| sono
le 19...avete preparato i salatini e le olive? allora prendete
in mano i bicchieri e bevetevi tutta d'un sorso questa intervista
fatta dalla redazione di post? (ju&al) ai 
(gian maria&onga), dj’s del profondo est trevigiano
entrati ormai nell’ ”olimpo dei divulgatori
di buone scalette per chi sa ascoltare”... www.martinibros.it
Al: Una domanda secca tanto per cominciare...perchè
Martini Bros? una cosa tipo "no martini, no party"?
(...te l'avran già fatta questa domanda ma da qualche
parte si deve pur cominciare...)
@: No no per carità... niente Clooney e le sue facce
inespressive... noi si cercava un nome che richiamasse un
immaginario italiano anni 70 e non ci venne in mente altro.
Una volta scoperto che avevamo degli omonimi in Germania
abbiamo tentato un secondo brainstorming ma esausti abbiamo
mantenuto questo nome confidando nel fatto che nessuno dei
due sarebbe diventato abbastanza famoso da intralciare gli
altri.. invece...
Al: A parte gli scherzi,
proponete dj sets coraggiosi, non per tutti, diciamo. Incontrate
le stesse difficoltà che hanno le band indie a proporsi
nel confronti del pubblico o tutto fila liscio? Raccontaci
qualcosa di curioso a proposito...
@: Tutti sembrano portati a pensare che i dj siano dei Wurlitzer
in carne e ossa e ci fanno le richieste più assurde
mentre siamo tutti impegnati a tenere il filo del discorso
in un set di alt.country/folk oppure di electropop. Per
fortuna del dj, la critica comunque riguarda sempre il materiale
di altri, quindi è meno doloroso..
Gian Maria: Sicuramente un DJ ha meno coraggio di una band,
se non altro per una questione di ingombro dei rispettivi
palchi. Di curioso non saprei cosa raccontarti, a parte
le solite minacce e richieste obsolete mentre si suona non
mi è successo molto di bizzarro.
Ju:
..ma cosa vi ha spinto ad iniziare questa “attività”?…chi
erano i Martini Bros prima dei Martini Bros?! come vi siete
conosciuti?
@: Io e Gian Maria ci conosciamo dai tempi bui dell’ITIS,
e abbiamo partecipato a svariate “festine” tra
amici in veste di DJ. A me la musica che sento in giro nei
locali, anche indie, ha sempre fatto cagare. Quando Gian
Maria ha chiamato ho risposto “eccomi”.
Gian Maria: Vero, è andata così, io ne avevo
abbastanza di quello che si sente nei cosiddetti club indie,
radio e dei relativi “blessed DJ” così
mi sono tirato su le maniche, ho cominciato da solo (dall’organizzarmi
la musica ai flyer) e quasi subito ho chiesto ad Onga un
aiuto, così da sommare i nostri gusti, conoscenze
e capacità.
Ju:
Da quanto ho potuto apprendere attraverso le chiaccherate
con Onga, non lavorate sempre in coppia, come vi dividete
gli incarichi?
@: Semplicemente andiamo a gusto, come su tutto. Gian Maria
ha organizzato una festa a base di pop francese anni ’60
con tanto di piscina ed auto d’epoca francese, io
ho messo in piedi una one-night al Rock Cafè intitolata
“Silence is sexy” dove per tutto il DJ set non
si sente una parola uscire dalle casse. Lo stesso con i
preascolti dei live, dove ognuno dei due segue le sue passioni
musicali. A Gian Maria gli Interpol, i Turin Brakes, Datsuns
e Teenage Idols, a me Black Heart Procession, Giardini di
Mirò e Ultraviolet Makes Me Sick. Avendo gusti personali
diversi riusciamo anche a proporre uno stile articolato
e diversificato, per uno sguardo più ampio sul panorama
indie. E quando suoniamo assieme ci troviamo a chiederci
a vicenda che disco sta mettendo l’altro :)
Al:
Parliamo delle scalette, che sono eccezionali: Bohemians
vs Cowboys, ovvero made in USA vs made in UK in una stessa
serata, Microwaves VS Barbecues ovvero elettronica contro
post-rock/psichedelia, non serate tematiche come avviene
di solito nei dj set, ma scontri tematici e contrasti...c'è
desiderio di mischiare generi e far conoscere di più
a chi partecipa alle serate by Martini Bros o il motivo
è un altro?
