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sono le 19...avete preparato i salatini e le olive? allora prendete in mano i bicchieri e bevetevi tutta d'un sorso questa intervista fatta dalla redazione di post? (ju&al) ai MARTINI BROS
(gian maria&onga), dj’s del profondo est trevigiano entrati ormai nell’ ”olimpo dei divulgatori di buone scalette per chi sa ascoltare”...
www.martinibros.it

 
Al: Una domanda secca tanto per cominciare...perchè Martini Bros? una cosa tipo "no martini, no party"? (...te l'avran già fatta questa domanda ma da qualche parte si deve pur cominciare...)

@: No no per carità... niente Clooney e le sue facce inespressive... noi si cercava un nome che richiamasse un immaginario italiano anni 70 e non ci venne in mente altro. Una volta scoperto che avevamo degli omonimi in Germania abbiamo tentato un secondo brainstorming ma esausti abbiamo mantenuto questo nome confidando nel fatto che nessuno dei due sarebbe diventato abbastanza famoso da intralciare gli altri.. invece...
 
Al:  A parte gli scherzi, proponete dj sets coraggiosi, non per tutti, diciamo. Incontrate le stesse difficoltà che hanno le band indie a proporsi nel confronti del pubblico o tutto fila liscio? Raccontaci qualcosa di curioso a proposito...
@: Tutti sembrano portati a pensare che i dj siano dei Wurlitzer in carne e ossa e ci fanno le richieste più assurde mentre siamo tutti impegnati a tenere il filo del discorso in un set di alt.country/folk oppure di electropop. Per fortuna del dj, la critica comunque riguarda sempre il materiale di altri, quindi è meno doloroso..
Gian Maria: Sicuramente un DJ ha meno coraggio di una band, se non altro per una questione di ingombro dei rispettivi palchi. Di curioso non saprei cosa raccontarti, a parte le solite minacce e richieste obsolete mentre si suona non mi è successo molto di bizzarro.

Ju: ..ma cosa vi ha spinto ad iniziare questa “attività”?…chi erano i Martini Bros prima dei Martini Bros?! come vi siete conosciuti?
@: Io e Gian Maria ci conosciamo dai tempi bui dell’ITIS, e abbiamo partecipato a svariate “festine” tra amici in veste di DJ. A me la musica che sento in giro nei locali, anche indie, ha sempre fatto cagare. Quando Gian Maria ha chiamato ho risposto “eccomi”.
Gian Maria: Vero, è andata così, io ne avevo abbastanza di quello che si sente nei cosiddetti club indie, radio e dei relativi “blessed DJ” così mi sono tirato su le maniche, ho cominciato da solo (dall’organizzarmi la musica ai flyer) e quasi subito ho chiesto ad Onga un aiuto, così da sommare i nostri gusti, conoscenze e capacità.

Ju: Da quanto ho potuto apprendere attraverso le chiaccherate con Onga, non lavorate sempre in coppia, come vi dividete gli incarichi?
@: Semplicemente andiamo a gusto, come su tutto. Gian Maria ha organizzato una festa a base di pop francese anni ’60 con tanto di piscina ed auto d’epoca francese, io ho messo in piedi una one-night al Rock Cafè intitolata “Silence is sexy” dove per tutto il DJ set non si sente una parola uscire dalle casse. Lo stesso con i preascolti dei live, dove ognuno dei due segue le sue passioni musicali. A Gian Maria gli Interpol, i Turin Brakes, Datsuns e Teenage Idols, a me Black Heart Procession, Giardini di Mirò e Ultraviolet Makes Me Sick. Avendo gusti personali diversi riusciamo anche a proporre uno stile articolato e diversificato, per uno sguardo più ampio sul panorama indie. E quando suoniamo assieme ci troviamo a chiederci a vicenda che disco sta mettendo l’altro :)

