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.::Giardini di Mirò/Punk…not
diet!::.
[Homesleep records 2003]
L’ascolto del nuovo GDM sorprende,
ma è un modo relativo di sorprendere. La sorpresa
è un disco che avvolge, sospende e suona meno diretto:
rispetto al precedente lavoro i suoni si mescolano, si confondono,
si miscelano lenti su più piani, ci sono aggiunte
di elettronica ben giocate, strumenti e soluzione meno prevedibili
e soprattutto il bell’apporto della voce, instabile
ed emotiva, presente quasi ovunque…ma quello che si
deve valutare è l’ispirazione di fondo, lo
scheletro, che rimane un tessuto di arpeggi puliti di chitarre
in chiave minore, lenti, evocativi e melanconici, supportati
da una batteria spezzata e dalle cadenze sempre misurate,
precise e tecniche.
Che i Giardini di Mirò siano uno dei pochi gruppi
in Italia che riesca a commuovere questo è fuori
da ogni dubbio, e per un gruppo, questa è l’essenza:
riuscire a comunicare e ad emozionare sempre e comunque.
Chi al contrario mi parlava di un disco di svolta, completamente
radicale e si aspetta davvero questo, beh, francamente resterà
deluso, i legami con il precedente sono marcatissimi, e
questo purtroppo è il cruccio di una forma musicale
ben collaudata ma che alla fine tende ad essere prevedibile.
Se avete fatto l’acquisto basta poco per convincersi
che i soldi non li avete buttati, anzi: mettete Given Ground
sul lettore e lasciatevi trasportare via, la marea è
tornata di nuovo…
Al

.::Miranda/ Inside the whale::.
[fromScratch records 2003]
Opera prima della neonata fromScratch
records (come etichetta, si intende, come agenzia già
baluardo di un certo modo di fare musica toscano, con gruppi
quali i grandissimi Appaloosa, To the Ansaphone, Can-D etc.etc
), il cd dei Miranda suona esattamente come il concetto
che il trio (chitarra, basso, bateria) voleva esprimere:
sensazioni dal ventre della balena. Territorio ambito e
intellettuale, vedi Henry Miller, di un luogo ovattato e
caldo dove perdersi nei pensieri senza particolari esigenze
e bisogni, come il ritorno nella pancia della madre, in
fondo. In questa sede diviene però esasperata l’improvvisazione
fine a se stessa e il vorticoso girare dei pezzi, senza
una particolare impronta/arrangiamento e direzione se non
questa sensazione claustrofobica di fondo, qualcosa di lontano,
che solo in alcuni momenti riesce ad incidere. Uno di quei
dischi che probabilmente significano moltissimo per chi
sta suonando, e davvero non si vuole discutere il senso
umorale di questo cd, ma che tendono a chiudere chi ascolta
dietro un vetro, come ascoltatore poco coinvolto e partecipe.
Queste le sensazioni, ma il tutto è comunque opera
degna di nota (a cominciare dall’ottima veste grafica),
opera da presa diretta, senza tanti fronzoli e suoni diversificati,
venata di psichedelia nei lunghi sviluppi delle tracce,
saliscendi improvvisativi, movimenti per costruzioni dal
suono pulito e massiccio, poco lieve, in cui la voce gravita
senza voler troppo disturbare, a volte sghemba quasi a dar
fastidio, come il sottofondo di una radio accesa. E’
come ascoltare i Votiva Lux, già passati su questi
canali, suonare con una forte e decisa intenzione post-noise-rock.
Per chi vuole perdersi nel vortice e continuare a girare.
contatti:fromscratch@libero.it
- www.fromscratch.it
Al