Gian Maria: L’idea degli scontri antitetici mi è
venuta immediatamente. Era inevitabile, io e Onga veniamo
da due esperienze musicali diverse e difendiamo con i denti
la nostra formazione, quindi perché non lavare i
panni sporchi in piazza? Poi i temi si sono articolati ma
all’inizio nacque così.
@: Si, mischiare le carte in tavola, proporre alternative,
solleticare il confronto, queste sono le nostre intenzioni.
La musica non ha confini per noi e troviamo importante soprattutto
far conoscere a tutti i frutti delle nostre continue ricerche
e contatti internazionali. Noi più che dj siamo dei
promoter, di quello che ci piace.
Al: La divulgazione dell'indie nostrano
è cosa rara (quasi una missione!!), e nelle serate
"(When) Italians Do It Better", Martini Bros si
muove proprio in questa direzione. Vi sentite un po'
"in missione per conto di Dio" alla blues brothers?
C'è risposta e attenzione? cosa ne pensi dell'indipendente
in Italia?
Gian Maria: Nessuna missione né crociata, per carità.
Dubito esista una scena indie, né geografica né
stilistica, ci sono altresì dei ragazzi in gamba
che si incrociano per forza di cose, oserei dire per ragioni
statistiche e organizzano, promuovono, suonano e sfruttano
la loro esperienza per diffondere un certo modo di amare
la musica. Oppure essere indie significa cinicamente non
avercela (ancora) fatta? In caso, meglio un contratto miliardario
ai Raveonettes che cento cloni dei Subsonica e relative
newsletter.
@: La risposta del pubblico? Cerchiamo di non farci prendere
dallo sconforto. C’è poco da fare, il mondo
indie si è ingrossato solo perchè la Converse
negli ultimi anni ha venduto più All Star. La musica
interessa a pochi, troppo pochi. Juxtapose per dirla con
Tricky. Ci sono molte band italiane che mi piacciono, ma
in generale trovo che molti siano complessati, non rischino
e il risultato è poco coraggioso... Ci sono altresì
delle band che spaccano, penso a Giardini di Mirò,
Yuppie Flu, Three Second Kiss, Candies e pochi altri, e
i risultati si vedono.. basta piangersi addosso!
Al: "Effetto Morricone",
un altro titolo di testa delle vostre serate, musica da
colonna sonora associate a immagini di film o ad immagini
puramente mentali, cosa ne pensi della riscoperta della
musica cinematica che si sta avendo negli ultimi anni?
Gian Maria: Ho pensato che programmare una serata a tema
con musica da film (esistiti e non) fosse un bel regalo
a quei locali dove la musica non deve scavalcare le chiacchiere,
e a tutti quei musicisti che sfuggono ai palinsesti perché
non sufficientemente radiofonici. Per risponderti non parlerei
tanto di riscoperta, almeno per rispetto a chi c’ha
lavorato tanto e con splendidi risultati in passato (ciao
Mimì, Vittoria ed Egle!) tuttavia penso sia un filone
affascinante, ad oggi purtroppo pieno di discreti atleti
ma davvero pochi fuoriclasse.
@: Mi sono incazzato tantissimo quando ho sentito Born Slippy
degli Underworld alla fine di Trainspotting. Faceva schifo,
non ci stava proprio. Ho sempre avuto in testa una colonna
sonora alle immagini che vedevo, anche a quelle reali.
Ju:
Anche alla luce di quello che proponete, riuscite a trovare
tante serate per i vostri dj-set?
Gian Maria: Non è così facile come può
sembrare dai tanti DJ set, dove viviamo i locali sono pochi
e non è semplice incrociare la nostra proposta con
le loro esigenze. Siamo consapevoli delle difficoltà
del posto in cui viviamo…per questo, appena posso,
volo in Gran Bretagna :)
A riguardo ti racconto un aneddoto recentissimo, sono appena
tornato dalla Scozia, dove ho lasciato al promoter del King
Tut’s di Glasgow un mix della nostra musica, al rientro
accendo il PC e trovo una sua mail dove mi dice che gli
è piaciuto tantissimo e lo sta suonando ogni sera
dopo i concerti e spiega che quindi mi posso considerare
un DJ del “tempio del rock scozzese” (a detta
di Steve Lamacq e del New Musical Express)
@: Vero, Mark Graham di Smoothmusic per descrivere il nostro
mix “Effetto Morricone” e uno tutto strumentale
“Silence Is Sexy” non ha saputo far altro che
definirli “fucking brilliant”. 200 djsets in
due anni non è male, ci sbattiamo tanto ma, come
ha detto Gian Maria, o qui o fuori le soddisfazioni arrivano.