Al: Parliamo delle scalette, che sono eccezionali: Bohemians vs Cowboys, ovvero made in USA vs made in UK in una stessa serata, Microwaves VS Barbecues ovvero elettronica contro post-rock/psichedelia, non serate tematiche come avviene di solito nei dj set, ma  scontri tematici e contrasti...c'è desiderio di mischiare generi e far conoscere di più a chi partecipa alle serate by Martini Bros o il motivo è un altro?
Gian Maria: L’idea degli scontri antitetici mi è venuta immediatamente. Era inevitabile, io e Onga veniamo da due esperienze musicali diverse e difendiamo con i denti la nostra formazione, quindi perché non lavare i panni sporchi in piazza? Poi i temi si sono articolati ma all’inizio nacque così.
@: Si, mischiare le carte in tavola, proporre alternative, solleticare il confronto, queste sono le nostre intenzioni. La musica non ha confini per noi e troviamo importante soprattutto far conoscere a tutti i frutti delle nostre continue ricerche e contatti internazionali. Noi più che dj siamo dei promoter, di quello che ci piace.
 
Al: La divulgazione dell'indie nostrano è cosa rara (quasi una missione!!), e nelle serate  "(When) Italians Do It Better", Martini Bros si muove proprio in questa direzione. Vi sentite un po'  "in missione per conto di Dio" alla blues brothers? C'è risposta e attenzione? cosa ne pensi dell'indipendente in Italia?
Gian Maria: Nessuna missione né crociata, per carità. Dubito esista una scena indie, né geografica né stilistica, ci sono altresì dei ragazzi in gamba che si incrociano per forza di cose, oserei dire per ragioni statistiche e organizzano, promuovono, suonano e sfruttano la loro esperienza per diffondere un certo modo di amare la musica. Oppure essere indie significa cinicamente non avercela (ancora) fatta? In caso, meglio un contratto miliardario ai Raveonettes che cento cloni dei Subsonica e relative newsletter.
@: La risposta del pubblico? Cerchiamo di non farci prendere dallo sconforto. C’è poco da fare, il mondo indie si è ingrossato solo perchè la Converse negli ultimi anni ha venduto più All Star. La musica interessa a pochi, troppo pochi. Juxtapose per dirla con Tricky. Ci sono molte band italiane che mi piacciono, ma in generale trovo che molti siano complessati, non rischino e il risultato è poco coraggioso... Ci sono altresì delle band che spaccano, penso a Giardini di Mirò, Yuppie Flu, Three Second Kiss, Candies e pochi altri, e i risultati si vedono.. basta piangersi addosso!
 
Al: "Effetto Morricone", un altro titolo di testa delle vostre serate, musica da colonna sonora associate a immagini di film o ad immagini puramente mentali, cosa ne pensi della riscoperta della musica cinematica che si sta avendo negli ultimi anni?
Gian Maria: Ho pensato che programmare una serata a tema con musica da film (esistiti e non) fosse un bel regalo a quei locali dove la musica non deve scavalcare le chiacchiere, e a tutti quei musicisti che sfuggono ai palinsesti perché non sufficientemente radiofonici. Per risponderti non parlerei tanto di riscoperta, almeno per rispetto a chi c’ha lavorato tanto e con splendidi risultati in passato (ciao Mimì, Vittoria ed Egle!) tuttavia penso sia un filone affascinante, ad oggi purtroppo pieno di discreti atleti ma davvero pochi  fuoriclasse.
@: Mi sono incazzato tantissimo quando ho sentito Born Slippy degli Underworld alla fine di Trainspotting. Faceva schifo, non ci stava proprio. Ho sempre avuto in testa una colonna sonora alle immagini che vedevo, anche a quelle reali.

Ju: Anche alla luce di quello che proponete, riuscite a trovare tante serate per i vostri dj-set?
Gian Maria: Non è così facile come può sembrare dai tanti DJ set, dove viviamo i locali sono pochi e non è semplice incrociare la nostra proposta con le loro esigenze. Siamo consapevoli delle difficoltà del posto in cui viviamo…per questo, appena posso, volo in Gran Bretagna :)
A riguardo ti racconto un aneddoto recentissimo, sono appena tornato dalla Scozia, dove ho lasciato al promoter del King Tut’s di Glasgow un mix della nostra musica, al rientro accendo il PC e trovo una sua mail dove mi dice che gli è piaciuto tantissimo e lo sta suonando ogni sera dopo i concerti e spiega che quindi mi posso considerare un DJ del “tempio del rock scozzese” (a detta di Steve Lamacq e del New Musical Express)
@: Vero, Mark Graham di Smoothmusic per descrivere il nostro mix “Effetto Morricone” e uno tutto strumentale “Silence Is Sexy” non ha saputo far altro che definirli “fucking brilliant”. 200 djsets in due anni non è male, ci sbattiamo tanto ma, come ha detto Gian Maria, o qui o fuori le soddisfazioni arrivano.
 
