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Bera Festival 
Corbetta (MI) 12-13 settembre 2003

La mia è una lotta personale. Uno scontro senza fine contro l’impero di Bob Marley, come personale interpretazione della lotta tra il bene e il male, la luce e il buio. Ovunque ci sia bisogno di me io corro, ad evitare che qualche service si permetta di mettere “I Shot The Sheriff” tra un concerto e l’altro in un festival estivo. E’ così che sono entrato in contatto con Danilo, l’associazione Beranera e il relativo festival che nel secondo fine settimana di settembre ha risvegliato dal torpore tipico della cintura milanese un bel pò di giovani indie fiaccati dalla calura. Quando ho visto, proprio su queste pagine, la pubblicità del festival e i gruppi che ci suonavano per due notti non ho chiuso occhio immaginando il suddetto Bob Marley riempire l’aria mentre gli Ultraviolet Makes Me Sick smontavano la loro roba, in favore degli entranti Giardini di Mirò su un palco che aveva ospitato la sera prima Milaus e One Dimensional Man. Così è stato che Martini Bros è diventato il djset ufficiale del Bera Festival di Corbetta. Inutile parlare di Martini Bros, se ne parla abbondantemente altrove in questo numero, parliamo del festival. Innanzitutto bisogna dire che il festival è alla sua prima edizione ma presenta comunque un cast di gruppi di tutto rispetto, onore al merito.

Venerdì 12 settembre.
Prima:
Arrivo nello spiazzo dedicato al festival mentre i ODM fanno il check, intorno fremono i preparativi per il bar e le ultime sistemazioni. Il palco è grande e l’impianto spacca per bene, facciamo sul serio penso.. non avrò modo di ricredermi. Faccio conoscenza con Danilo che è più magro e abbronzato di come l’avevo immaginato. È nervoso, sembra che tutto vada storto, che tutto sia in ritardo, il frigo nei camerini non funziona come dovrebbe, le transenne non sono al loro posto. Il sole scalda tantissimo e già mi pento di aver pensato solo a felpe e maniche lunghe. Ma cristo! Siamo a metà settembre, in Lombardia.. dove sono finite le nebbie???
Durante:
Salgono su palco per primi i R.U.N.I. La loro musica non è il mio pane ma la follia techno-pop dei loro pezzi è simpatica e contagiosa, sempre imprevedibile. Salgono poi sul palco, mentre io ci dò dentro di Scott 4 e New Wet Kojak dalla console, i Milaus una delle band che con la loro presenza mi hanno convinto ad invadere terra lombarda. Il loro set è potente e convincente, l’impianto spacca il dovuto e pezzi come Rock Connection sono una vera bomba. Il bello dei Milaus è che sono convincenti anche coi pezzi più riflessivi e introversi. Veloce cambio palco fin che girano i dischi di Altro, Candies e Redworms’ Farm e si preparano a suonare i miei conterranei (‘mazza oh! nemmeno fossimo in america) One Dimensional Man. Si presentano con il nuovo chitarrista che ha il difficile compito di sostituire Giulio Favero. Il concerto dei One Dimensional Man è un crudo sviscerare i temi blues sparandoli poi a mille all’ora con potenza inaudita. Danilo è già preoccupato per i problemi di volumi e orario e intanto Dario&co. sul palco fanno uno dei concerti migliori che io abbia visto recentemente e, credete, per forza di cose li vedo spesso. Il nuovo chitarrista regge, e si fa apprezzare per essere entrato in perfetta sintonia col gruppo. Soliti siparietti “politici” di Pierpaolo e soliti stop e ripartenze devastanti. Peccato non abbiano ancora preso la strada più difficile, quella di affrontare gli americani in casa loro. Ma questo, è un altro argomento.
Dopo:
Il post concerto è dominato ancora dai One Dimensional Man, tra svenimenti di cantanti e siparietti comici di batteristi, con contorno di simpatici aneddoti di Ugo e molte birre. Il tutto mentre cerco di raffreddare un po’ la serata con pezzi di Tarentel, Drekka, Sackville e Polmo Polpo. Anche l’aria si è raffreddata molto, e mi compiaccio di aver portato con me delle felpe belle toste. Dopo l’ennesima birra con gli Hombres veneti mi dirigo a dormire, in un motel che sa molto di Starsky & Hutch.