Al: "I am a D.J., I am what
I play" come canta Bowie oppure "Hang the blessed
D.J.because the music that they constantly play it says
nothing to me about my life" come cantano gli Smiths,
quale pensi sia la funzione del dj? mettere in vista i propri
gusti, emozionare e trasportare o ancora qualcosa di più?
Gian Maria: Qualcuno cantava pure “Last night a DJ
saved my life” e ben prima dei 90 Day Men… Scherzi
a parte ,la funzione del DJ per come la vivo, dovrebbe essere
quella dell’appassionato spacciatore di musica. Una
specie di Kazaa dotato di rete neurale.
@: Si, il dj per me deve proporre il proprio gusto, con
passione, altrimenti è meglio Winamp e la playlist
di Rockerilla.
Ju:
il vostro sito è sempre molto aggiornato con tutte
le playing list dei dj-set, chi se ne occupa?
Gian Maria: Prossima domanda per favore, il mio capo potrebbe
non gradire questa risposta
Ju: ho notato che il materiale che
avete a vostra disposizione è sempre molto vario
e interessante, come riuscite a procurarvelo?!
@: Passando le notti in bianco davanti al Pc a leggere recensioni,
articoli etc. e poi contattare bands ed etichette per instaurare
un rapporto di collaborazione. Per questo posso davvero
ringraziare le bands, ed etichette come Kranky, Secretely
Canadian/Jagjaguwar, Homesleep, Suiteside e molte altre
che credono nel nostro progetto.
Gian Maria: Siamo fortunati. Le band e le etichette capiscono
al volo quello stiamo facendo e quanto ci sbattiamo, e ci
supportano. Con molti di loro ci scambiamo musica, spille,
adesivi, caramelle ma anche contatti utili per una migliore
promozione.
Infine, c’è un minuscolo negozio di musica
Indie, l’Hole Records di Montebelluna (TV) che oltre
ad avere dei prezzi strepitosi ci regala sempre qualcosa
;)
Ju:
avete altri progetti per il futuro?!
@: Sposare Jessica Bailiff, importare un tumbleweed via
FedEx, inventare il teletrasporto.
Gian Maria: Essere il primo cliente del servizio di teletrasporto
inventato da Onga
Ju: un ultima curiosità
per chiudere, …di cos'altro vi occupate nella vita?!
@: La mia vita diurna è costellata di cose ignobili
tipiche del nord-est che espio facendo centinaia di chilometri
di notte, da solo, per rincorrere i concerti delle band
che amo.
Gian Maria: Io invece sto aspettando che ripassino “La
Mia Droga Si Chiama Julie” in televisione per registrarlo.
Nei lunghi tempi morti sono direttore di una rivista fashion
dove, nonostante le apparenze e le suggestioni che questo
può suscitare, ti assicuro non c’è più
entusiasmo di quello descritto da Onga appena sopra.
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LA VIA EMILIA PORTA IN TEXAS
www.franklindelano.org
paolo@franklindelano.org
Questa volta vi voglio parlare
di un gruppo emiliano che a sentirlo scommettereste che
provenga dalla terra della carne secca e non da quella
della piadina (anche se, i precisini mi diranno che la
piadina è romagnola) per come mischia il folk e
il blues americano con i fumi del jazz nero e il candore
bianco del noise. Franklin Delano è il nome del
gruppo e sono un trio, formato da Paolo Iocca, Marcella
Riccardi e Vittoria Burattini ( siore e siori, le due
donne ex-Massimo Volume.. scusate se è poco). Attualmente
sono alla ricerca di un’etichetta che possa dare
respiro internazionale al loro lavoro che davvero si pone,
come già altri in italia, al di sopra dello sterile
giudizio basato sulla provenienza geografica.
