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Prague/You hear the song and it is long
ago
[Suiteside 2003]
Proprio un bel disco
quello di Prague, melodie semplici e fresche, comode, accoglienti,
un lo-fi venato di sadcore dai risvolti pop che fanno davvero
aprire il cuore, ma sicuramente un disco che alla fine una
domanda te la mette in testa: “cavoli, ma come avrebbe
suonato questo disco se la voce fosse stata mediamente intonata?”.
Lo so, la linea di separazione, in campo lo-fi, tra stonature
volute, leggere o non volute è sempre sottile e si sposta
a seconda dei punti di vista, cosìccome le leggere scordature
di chitarra e bassi…ma in questo “You hear the
song and it is long ago” davvero la cosa diventa imbarazzante
in alcuni episodi tanto da lasciare dubbi su un disco che
musicalmente è ispiratissimo, emotivo, e punta dritto al
cuore.
Allora perché non correggere quell’unica nota fuori
posto?
So di essere andato a incozzare contro un’estetica,
quella lo-fi, difficile da guardare dall’esterno,
ma davvero è un peccato vedere così poco esaltate certe
aperture pop che, in altra sede, sarebbero davvero risultate
micidiali.
Eh, sì, perché il disco di Prague, in fondo, suona molto
indie-pop, con batteria sempre presente, semplice ed efficace
e arrangiamenti poco intimisti lontani dalla musica da cameretta
dal gusto abbozzato e dai suoni (finto)trascurati; suona
staccato anche da qualsiasi atteggiamento punk, ed è per
questo che quel dubbio ti gira per la testa, la voce è il
valore aggiunto…dal lo-fi al ci sei, allora, volendo
tirare in ballo pure Bugo, ma qui Alessandro Viccaro aka
Prague c’è o ci fa?
Al
Disco italianissimo seppur l'indirizzo
effettivo è Londra, dove vive Alessandro Viccaro, alias
Prague, che giunge a pubblicare il secondo album per la
Suiteside. Il disco contiene 8 canzoni che corrispondono
a delle ballate melanconiche elettrificate: seguono il filone
tracciato da Pedro The Lion (con particolare riferimento
all’ultimo periodo) e dai Bedhead; un disco derivativo,
si, ma composto col cuore. I brani si articolano sulle linee
melodiche chitarristiche comandate da una voce a metà tra
il sofferto e la malinconia, accompagnate da un suono di
batteria semplice ma molto presente: il risultato è una
musica calda che si aumenta traccia dopo traccia. Le canzoni
seguono linee semplici, fanno un buon uso della melodia
tanto che facilmente riecheggiano in testa dopo l'ascolto,
buoni esempi sono Needless Talk e Bad Things Happen.
La produzione di TW Walsh ha amalgamato ben bene le composizioni
dandogli un suono caldo che allo stesso tempo non stravolge
lo stile compositivo.
http://www.suiteside.com
http://www.praguecore.co.uk
fabio battistetti

Enroco/Prima di volare via
[Fosbury records 2003]
Che bello, per la prima volta
un gruppo onesto con sé stesso…i cinque genovesi Enroco
dicono di fare canzonette, solo questo, e per una volta
è proprio vero in tutto e per tutto. Meglio lasciar da parte
le note che accompagnano e presentano “Prima di volare
via”, la prima ufficiale di Enroco e partire da questo
punto: sono solo canzonette.
Già notati per il minicd uscito per Marsiglia Records, questo
cd ne è l’extended version; si parte dalle già a suo
tempo apprezzate “neve!”, “ci si fermava
il cuore” o “stai sbagliando”, col la
delicatezza sospesa sulle corde attorcigliate di un violino
ed una chitarra acustica, per farsi accompagnare da una
splendida voce calda negli altri angoli inediti del cd.
Un luogo accogliente, un caminetto, una fiamma che scalda.
Perturbazione in vista? Impossibile non tentare un accostamento,
la scuola è la stessa, ma meno ricamata, qui c’è quella
semplicità e immediatezza che lascia d’incanto. Trasparente
come il vetro di una finestra, appena scende la neve.
Potrebbe stancare all’ennesimo ascolto, questo si
può concedere, nel caso sarà nostra briga il metter via
il cd come un vecchio maglione di lana per tirarlo fuori
a scaldarci al momento giusto nel pieno dell’inverno.
