnato
da poche note lontane dai proclami degli emergenti a volte
riserva. Spesso l'autoprodotto nasconde un opera complessa,
ben realizzata e matura, ed è stato proprio questo
uno dei casi. Mettere in copertina un gruppo di cui i
vari Blow up, Rumore o Rockerilla non hanno parlato?
Certo che sì, da ancora più soddisfazione!
…e sempre nello stile dell’ascolto di the
Circle South, atmosfere molto ben miscelate ma mai ancorate
ad un singolo punto di riferimento, abbiamo scelto un
cut up di impressioni per presentarveli.

.::The Circle South/Opera::.
[autoprodotto 2003]
Le due dimensioni dei CSO::
Accendete lo stereo chiudete gli occhi e vi troverete
in una dimensione psichedelica-post rock, fatta di sonorità
luminose e ritmi incalzanti. Improvvisamente, senza accorgervene,
inebriati da queste sensazioni, sarete riportati su un
piano onirico, sognante, dove gli effetti prevalgono sui
suoni e la voce è lo strumento ipnotizzante. il
disco continua poi ad arrotolarsi su questi due piani
ricorsivamente, aggiungendo emozioni ad emozioni, suoni
sporchi ad atmosfere eteree, e produce un effetto veramente
piacevole.
Circe South è quel disco che non
t’aspetti nel panorama italiano, dove l’elettronica
è utilizzata con occhio europeo piuttosto che nazionale,
non è qualcosa da aggiungere per rifinire ma qualcosa
su cui basare il proprio lavoro
…delle due sinceramente preferisco
la dimensione psichedelica, più trascinante e più
genuina; il sogno vago che propongono i CSO, è
in alcuni tratti un déjà vu... nel complesso
ho sentito un buon disco in cui le influenze sono forti
(dai June of 44 a Sigur Ros passando per buona parte di
tutto il post rock emergente), ma del resto ormai nel
panorama musicale alternativo, è difficile poter
inventare qualcosa, l'importante è riuscire a dare
originalità di interpretazione a ciò che
si produce, acquisire una propria identità, è
molto difficile ma in questo parzialmente riescono i CSO.
Dopo i primi lampi di avvolgente indie-elettrorock/pop
di “Phonecard” e “December in Kamchatka”,
con corde acustiche modulate su tappeti di elettronica
minimale e ben giocata, come non perdersi nella fase centrale
del disco, rallentata, dilatata su basi forti di suoni
di pianoforte e tastiere e voci effettate/looppate…ma
forse l’apice del disco lo si tocca in “Le
couler”, mantra orientaleggiante in inquieto crescendo
con la voce prestata da Amaury Cambuzat, o forse nella
successiva “I can’t understand what happened”,
dove il gioco dell’elettronica tocca il livello
massimo del disco, tirando in campo anche certi Orbital…
…devi essere ben predisposto per apprezzare
a fondo questo lavoro. Se pensi di poterlo ascoltare velocemente,
in un ritaglio di tempo, o come sottofondo...dimenticatelo,
finirai per togliere il cd dal lettore dopo dieci minuti.
ma se per mezz'ora potrai dedicare tutti i tuoi sensi
ai CSO, e non subirai l'ascolto passivamente, probabilmente
alla fine della nona traccia ti troverai di nuovo col
dito sul tasto play.
Sono i lati positivi e negativi di un cd obiettivamente
difficile ma coraggioso....
Un lavoro autoprodotto e prezioso, frutto
di studio, testa e cuore, che aspetta solo il coraggio
di una produzione ufficiale di qualche etichetta nostrana
(vedi note…). Consigliatissimo
The Circle South (Note)
Gruppo post-rock la cui formazione proviene
da Pordenone ed è composta da Michele Piccolo al
basso, Alberto Alfonso Guerrero alla chitarra e voce,
Federico Piccin alla batteria, Stefano Zucchiati alla
chitarra, Luca Lenardi alla tastiera. Ho avuto modo di
incontrarli in occasione della loro esibizione alla manifestazione
di editoria e musica indipendente Notebook svoltasi il
mese scorso a Pordenone. Mi hanno raccontato di come il
metodo con cui lavorano nella creazione dei pezzi influenza
fortemente il loro risultato finale, sia come impeto che
come atmosfere generate. L’album nasce da molte
ore passate improvvisando in una fabbrica dismessa nei
sobborghi pordenonesi, metafora di una vera fucina di
suoni acidi di cui le batterie elettroniche dell’album
sono rivestite. Non c’è che dire. I CSO sono
maestri nel tessere atmosfere eteree, con l’unico
neo forse di lasciarsi a volte troppo prendere la mano
dagli effetti su un singolo strumento o voce, perdendo
di vista il filo complessivo. L’etichetta con cui
usciranno a fine giugno le 9 tracce di questo album è
la romana disaster by choice, già attiva prevalentemente
nell’ambito della musica elettronica.
contatti:
www.thecirclesouth.com
operacirclesouth@yahoo.it
by
Stefano Corazza [memorywaves.it
label]
Alessandro Mucciarella [dj]
Al [Ultraviolet
makes me sick]

.::BARTOK/ FEW LAZY WORDS::.
[ghostrecord/santeria
2003]
CLASSIC ROCK SENZA CHITARRE?
La musica dei Bartok è un affascinante viaggio
tra reminescenze di stili diversi: a volte anche all’interno
di uno stesso brano, si passa dalle atmosfere classicheggianti
di aspirazione mitteleuropea (ricordiamo al proposito
che la formazione è composta da pianoforte, violoncello,
basso, batteria, voce ed eletronics) a suggestioni blues
a echi di post-punk e frammenti di noise. Le parole sono
poche, appunto, funzionali (alla musica) ed essenziali,
presenti neanche in tutti i pezzi. L’impianto (dei
pezzi) è viscerale e si svolge tra diversi cambi
di direzione: piano e violoncello possono essere malinconici,
sognanti, romantici o appassionati oppure passare in secondo
piano lasciando spazio al ritmo, spesso diventando elementi
ritmici essi stessi. Immagini sgranate di un vecchio film
in bianco e nero e frame iperrealistici formato dv (sempre
con poca luce, però). Perché alla fine il
gioco dei Bartok - come da loro stessi dichiarato - è
quello di portare l’estetica della musica colta
occidentale all’interno della tradizione rock mantenendone
l’impatto (fisico) e arricchendola di sfumature
insolite, il risultato è assicurato: provare per
credere.
web: http://www.bartoktheband.com/
danilo
|