Al: "I am a D.J., I am what I play" come canta Bowie oppure "Hang the blessed D.J.because the music that they constantly play it says nothing to me about my life" come cantano gli Smiths, quale pensi sia la funzione del dj? mettere in vista i propri gusti, emozionare e trasportare o ancora qualcosa di più?
Gian Maria: Qualcuno cantava pure “Last night a DJ saved my life” e ben prima dei 90 Day Men… Scherzi a parte ,la funzione del DJ per come la vivo, dovrebbe essere quella dell’appassionato spacciatore di musica. Una specie di Kazaa dotato di rete neurale.
@: Si, il dj per me deve proporre il proprio gusto, con passione, altrimenti è meglio Winamp e la playlist di Rockerilla.

Ju: il vostro sito è sempre molto aggiornato con tutte le playing list dei dj-set, chi se ne occupa?
Gian Maria: Prossima domanda per favore, il mio capo potrebbe non gradire questa risposta
 
Ju: ho notato che il materiale che avete a vostra disposizione è sempre molto vario e interessante, come riuscite a procurarvelo?!
@: Passando le notti in bianco davanti al Pc a leggere recensioni, articoli etc. e poi contattare bands ed etichette per instaurare un rapporto di collaborazione. Per questo posso davvero ringraziare le bands, ed etichette come Kranky, Secretely Canadian/Jagjaguwar, Homesleep, Suiteside e molte altre che credono nel nostro progetto.
Gian Maria: Siamo fortunati. Le band e le etichette capiscono al volo quello stiamo facendo e quanto ci sbattiamo, e ci supportano. Con molti di loro ci scambiamo musica, spille, adesivi, caramelle ma anche contatti utili per una migliore promozione.
Infine, c’è un minuscolo negozio di musica Indie, l’Hole Records di Montebelluna (TV) che oltre ad avere dei prezzi strepitosi ci regala sempre qualcosa ;)

Ju: avete altri progetti per il futuro?!
@: Sposare Jessica Bailiff, importare un tumbleweed via FedEx, inventare il teletrasporto.
Gian Maria: Essere il primo cliente del servizio di teletrasporto inventato da Onga

Ju: un ultima curiosità per chiudere, …di cos'altro vi occupate nella vita?!
@: La mia vita diurna è costellata di cose ignobili tipiche del nord-est che espio facendo centinaia di chilometri di notte, da solo, per rincorrere i concerti delle band che amo.
Gian Maria: Io invece sto aspettando che ripassino “La Mia Droga Si Chiama Julie” in televisione per registrarlo. Nei lunghi tempi morti sono direttore di una rivista fashion dove, nonostante le apparenze e le suggestioni che questo può suscitare, ti assicuro non c’è più entusiasmo di quello descritto da Onga appena sopra.

   

FRANKLIN DELANO
LA VIA EMILIA PORTA IN TEXAS
www.franklindelano.org
paolo@franklindelano.org

