Ce l’abbiamo fatta
anche stavolta ed eccoci qua a commentare un nuovo
numero ben farcito di interessanti dischi italiani.
Ma siamo sicuri di essere in Italia? Il far-west ci
ha sempre condizionato nei gusti fin da quando, piccoli,
alcuni di noi hanno giocato a indiani e cowboys…ma
non parlerei di gusti “sporcati” e poco
Italiani, ma di un allargamento e di una voglia di
internazionalità per sfuggire all’arido
territorio di crescita che è la penisola. Ecco
perché molti gruppi partono dall’inglese
come linguaggio, per avere più chances, se
non addirittura da formazioni ibride e internazionali
come Franklin Delano e
il suo morbido indie-country venato di ricerca, proprio
come un altro gruppo che ci teniamo davvero a segnalare
sempre dagli stessi territori, ancora più pop,
Hogwash, all’esordio
su Urtovox con un cd in cui suoni e linguaggio sono
totalmente esteri, ma così comunicativi e profondi
da farci capire come la musica sia poi da considerare
un linguaggio universale, l’universal mind.
Linguaggio universale anche perchè strumentale
quello di Caboto, una sopresa
di quello che è jazz ma non del tutto, è
post-rock ma forse no, è sensazione ma anche
matematica, e rende come un disco che riecheggi direttamente
da certe metropoli statunitensi. Bravi.
Abbiamo parlato di grandi opere che possono essere
bollate di esterofilia, allora chiudiamo con un piccolo
orgoglio nazionale, PO BOX52
ovvero il book fotografico di Wallace records su 16
bands emergenti, la little-Italy, con simpatia, senza
voler sminuire la capacità dei singoli, collezionati
in 4 cd tutti da ascoltare. Ci sono anche gli Italiani,
anche se, ci preme dirlo, ormai il linguaggio musicale
va al di fuori dei territori, non deve stupirci se
spesso orientiamo le antenne lontano da chi canta
e fa tradizione italiana. E comunque c’è
chi resta ancorato alla nostra lingua e lo fa bene,
vedere le recensioni all’interno del numero
per credere.
Buona lettura
Al & La redazione