.::Freeto Meesto/ Fur die sich efreienden...wir grussen
euch::.
[Idee nere & Associazione culturale f.r.i. 2003]
Freeto meesto sono un trio
fiorentino, batteria, basso/contrabbasso, sax alto/tenore,
che si inerpica sui saliscendi fisici di free-punk-jazz
alla Zu, non raggiungendo, per certo, le elevate altezze
toccate dai capitolini. Il sax è tutto al richiamo
dei sacri monumenti Ornette Coleman, Eric Dolphy o il Coltrane
dei momenti più free, sostenuto da un tappeto ritmico
che solo a volte si incastra in modo efficace, lasciandosi
invece fin troppo libero, aperto all’improvvisazione
e fondamentalmente distaccato.
C’è improvvisazione e improvvisazione, vi chiederete,
vedi ad esempio i risultati di profondità di Arrington
De Dyoniso quartet…quella proposta dai Freeto Meesto
pecca invece di un esercizio, velato da nonsense, dallo
spirito goliardico, la gioia della citazione e il divertissment.
Sotto quest’ottica, il lavoro è ottimo, piacevole;
se il free-jazz incrociato e venato di Primus vi esalta,
questo è il disco che fa per voi, ben suonato, registrato,
e con ottimo digipak (stupendo il lavoro di artwork e disegni),
risultato un po’ più deludente se all’interno
dell’opera si vada alla ricerca di una vera e propria
“anima” del gruppo, un tratto distintivo che
li distacchi dal già sentito. Vedere e valutare il
tutto alla voce originalità, quindi.
contaati:freettomeesto@hotmail.com
Al

.:: AA.VV/I am vertical ::.
[undermybed 2003]
Sylvia Plath è una scrittrice americana morta suicida
a Londra nel 1963 a soli 31 anni, I am vertical (but I would
rather be horizontal) è una delle sue poesie. E’
anche il tributo della cd-r label milanese Under My Bed
che affida a the FrozenFracture, Morose e BuioOmega il compito
di interpretarla. La prima, the Frozen
Fracture (guitar stereo band), è una versione notturna,
minimale e dilatata, costruita sul ripetersi circolare di
due chitarre al sapore amaro di ricordo. Lo stile folkeggiante
dei Morose, al secondo posto, non ha invece bisogno di presentazioni:
l’inconfondibile voce sognante/cantilenate di Davide
e i dialoghi tra pieno e vuoto degli altri. Infine l’interpretazione
dei varesini BuioOmega, che è un incubo allucinato
e urlato , nel vero senso della parola: del resto, dal nome
del gruppo potreste già intuire la vena noir. Nonostante
le tre bonus-tracks strumentali (una per gruppo) il dischetto
dura poco: peccato. In ogni caso, I am vertical è
una buona occasione per iniziare a fare la conoscenza dei
suddetti musicisti, e – perché no? –
di Sylvia Plath, e magari approfondirla.
danilo
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.::DOGON/who is playing in the shadow of whom?::.
[ wallace records 2003]
Molto spesso ci si può
fare l'idea che i gruppi prodotti da una piccola etichetta
"indipendente" siano quasi sempre al loro primo
disco o che abbiano da poco immerso i piedi nella zuppa
dell'indie.
Quest'idea viene subito smentita dalla carriera che stà
portando avanti questo trio (per maggiori informazioni sulla
biografia fate riferimento al sito della wallace www.wallacerecords.com):
Maurizio Martuscello (electroacoustic objects, sampler,
computer, drums) e' uno dei compositori italiani piu' importanti
di musica elettronica ed elettroacustica.
Økapi (turntables, sampler, tapes & cd's ) e'
un D.J./ turntablist/ plagiarista, che puo' suonare ad un
rave come in un festival di musica contemporanea.
Massimo Pupillo (electric & prepared bass) Bassista
nella band Zu, con cui ha suonato centinaia di concerti
in Europa ed Usa, collaborando con artisti come The Ex,
Ken Vandermark, Han Bennink, The Ruins, Otomo Yoshihide,
Amy Denio, ed in particolare con Eugene Chadbourne, con
cui ha registrato 2 cd.
"who is playing in the shadow of whom?" è
il loro secondo disco. Fatto di piccoli suoni, di rumori,
di jazz, di lounge, di elettronica, miscelati insieme per
formare dei brani finiti.
Forse il cocktail alle volte non riesce sempre e risulata
essere un po' troppo freddo, ma diverte e coglie l'attenzione
dell'ascoltatore più attento, che può ad ogni
ascolto percepire qualche piccolo particolare in più.
Non è sicuramente uno di quei dischi che si ascolta
con leggerezza, ma va capito e pensato....
Anche questa volta la Wallace ha colpito nel segno, magari
non nel centro, ma ci è andata vicino.
ju