Questa volta vi voglio parlare di un gruppo emiliano che a sentirlo scommettereste che provenga dalla terra della carne secca e non da quella della piadina (anche se, i precisini mi diranno che la piadina è romagnola) per come mischia il folk e il blues americano con i fumi del jazz nero e il candore bianco del noise. Franklin Delano è il nome del gruppo e sono un trio, formato da Paolo Iocca, Marcella Riccardi e Vittoria Burattini ( siore e siori, le due donne ex-Massimo Volume.. scusate se è poco). Attualmente sono alla ricerca di un’etichetta che possa dare respiro internazionale al loro lavoro che davvero si pone, come già altri in italia, al di sopra dello sterile giudizio basato sulla provenienza geografica.
Il loro disco “All My Senses Are Senseless Today” è un alternarsi di quiete e rumore, ma collegato da un unico filo conduttore, che è una nuova idea di folk. Come Tricky e Martina in Maxinquaye Paolo chiama e Marcella risponde, le atmosfere sono ora scure e tese, ora rilassate ma sempre pronte ad esplodere. Si sentano pezzi come Question, Your Perfect Skin Line o I’ll Call It a Day dove l’alternarsi delle voci mi porta a pensare alla coppia bristoliana in versione candeggiata. In sottofondo un rigirarsi di rumori e rumorini è tenuto in piedi dal continuo lavorio alla batteria di Vittoria. Altrove invece, come nel caso di Hello è il rumore a impadronirsi del pezzo andando ad ingrassare le chitarre folk fino a diventare pesanti e metalliche, se mi passate il termine, nella grumosa You Told Me. E’ sempre l’america e i suoi suoni ad aleggiare nel lavoro dei Franklin Delano con una particolare predisposizione a rompere gli schemi come in He dove si parte da un atmosfera da traditional che viene presto sciolta nel noise per poi far riaffiorare il tema iniziale nella conclusione del pezzo. Un gruppo coraggioso, di sicuro.
Dell’america, del jazz e del noise, e di altro ancora parliamo con Paolo Iocca cuore pulsante di questo nuovo progetto.

@: Se pur molto recente questo progetto ha alle spalle un lungo background da parte di tutti e tre, come siete arrivati a trovarvi a suonare assieme?
FD: Beh, sì, le storie sono lunghe e contorte, per alcuni di più, meno per altri… è stato Ferruccio (Cut) a mettermi in contatto con Marcella, noi due ci si conosceva solo di vista. Ferruccio era a conoscenza del sound di cui ero in cerca e insistette molto sul fatto che Marcella potesse essere in cerca di un suono molto simile. Così è stato: ci siamo sintonizzati subito sulla stessa lunghezza d’onda e tutto con lei si è integrato alla perfezione fin quasi da subito. Ovviamente col passare del tempo siamo entrambi migliorati ed i nostri suoni hanno acquistato moltissimo in personalità. Possiamo dire che siamo musicalmente cresciuti insieme quest’anno! Con Vittoria è appena iniziata. È stato buffo: quando, ben due anni fa, presi la decisione di riprovare a suonare, lei fu la prima persona che contattai. Scelse un’altra situazione pensando forse che la mia proposta non fosse all’altezza. Purtroppo per lei, l’altra situazione non ha dato esiti e quando ha sentito il promo (che è al momento ancora in cerca di etichetta) deve essersi molto mangiata le unghie. Ho dovuto insomma dimostrarle che non stavo perdendo il mio tempo e che ciò che proponevo aveva una sua validità dimostrabile per averla a suonare con me… alla buon’ora!

@: Paolo, comè lavorare con la metà femminile del più importante gruppo rock che abbiamo avuto in italia nell'ultimo decennio?
FD: In genere preferisco lavorare con le donne. Si parla meglio, ci si capisce di più e si mettono in comune aspetti differenti e complementari. Marci e Vitt sono maniache perfezioniste e stacanoviste quanto me nello studiare le loro parti, lente di ingrandimento alla mano. Non potrei essere più fortunato!
Riguardo i Massimo Volume, beh, noi siamo diversi e probabilmente molti dei loro fans non gradiranno la nostra proposta. Io non seguo la musica “italian speaking”. L’italiano non mi piace particolarmente, trovo l’inglese molto più divertente e fresco – l’italiano va bene per la filosofia e la letteratura. Ovviamente io sono l’unico qui a pensarla così, tanto è vero che Marci ha un progetto parallelo in cui canta e scrive in italiano.