Sabato 13 settembre.
Prima:
Nel primo pomeriggio, dopo aver sentito per tutta la notte persone esprimersi a dittonghi dalle camere attigue alla mia, vado a prendere una pizza con Danilo e scopro che fa anche lui parte del grande club “sbattiamoci per la musica indie”. Sono felice di aver conosciuto un altro guerriero, un altro “bros” spirituale.
Durante:
Il pomeriggio è scorso un po’ lentamente e tutti i check, tranne quello dei Giardini di Mirò, sono in grosso ritardo. Il problema è che devono suonare anche dei ragazzini del posto, di cui non ricordo il nome ma solo l’orrendo clone dei Subsonica che propongono. Danilo vaga disperato, ci sono grossi problemi con gli orari. I ragazzini subsonici si permettono anche di fare un ultimo pezzo dopo che gli è stato dichiaratamente comunicato lo stop. Fosse per me sarebbero a rifare la segnaletica orizzontale sulla Statale 53 VI-TV. Per recuperarmi dallo shock ci dò dentro di folk music trasversale passando per Loose Fur, Pecksniff, Valerio Sartori e Mrsixties. Per fortuna adesso salgono sul palco i Cods dico io.. e invece no. Il mio ovviamente è un giudizio di parte, ma più che sentire del pop raffinato e colto alla Jim O’Rourke, come io stesso avevo indicato traendo fonte dalla stampa specializzata, mi sembra di sentire un tentativo di svecchiare Vecchioni. Pretenziosi. Non me ne vogliano i Cods che sono anche dei simpaticoni..  Scelgo di far ascoltare mentre, adesso si finalmente, salgono sul palco gli Ultraviolet Makes Me Sick, un distillato di Yellow Capra, Meanwhile Back In The Communist Russia.. e Onq. Il concerto degli Ultravioletti è perfetto per quanto mi riguarda. Le atmosfere che creano crescono lentamente e avvolgono in maniera ipnotica, davvero ottime le suggestioni jazzistiche che innestano in questo rock cinematico. Per questa sera rinunciano ai nuovi pezzi cantati da Ics (Deep End) proponendone qualche versione strumentale, ma sono certo che saranno dei gran pezzi. Questa sera in particolare mi sono innamorato della batteria, che dà un tocco davvero di classe ai giri chitarristici di Al e Ju. Un temporale si avvicina minaccioso proprio mentre, a base di cruccherie assortite quali Static, Lali Puna, Ulrich Schnauss e Dub Tractor cerco di creare l’atmosfera giusta per l’ingresso su palco dei Giardini di Mirò. Si mette a piovere, per fortuna non in maniera violenta, proprio quando cominciano a suonare. Mentre il pubblico resiste i Giardini ci danno dentro alla grande proponendo i pezzi dell’ultimo, favoloso per me, album e qualche pezzo vecchio. Come al solito rimango deluso da Trompso is Ok che mi piace più su disco, come al solito rimango adorante a ballicchiare felice The Comforting Of a Transparent Life e a digrignare i denti sul gran finale di A New Start che sfuma, si fa per dire visti i volumi, in un’inedita cover di I Wanna Be Your Dog. Il concerto è stato molto “emo” se mi passate il termine e mi ha abbondantemente ripagato della mezza delusione avuta al Container di Bologna la sera della presentazione dell’album. Il tutto mentre pioveva e i fonici, io, Alberto e l’inossidabile Roberta difendevamo dalle intemperie la linea Maginot che andava dal mixer al merchandising passando per la console.
Dopo:
Il Bera Festival è finito, o quasi. Ci dividono dalla parola fine ancora alcune cose. Ho scoperto che il mito di “Barcaro&Figli Manutenzione Celle Frigorifere” ha fatto più strada del previsto, ho scoperto pure che Alessandro Raina è più giovane di quel che pensavo (sigh) e che Jukka se la tira meno di zero nonostante l’abbondante metro e novanta e le due K nel nome, cosa che a mio giudizio gli permetterebbe, se volesse, di pretendere almeno il baciamano e la genuflessione. Fa un freddo cane e l’unica salvezza sono le birre e i panini con la salamella che ci contendiamo io, Alberto, Danilo e i ragazzi del service. Danilo ora è molto più rilassato: è andata, ed è andata bene.

Così è andata la prima edizione del Bera Festival, che mi auguro sinceramente abbia un seguito perchè è stato un festival coerente. Dote rara. Poco a che vedere con altri festival più blasonati ma discontinui, che mettono assieme pubblici di gusti opposti e gruppi a volte su palchi e impianti scandalosi. Complimenti dunque all’associazione Beranera, soprattuto a Danilo e Alberto che hanno lasciato il segno su questa mia esperienza.
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PS: se capitate dalle parti di Corbetta e dintorni vi consiglio il Motel Ovest: 50 euro a notte, tv con 3 canali, pulizia approssimativa e clientela equamente divisa tra prostitute e spacciatori. Per una volta vi sentirete come in un video dei Motley Crue o Guns’n’Roses. Molto rock’n’roll.