Il loro disco “All My Senses Are Senseless Today”
è un alternarsi di quiete e rumore, ma collegato
da un unico filo conduttore, che è una nuova idea
di folk. Come Tricky e Martina in Maxinquaye Paolo chiama
e Marcella risponde, le atmosfere sono ora scure e tese,
ora rilassate ma sempre pronte ad esplodere. Si sentano
pezzi come Question, Your Perfect Skin Line o I’ll
Call It a Day dove l’alternarsi delle voci mi porta
a pensare alla coppia bristoliana in versione candeggiata.
In sottofondo un rigirarsi di rumori e rumorini è
tenuto in piedi dal continuo lavorio alla batteria di
Vittoria. Altrove invece, come nel caso di Hello è
il rumore a impadronirsi del pezzo andando ad ingrassare
le chitarre folk fino a diventare pesanti e metalliche,
se mi passate il termine, nella grumosa You Told Me. E’
sempre l’america e i suoi suoni ad aleggiare nel
lavoro dei Franklin Delano con una particolare predisposizione
a rompere gli schemi come in He dove si parte da un atmosfera
da traditional che viene presto sciolta nel noise per
poi far riaffiorare il tema iniziale nella conclusione
del pezzo. Un gruppo coraggioso, di sicuro.
Dell’america, del jazz e del noise, e di altro ancora
parliamo con Paolo Iocca cuore pulsante di questo nuovo
progetto.
@: Se
pur molto recente questo progetto ha alle spalle un lungo
background da parte di tutti e tre, come siete arrivati
a trovarvi a suonare assieme?
FD: Beh, sì, le storie sono lunghe e contorte, per
alcuni di più, meno per altri… è stato
Ferruccio (Cut) a mettermi in contatto con Marcella, noi
due ci si conosceva solo di vista. Ferruccio era a conoscenza
del sound di cui ero in cerca e insistette molto sul fatto
che Marcella potesse essere in cerca di un suono molto simile.
Così è stato: ci siamo sintonizzati subito
sulla stessa lunghezza d’onda e tutto con lei si è
integrato alla perfezione fin quasi da subito. Ovviamente
col passare del tempo siamo entrambi migliorati ed i nostri
suoni hanno acquistato moltissimo in personalità.
Possiamo dire che siamo musicalmente cresciuti insieme quest’anno!
Con Vittoria è appena iniziata. È stato buffo:
quando, ben due anni fa, presi la decisione di riprovare
a suonare, lei fu la prima persona che contattai. Scelse
un’altra situazione pensando forse che la mia proposta
non fosse all’altezza. Purtroppo per lei, l’altra
situazione non ha dato esiti e quando ha sentito il promo
(che è al momento ancora in cerca di etichetta) deve
essersi molto mangiata le unghie. Ho dovuto insomma dimostrarle
che non stavo perdendo il mio tempo e che ciò che
proponevo aveva una sua validità dimostrabile per
averla a suonare con me… alla buon’ora!
@: Paolo,
comè lavorare con la metà femminile del più
importante gruppo rock che abbiamo avuto in italia nell'ultimo
decennio?
FD: In genere preferisco lavorare con le donne. Si parla
meglio, ci si capisce di più e si mettono in comune
aspetti differenti e complementari. Marci e Vitt sono maniache
perfezioniste e stacanoviste quanto me nello studiare le
loro parti, lente di ingrandimento alla mano. Non potrei
essere più fortunato!
Riguardo i Massimo Volume, beh, noi siamo diversi e probabilmente
molti dei loro fans non gradiranno la nostra proposta. Io
non seguo la musica “italian speaking”. L’italiano
non mi piace particolarmente, trovo l’inglese molto
più divertente e fresco – l’italiano
va bene per la filosofia e la letteratura. Ovviamente io
sono l’unico qui a pensarla così, tanto è
vero che Marci ha un progetto parallelo in cui canta e scrive
in italiano.
@: Parlando
dei vostri pezzi, come lavorate in fase compositiva? Chi
scrive i testi e come si sviluppano le musiche?
FD: Al momento c’è una regolarità di
metodo, ma è casuale: io porto i pezzi, parti di
chitarra, testi e strutture “quasi” definitive.
Marcella ne rumina le registrazioni su cassetta, finché
le digerisce e le assimila, provando quindi varie soluzioni
di arrangiamento. Vittoria sperimenta e riascolta cercando
di interpretare le atmosfere e i grooves giusti. Ovviamente
tutto questo lavoro insieme scatena a volte nuove idee e
di conseguenza cambia le carte in tavola. I cori arrivano
quando le parti di chitarra (o mandolino o lapsteel) sono
già definiti. A volte c’è un lavoro
complesso sui cori stessi (come nel ritornello di “Question”
o in “I’ll call it a day”, ad esempio).