@: Parlando dei vostri pezzi, come lavorate in fase compositiva? Chi scrive i testi e come si sviluppano le musiche?
FD: Al momento c’è una regolarità di metodo, ma è casuale: io porto i pezzi, parti di chitarra, testi e strutture “quasi” definitive. Marcella ne rumina le registrazioni su cassetta, finché le digerisce e le assimila, provando quindi varie soluzioni di arrangiamento. Vittoria sperimenta e riascolta cercando di interpretare le atmosfere e i grooves giusti. Ovviamente tutto questo lavoro insieme scatena a volte nuove idee e di conseguenza cambia le carte in tavola. I cori arrivano quando le parti di chitarra (o mandolino o lapsteel) sono già definiti. A volte c’è un lavoro complesso sui cori stessi (come nel ritornello di “Question” o in “I’ll call it a day”, ad esempio).
Riassumendo: io compongo, Marci crea gli aloni, le atmosfere, le chicche varie che fanno dei Franklin Delano quello che sono, Vitt apre le braccia su tamburi e piatti e sostiene tutto il pasticcio sonoro con pulsazioni e grooves semplici, efficaci e personali.
Se ti riferisci a “come” io compongo quei pezzi, beh, è un lavoro non particolarmente razionale né regolato…

@: Nella vostra musica si leggono componenti molto diverse come la tradizione folk americana, echi di jazz e il noise chitarristico di matrice sonica. Sono influenze personali che si mescolano o fanno tutte parte del bagaglio di ognuno?
FD: Beh, ovviamente gli ascolti sono diversi, ma le linee comuni sono riconoscibili. Vittoria ad esempio ascolta post country solo da quando abbiamo iniziato a suonare insieme. Però c’è sempre qualche ascolto comune che “svetta”: con Marci sono stati i Califone, con Vittoria forse più i The For Carnation o Mark Lanegan… e poi ci sono le influenze inconscie e inavvertite. Se Vittoria mi dice ad esempio che un mio passaggio è molto beatlesiano, posso crederle, ma non posso saperlo perché i Beatles sono un ascolto di quando ero bambino, non sono una mia influenza…

@: L'america a cui mi sembra vi colleghiate come immaginario non ha una localizzazione precisa, ci sono sia echi delle sofisticatezze chicagoane che di matrice tipicamente "texana"... quali sono le vostre fonti di ispirazione, sonore, filmiche o reali che siano?
FD: Le fonti di ispirazione… ci sarebbe da fare un discorso molto ampio su questo argomento. Sai, uno decide di seguire alcuni punti di riferimento, ma poi, tra le tante cose che escludi, se tieni i canali aperti, alcune rientrano senza che tu debba necessariamente accorgertene.
Prima di tutto ci sono i riferimenti più o meno consci, più o meno dichiarati. Come tu hai sottolineato, la post Chicago, il Texas, e perché no? La Louisville di MacMahan e Co., ma anche Tucson, San Diego… sono luoghi di cui abbiamo un’immagine mentale indefinita, ed è di questa immagine che, di volta in volta, i pezzi sono “informati”. Poi c’è il lungo discorso delle nostre schizofreniche vite, materialmente supposte esser calate nel “nostrano”, ma che non hanno più nulla di radicato e che scelgono la cultura che preferiscono, da dovunque essa provenga… che sia yankee o nipponica, ecc.
Di questa non appartenenza e di questo rifiuto di radici la nostra musica si nutre incessantemente.

@: Avete mai pensato alla vostra musica, anche se non direttamente, come una possibile colonna sonora di un moderno film ambientato negli states?
FD: A dire il vero, no. Pensi che potrebbe esserlo? Certo, ripeschiamo atmosfere che crediamo rimandino a una certa cultura yankee e altre che forse già appartengono ad una cultura “post yankee”, ad una cultura di un’America diversa, che ha già passato il suo “punto di non ritorno”…
Tarantino, Ferrara, Aronowski? Certo, se uno di loro mi chiedesse un pezzo per una soundtrack… beh, penso che mi verrebbe un infarto!

@: A proposito. Mai stati negli USA?
FD: Io no, Vittoria è spesso a San Francisco, Marcella c’è stata da piccola. Per me “Il Texas è come la Galilea”, come dicono i Califone.

@: Recentemente state suonando con band americane del calibro di Okkervil River e Sin Ropas. Essendo il vostro suono molto americano, cosa invidiate a loro? Sentite la mancanza di qualcosa che fa la differenza tra noi e loro?
FD: Decisamente la scioltezza e la semplicità con cui fanno tutto ciò che fanno. Forse è l’eccessivo peso della millenaria cultura europea a non permetterci di fare altrettanto. Loro forse si fanno un decimo dei problemi che ci facciamo noi ogni volta.