Al

Aa.Vv
[Fosbury Records 2003]
Primo Salto è un’antologia,
e delle antologie porta con sé il principale peso: la molteplicità
di linguaggi che si prende la briga di presentare. Ed è
pubblicata dall’italiana Fosbury Records; una di quelle
etichette che tenta di non affogare nella caotica scena
musicale italiana, dilaniata all’interno da una forte
contraddizione: più in superficie si spinge verso il patinato
e il mainstream, più il sottobosco del business musicale
pullula di piccole realtà a sé stanti. Le 18 tracce di Primo
Salto, come chiarisce la cartella stampa, si propongono
di scandagliare l’underground alla ricerca di astri
nascenti o diamanti grezzi. Tra nomi sconosciuti e “volti
noti” della scena italiana le tracce che convincono
al primo ascolto, purtroppo, sono quelle dei “soliti”:
partendo dal fondo per salire, “One Dimensional Man”
che con sfacciata autocompiacenza, confezionano una marcetta
tetra e necrofila dal titolo Broken Bones Waltz, “Gatto
Ciliegia e il grande freddo” e la loro stranita Vanek,
una sorta di recitato electro condito di una inquietante
vena mitteleuropea, i “Perturbazione” con un
cantautorato leggermente divertito, i Lo-fi sucks, eleganti
e un pizzico prevedibili con un post-rock già ascoltato,
i Tre Allegri Ragazzi Morti, sempre generazionali, i Valentina
Dorme che certo assomigliano a Marco Parente ma se non altro
sono eleganti e leggeri.
Tra il marasma generale del dilettantismo esterofilo quasi
senza idee che aleggia minaccioso sulle altre tracce spiccano
solo i nomi di Slumber con la fresca e ben arrangiata Christ
Of The Road che ricorda alcune cose americane mid 90 tipo
Blind Melon, Pavement ei Pixies più allegri, gli Slacker
Monday e la Beautiful & Warm degli Zen Circus, a metà
strada tra i divertissement dei Violent Femmes, di cui hanno
metabolizzato bene la lezione, e le vocine di Billy Corgan.
marianna
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Cria Cuervos/Cancroregina
[ www.Immanence-records.com]
cd-r
Suppongo che molti di voi non abbiano mai
sentito parlare di Cria Cuervos, nonostante ciò
con questo moniker Eugenio Maggi è già alla
seconda uscita e se siete fra quelli che ai cd-r associano
copertina approssimativa e grafica “pure peggio”,
Cancroregina è la riprova del contrario (in fin
dei conti è pure vero che l’inglese Immanence
è una vera e propria etichetta). Per quanto la
parola di per sé sia inflazionata e non significhi
poi molto, “isolazionismo” calza a pennello
per un lavoro di questo tipo, la copertina stessa richiama
ad alcuni “epici” capitoli di Harris, Plotkin
e Broadrick nella stagione d’oro del genere (a metà
degli anni Novanta): un’immagine presumibilmente
rubata da qualche libro di biologia o di medicina, visioni
da microscopio, esplorazioni endoscopiche ed in fin dei
conti la grande differenza fra isolazionismo e musica
“ambient” non è questa?...mentre la
seconda è adatta al peregrinare in spazzi aperti,
ad una fusione bucolica con l’ambiente circostante,
la prima è la ricerca di un ambiente più
intimo, più appartato e quale ambiente più
isolato che non quello del proprio corpo? Kierkegaard
contro Heagel amici!. Passando allo specifico di questo
cd potremmo dire che per chi non è un novizio,
il suono ricorda qualche lavoro come “Eclipse”
Plotkins-Null, qualcuna delle tracce più rarefatte
degli Scorn, Final, Null, alcune delle cose meno “freak”
della Amplexus, i fasti della Subharmonic, quindi per
quanto la cosa possa sembrare strana, materiali più
sonori di quanto non si possa credere, più musicali
che “concreti”, più harrisiani che
“a la” Soviet*France. “Officio de Tieniblas”,
“A Seeding of Ghosts, “Sindrome del Norte”,
credo che i titoli siano più che eloquenti, altrettanto
lo è la musica: aree industriali dimesse, vecchie
cave abbandonate, autunno che diventa inverno, luce fioca
di fine giornata e la sensazione che ogni possibile soluzione
sia fuori portata, ogni parola risulta superflua. Se dal
un punto di vista di un aficionado, pur non essendo neppure
troppo scolastico, Cria Cuervos può a ragion veduta
essere considerato molto all’interno di un “genere”
(dura rinunciare alle categorie e me ne scuso) specifico,
gli auspici non possono essere migliori, anzi come per
Maledetto Ottave ci si trova di fronte ad un disco che
sovrasta metà dell’immondizia che tutti i
mesi vedete recensita un po’ ovunque.