Riassumendo: io compongo, Marci crea gli aloni, le atmosfere,
le chicche varie che fanno dei Franklin Delano quello che
sono, Vitt apre le braccia su tamburi e piatti e sostiene
tutto il pasticcio sonoro con pulsazioni e grooves semplici,
efficaci e personali.
Se ti riferisci a “come” io compongo quei pezzi,
beh, è un lavoro non particolarmente razionale né
regolato…
@: Nella
vostra musica si leggono componenti molto diverse come la
tradizione folk americana, echi di jazz e il noise chitarristico
di matrice sonica. Sono influenze personali che si mescolano
o fanno tutte parte del bagaglio di ognuno?
FD: Beh, ovviamente gli ascolti sono diversi, ma le linee
comuni sono riconoscibili. Vittoria ad esempio ascolta post
country solo da quando abbiamo iniziato a suonare insieme.
Però c’è sempre qualche ascolto comune
che “svetta”: con Marci sono stati i Califone,
con Vittoria forse più i The For Carnation o Mark
Lanegan… e poi ci sono le influenze inconscie e inavvertite.
Se Vittoria mi dice ad esempio che un mio passaggio è
molto beatlesiano, posso crederle, ma non posso saperlo
perché i Beatles sono un ascolto di quando ero bambino,
non sono una mia influenza…
@: L'america
a cui mi sembra vi colleghiate come immaginario non ha una
localizzazione precisa, ci sono sia echi delle sofisticatezze
chicagoane che di matrice tipicamente "texana"...
quali sono le vostre fonti di ispirazione, sonore, filmiche
o reali che siano?
FD: Le fonti di ispirazione… ci sarebbe da fare un
discorso molto ampio su questo argomento. Sai, uno decide
di seguire alcuni punti di riferimento, ma poi, tra le tante
cose che escludi, se tieni i canali aperti, alcune rientrano
senza che tu debba necessariamente accorgertene.
Prima di tutto ci sono i riferimenti più o meno consci,
più o meno dichiarati. Come tu hai sottolineato,
la post Chicago, il Texas, e perché no? La Louisville
di MacMahan e Co., ma anche Tucson, San Diego… sono
luoghi di cui abbiamo un’immagine mentale indefinita,
ed è di questa immagine che, di volta in volta, i
pezzi sono “informati”. Poi c’è
il lungo discorso delle nostre schizofreniche vite, materialmente
supposte esser calate nel “nostrano”, ma che
non hanno più nulla di radicato e che scelgono la
cultura che preferiscono, da dovunque essa provenga…
che sia yankee o nipponica, ecc.
Di questa non appartenenza e di questo rifiuto di radici
la nostra musica si nutre incessantemente.
@: Avete
mai pensato alla vostra musica, anche se non direttamente,
come una possibile colonna sonora di un moderno film ambientato
negli states?
FD: A dire il vero, no. Pensi che potrebbe esserlo? Certo,
ripeschiamo atmosfere che crediamo rimandino a una certa
cultura yankee e altre che forse già appartengono
ad una cultura “post yankee”, ad una cultura
di un’America diversa, che ha già passato il
suo “punto di non ritorno”…
Tarantino, Ferrara, Aronowski? Certo, se uno di loro mi
chiedesse un pezzo per una soundtrack… beh, penso
che mi verrebbe un infarto!
@: A
proposito. Mai stati negli USA?
FD: Io no, Vittoria è spesso a San Francisco, Marcella
c’è stata da piccola. Per me “Il Texas
è come la Galilea”, come dicono i Califone.
@: Recentemente state suonando
con band americane del calibro di Okkervil River e Sin Ropas.
Essendo il vostro suono molto americano, cosa invidiate
a loro? Sentite la mancanza di qualcosa che fa la differenza
tra noi e loro?
FD: Decisamente la scioltezza e la semplicità con
cui fanno tutto ciò che fanno. Forse è l’eccessivo
peso della millenaria cultura europea a non permetterci
di fare altrettanto. Loro forse si fanno un decimo dei problemi
che ci facciamo noi ogni volta.