@: Come avete vissuto finora e come vedete, se c'è (ma c'è??), la scena indipendente italiana? Se ne sente un gran parlare da un pezzo, ma mi sembra sia sempre e comunque una cosa interna, salvo alcuni casi.
FD: L’Italia pare un’isola. Le Alpi paiono sempre troppo alte. La verità è che sono le menti ad essere striminzite. Pochi gruppi per me meritano l’attenzione dell’estero. Pochi gruppi ed artisti hanno una proposta che è degna di essere mostrata agli altri. Siamo sempre indietro di quasi un decennio, qualsiasi cosa si faccia. Gli italiani sono attendisti, non sanno agire, non hanno polso, non prendono decisioni forti o non le porterebbero comunque a fondo, alle loro estreme conseguenze. Pantofolai, salvo le ovvie eccezioni, gli italiani alla fine sono così: nessuno muore di fame, nessuno sta poi così male… Gli artisti si sistemano, si adagiano, poi quando va male si inventano nuove attività più redditizie o tornano ad una vita più scontata. Nessuno pare avere una pistola puntata dietro la schiena. Noi sì, invece. E la nostra decisione è forte ed irreversibile: o musica o morte.

@: La mia ultima domanda, è sempre la stessa: mi date una playlist dei vostri ascolti recenti?
FD: In ordine alfabetico...
BONNIE “PRINCE” BILLY: “Master and Everyone”
CALEXICO: “The Black Light”
CALIFONE: “Quicksand/Cradlesnakes”
CALIFONE: “Room Sound”
CODEINE: “The White Birch”
JACKIE O’MOTHERFUCKER: “Figure 5”
JOAN OF ARC: “A Portable Model of...”
JOHNNY CASH: “American 4”
LABRADFORD: “Self Titled”
MATMOS: “The West”
OKKERVIL RIVER: “Don’t Fall in Love with Anyone You See”
REDREDMEAT: “There’s a Star Above the Manger Tonight”
REDREDMEAT: “Bunny Gets Payd”
SIN ROPAS: “Trickboxes on the Ponyline”
STARS OF THE LID: “The Ballasted Orchestra”
THE FOR CARNATION: “Self Titled”
TORTOISE: “Millions of Living Now Will Never Die”
XIU XIU: “A Promise”


Del loro promo che stanno facendo circolare tra locali ed etichette, in attesa di una proposta concreta che possa garantire loro la giusta visibilità all’estero, sentiamo un parere in arrivo da S.Francisco ad opera di Stefano Corazza, lui stesso musicista e gestore di etichetta:


Franklin Delano – All My Senses Are Senseless Today

Sette tracce omogenee in cui emerge un progetto chiaro e innovativo. La dote migliore dei FD è quella di raccogliere l'ascoltatore dallo stato d'animo in cui si trova e di condurlo attraverso foreste tropicali di benevolo low-fi e calde sonorità acustiche dal clima temperato. Direi che a questo punto potete mettere un e-segnalibro e andare a farvi un giro sul loro sito per vedere se riesce a raddrizzarvi questo lunedì mattina. Per prima cosa la batteria ha un tocco davvero splendido e riesce ad amplificare la dinamica dei pezzi. Particolarmente riuscite anche parti non convenzionali come la batteria clippata in Take Off che aggiunge spinta alle accelerazioni di questo pezzo, metafora di come nell'innovazione si utilizzino spesso gli stumenti sonori oltre il limite tradizionale. Molto calda la voce maschile che in Question ricrea atmosfere beat anni 70. Molto riusciti anche i voicing con la voce femminile intensa e capace di sonorità eteree e malate come in Question. La chitarra nelle sue diverse vesti è il suono dominante e sapendo sgusciare da registri acustici a rock a noise, imprime il tessuto sonoro del pezzo. Mentre He è forse il pezzo più tipicamente folk, You Told Me rappresenta la vena più rock dell'album, che forse non è esattamente il punto di forza dei Franklin Delano ma in cui riescono comunque a dare al pezzo una gradevole contaminazione noise low-fi. Nel complesso un opera molto buona, che vale la pena di inserire tra quell'oligarchia di dischi da tenere sul comodino. [Stefano Corazza]


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