ics
Saguaro /Eltoporuttomaiale
[Free Land rec 2003]
Nuovi segnali di vita dalla Trinacria, la
Free Land è ancora viva e vegeta (meno male!),
il nuovo avvistamento si chiama Saguaro. La band proviene
dal feudo Touch and Go catanese ed i Saguro sono fedeli
cortigiani alla reggia di Albini...no, non ci troviamo
davanti all'ennesimo "Shellac wonnabe", ma al
classico gruppo che vedreste uscire sotto la produzione
sapiente di mr. Steve. Post-punk e post-noise più
che post-rock, suono di chitarra catanese in "full
effect", tagliente e ben calibrato, perizia tecnica
e complicate trame melodiche strutturali. I Siciliani
da buon gruppo strumentale (visto che le tracce di voce
ed i campioni sono sporadici) decidono di puntare se non
tutto, almeno molto, sull'aspetto tecnico e sulla formula
"geometria più atmosfera", in questo
riescono egregiamente, nulla da dire se siete fan del
genere non credo che possiate lamentare particolari carenze
in questo o in quell'altro senso. Unico neo di questo
esordio (ed essendoun esordio gli auspici sono buoni perché
venga corretto) è il fatto che i Saguaro siano
rimasti un po' troppo legati alla "tradizione"
noise della loro città, peccato perché alcune
delle folate "jazzy" fannointravedere possibili
metamorfosi, per ora rimangono ancora troppo succubi della
loro passione musicale per il suono post-punk di Chicago
di qualche anno fa.
ics

Valentina Dorme/Capelli rame
[Fosbury records 2002]
Echi di cantautorato italiano fuoriuscito
da quello stream di voci capitanato da Andrea Chimenti,
Daniele Silvestri, Marco Parente, e chi più ne
ha più ne metta, con la cupezza e riflessione dei
testi di De Andrè (bestemmia, bestemmia, al rogo,
al rogo, molti di voi mi urleranno...), si ascoltano in
questo cd di Valentina Dorme, di cui parliamo con colpevole
ritardo (è una produzione 2002…) essendo
arrivato sul filo di lana per lo scorso numero restando
fuori dalla porta di un soffio. Ci vogliono più
ascolti per entrare nel mood di “Capelli Rame”,
primo disco con produzione ufficiale (della bella realtà
Fosbury records) dopo anni di autoproduzioni. Al primo
ascolto infatti il cd non mi aveva per niente colpito,
suonava debole, musicalmente non all’altezza, essenziale
nella forma ancor più che nei suoni che tendono
ad appiattire il tutto senza variazioni, quanto complicato
e viscerale nell’ossatura dei testi, quello su cui
più si impronta lo stile del gruppo; ma una volta
lasciatisi trasportare e abbandonare, si rimane avvinghiati
nel sentore di poesia ritorta sui dolori di amori spezzati,
conturbanti o volati via tra rimpianti o gelosie, desolati
sullo sfondo del pub delle proprie memorie, quello dei
sogni irreali post-sbronza che dipingono realtà
illusorie. Testi cantati, voce profonda, a volte recitati/parlati,
scomposti per canzoni che altalenano sulla soglia di una
finta forma libera musicale, meglio parlare di una ben
celata forma canzone, suonata grezza e trascurata, a volte
esplosa in derive blues/garage, per niente ricamata o
raffinata, soprattutto nei suoni, quelli di un disco che
suona quasi non prodotto dove i suoni non sono stati scelti,
ma questo è probabilmente l’effetto che Valentina
Dorme voleva imprimere alla propria opera, qualcosa di
scarno ed essenziale (da ascoltare su cd, perché
dal vivo questa troppa essenzialità li condiziona
pesantemente...). Una proposta che sicuramente sarebbe
stata completamente vanificata nel caso in cui i testi
li avesse scritti Jovanotti…e questo è il
limite (e la bellezza) del cantautorato “serio”,
e forse su questo punto ci potrebbe anche stare qualche
riflessione.
http://www.valentinadorme.it
Al
Lumière Electrique/a photographer in Paris
[LER 2003]
Dopo il bell’esordio di quasi tre anni
or sono (copertina su post?#1) ritornano i Lumière
Electrique con un 7” licenziato dalla loro personale
etichetta. Nel dischetto in questione sono contenute due
minisuite strumentali in cui chitarre, piano, tastiere,
violino, beat elettronici e field recordings danno vita
a un intreccio suggestivo e cinematico: i due pezzi infatti
nascono come commento di una mostra fotografica su Parigi
e all’ascolto sembrano proprio raccogliere le impressioni
del primo incontro con la città (claysong, che
mi ricorda in certi momenti il Battiato degli anni ’70)
e del momento della dipartita (all’aeroporto? le
man avec le lunettes: nostalgia pacata al sapore di Rachel’s).
Inoltre i brani mostrano l’evoluzione del suono
della band, che ormai ruota intorno a due soli personaggi
che non hanno nessuna intenzione di fermarsi e che fanno
ben supporre per un imminente loro secondo album.
Contact&order: lauale@libero.it
danilo
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