@: Come
avete vissuto finora e come vedete, se c'è (ma c'è??),
la scena indipendente italiana? Se ne sente un gran parlare
da un pezzo, ma mi sembra sia sempre e comunque una cosa
interna, salvo alcuni casi.
FD: L’Italia pare un’isola. Le Alpi paiono sempre
troppo alte. La verità è che sono le menti
ad essere striminzite. Pochi gruppi per me meritano l’attenzione
dell’estero. Pochi gruppi ed artisti hanno una proposta
che è degna di essere mostrata agli altri. Siamo
sempre indietro di quasi un decennio, qualsiasi cosa si
faccia. Gli italiani sono attendisti, non sanno agire, non
hanno polso, non prendono decisioni forti o non le porterebbero
comunque a fondo, alle loro estreme conseguenze. Pantofolai,
salvo le ovvie eccezioni, gli italiani alla fine sono così:
nessuno muore di fame, nessuno sta poi così male…
Gli artisti si sistemano, si adagiano, poi quando va male
si inventano nuove attività più redditizie
o tornano ad una vita più scontata. Nessuno pare
avere una pistola puntata dietro la schiena. Noi sì,
invece. E la nostra decisione è forte ed irreversibile:
o musica o morte.
@: La
mia ultima domanda, è sempre la stessa: mi date una
playlist dei vostri ascolti recenti?
FD: In ordine alfabetico...
BONNIE “PRINCE” BILLY: “Master and Everyone”
CALEXICO: “The Black Light”
CALIFONE: “Quicksand/Cradlesnakes”
CALIFONE: “Room Sound”
CODEINE: “The White Birch”
JACKIE O’MOTHERFUCKER: “Figure 5”
JOAN OF ARC: “A Portable Model of...”
JOHNNY CASH: “American 4”
LABRADFORD: “Self Titled”
MATMOS: “The West”
OKKERVIL RIVER: “Don’t Fall in Love with Anyone
You See”
REDREDMEAT: “There’s a Star Above the Manger
Tonight”
REDREDMEAT: “Bunny Gets Payd”
SIN ROPAS: “Trickboxes on the Ponyline”
STARS OF THE LID: “The Ballasted Orchestra”
THE FOR CARNATION: “Self Titled”
TORTOISE: “Millions of Living Now Will Never Die”
XIU XIU: “A Promise”
Del loro promo che stanno facendo circolare tra locali ed
etichette, in attesa di una proposta concreta che possa
garantire loro la giusta visibilità all’estero,
sentiamo un parere in arrivo da S.Francisco ad opera di
Stefano Corazza, lui stesso musicista e gestore di etichetta:

Franklin Delano – All My
Senses Are Senseless Today
Sette tracce omogenee in cui
emerge un progetto chiaro e innovativo. La dote migliore
dei FD è quella di raccogliere l'ascoltatore dallo
stato d'animo in cui si trova e di condurlo attraverso foreste
tropicali di benevolo low-fi e calde sonorità acustiche
dal clima temperato. Direi che a questo punto potete mettere
un e-segnalibro e andare a farvi un giro sul loro sito per
vedere se riesce a raddrizzarvi questo lunedì mattina.
Per prima cosa la batteria ha un tocco davvero splendido
e riesce ad amplificare la dinamica dei pezzi. Particolarmente
riuscite anche parti non convenzionali come la batteria
clippata in Take Off che aggiunge spinta alle accelerazioni
di questo pezzo, metafora di come nell'innovazione si utilizzino
spesso gli stumenti sonori oltre il limite tradizionale.
Molto calda la voce maschile che in Question ricrea atmosfere
beat anni 70. Molto riusciti anche i voicing con la voce
femminile intensa e capace di sonorità eteree e malate
come in Question. La chitarra nelle sue diverse vesti è
il suono dominante e sapendo sgusciare da registri acustici
a rock a noise, imprime il tessuto sonoro del pezzo. Mentre
He è forse il pezzo più tipicamente folk,
You Told Me rappresenta la vena più rock dell'album,
che forse non è esattamente il punto di forza dei
Franklin Delano ma in cui riescono comunque a dare al pezzo
una gradevole contaminazione noise low-fi. Nel complesso
un opera molto buona, che vale la pena di inserire tra quell'oligarchia
di dischi da tenere sul comodino. [Stefano Corazza]
Servizio a cura di @
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