.::Osram/ s/t::.
[ Zahr Records, w.*uck records 2003]
Gli Osram davvero mi hanno
colpito come un fulmine a ciel sereno. Un cd passatomi con
la frase “prova a sentire questo che è arrivato
l’altro giorno, forse è ancora in tempo per
il numero 6”, senza titoli, né note di copertina,
ma solo con la scritta Osram sul cd, forse il miglior modo
per avvicinarsi ad un opera senza preconcetti.
Post-rock interamente strumentale ma con un taglio personale
davvero notevole, vibrante e noisy, calibrato, inquieto,
venato della sana psichedelia schietta che non degenera
nel barocco, quella che scuote nervi, sensi e cervello verso
orizzonti concreti fatti di ricordi e collage di immagini.
In una parola: mentale.
Ma è proprio il dinamismo, la capacità di
creare chiaroscuri filmici senza mai perdere il piglio dei
brani che colpisce, l’alternare differenti stati di
tensione senza i cali improvvisi di scuola mogwai (e di
tanti post-rockers de noiartri…). Aggiungiamo una
bella produzione, basso e batteria a dare pulsazione e corpo
all’inquieta struttura su cui le chitarre tracciano
solchi alternati e tappeti sonori…ogni suono al posto
giusto, calibrato (fin troppo, tanto da far peccare alcuni
episodi di una sorta di tributo di stile…) e il quadro
è completo, fitto di trame e mai noioso.
Gli Osram ci piacciono, hanno stoffa e idee, ora devono
solo illuminarci (?!) sul motivo del loro nome.
Al
P.S.…attratto ho poi
cercato notizie…gli Osram sono quattro: due chitarre,
basso e batteria. La loro è l’opera prima della
neonata Zahr Records di Cagliari, la Sardegna la loro terra,
largo alla nuova onda sarda…
zahr records nasce ufficialmente
nel maggio del 2003 a Cagliari dalla volontà di Luca
Zoccheddu, che, spinto da una forte passione, decide di
veicolare anni di ascolti musicali come utente prima e come
recensore poi in una entità che possa materializzare
alcuni dei “dischi mancati” con cui è
venuto in contatto.
La consapevolezza che i confini dell’isola non costituiscono
un limite diventa volano per la nascita della zahr che vuole
diventare piccolo ma curato punto di riferimento sia per
la scena sarda, sia per quella nazionale con sguardo attento
a possibili sviluppi oltreconfine.
zahr records prevede una media di tre / quattro uscite l’anno:
nessuna scadenza precisa ma solo un’ansia di qualita.
www.zahr.net
zok@rockit.it

.::Beirut/ s/t ::.
[psychotica records]
Nel paniere homemade cd-r della
psychotica records fa capolino il mini (4 tracce) di Beirut,
nuova realtà da quella terra di sud che vibra di
noise sulla scia di Zero Tolerance for Silence, Logan e
Jasminshock.
Tempo di acquistare una sufficiente strumentazione e lavorare
per un anno alle proprie composizioni ed eccoci qua a commentare
un disco che vale pienamente l’ascolto. Bello per
la spontaneità della proposta, per l’efficacia
dei suoni e dell’incisione, per l’essere istintivi
riuscendo a regalare ottimi spunti sonici alternati a sospensioni
sempre e comunque giocate su chitarra distorte e un attitudine
punk. Consideriamo l’età media, 19 anni e il
fatto che questa e la loro prima esperienza e c’è
da chiedersi (proprio come un tempo ci eravamo chiesti per
i pesaresi Altro) cosa combineranno in un prossimo futuro.
Semplicità, immediatezza e schiettezza punk senza
voli pindarici o sentieri troppo tortuosi da percorrere
e una vena mentale non indifferente, cosa chiedere di più?
Forse una voce più in risalto avrebbe dato ancora
più valore…li aspettiamo per uscite ufficiali
e sviluppi sempre su questo canale.
Al |