   

L’avanguardia di Milano
Strano come in una città come Milano dove i locali stanno sparendo portando le occasioni di ascoltare buona musica dal vivo rasenti a zero, se non per il jazz, le cover e i pianobar, si siano creati, per una particolare coincidenza astrale, due occasioni per sentire avanguardia nel giro di pochi giorni. Noi eravamo lì.

07 ottobre 03 nuova sede redazione Abitare, Milano
concerto di Full Metal cage Collective

Proprio nelle notte in cui Arnold Schwarzenegger veniva eletto governatore dello stato della California, provincia del beneamato ”impero”, dimostrando che in USA le tue prefernze (bipolarismo sulla carta) le puoi esprimere anche su un solo dito (il medio ben alzato…) dato lo spessore dei protagonisti della “lotta”, andava in onda alla festa del 40esimo compleanno di Abitare, rivista di design e arredamento a Milano in zona città studi un happening musicale dell’ensemble Full Metal Cage Collective con protagonista Steve Piccolo.
L’esperienza si chiama “Natural mixer”, ovvero musicisti (trobone, sax alto e baritono, batteria, basso, chitarra/violoncello, theremin) sparsi in zone diverse dell’ambiente in modo tale che il mixer sia l’ascoltatore vagante per gli spazi. Musica da ambiente, concettuale e parzialmente improvvisata, donata a sprazzi per i casuali ascoltatori di quella sera del sette ottobre (davvero centellinata!!). Architettura e design nell’aria, facciamo in tempo a scambiare quattro chiacchiere con Steve, che ci parla dell’aridità della scena milanese in fatto di locali e spazi e delle migliori occasioni rispetto alla presente (festival jazz e teatro a Milano) per ascoltare in futuro l’ensemble. Comunque alla fine i Full Metal Cage Collective li ascoltiamo in un mini concerto all’ingresso non amplificato e l’impatto è feroce, tra il jazz estremo e l’avanguardia, iniziando dal caos generale di feedback di chiatarra, passaggi rapidi free-form di batteria, e svisate dei fiati per passare nel susseguirsi dei brani a forme più geometriche (se possiamo parlare di una geometria su forme free) interpretate a umori, sguardi, stacchi, suoni e ritorni sul tema. Chiude una cover jazzistica di Amstrong con sezione fiati in evidenza e per la prima volta un basso suonato d’accompagnamento per un ultima fase di decongestione musicale. Ci riserviamo maggiori commenti per futuri avvistamenti in luoghi più consoni che non a una festa sovraffollata fra camerieri che facevano capolino nello spazio dei musicisti e gente che capiva circa l’1% di quanto ascolatava.
L’esperimento è riuscito? La risposta è un “ni”, nel senso che è l’ambiente che non è stato all’altezza della musica (e molto probabilmente quel concerto non era reputato essere elemento dominante nella serata, penso io), e non il contrario, una folla da discoteca è stato flusso troppo grande per gustare raffinate ambientazioni musicali, e poi, come avviene per le sfilate di moda supportate da concerti, la gente non è lì proprio per ascoltare, e chi ascolta sono proprio le uniche due mosche bianche, come il sette ottobre tra le architetture della nuova sede di Abitare a Milano dove eravamo solo in due lì quasi casualmente per quel concerto.

Per maggiori info e news aggiornate sull’avangard-jazz di Full metal Cage Collective: http://www.undo.net/stevepiccolo/

Al (photos by ju)


18 ottobre 03 Cox18, Milano
concerto di Damo Suzuki Network

Un amica con noi al concerto Milanese di Damo Suzuki Network faceva notare come tra il pubblico la percentuale di presenza femminile fosse ridotta al minimo rispetto a quella maschile, cosa effettivamente ribaltata ad un concerto di Robbie Williams (…e qui è nata una domanda davvero misogina che ha percorso la serata: ma possono le donne capire l’avanguardia? , domanda che suona come il titolo di un libro di P.K.Dick e domanda che davvero obbliga le nostre scuse…). Forse il nostro Suzuki (che voi tutti ricordate come voce dei grandissimi Can) si è pur fatto la stessa domanda più di una volta, anche se dal suo faccione beato da vecchio boss della mala giapponese dal capello lungo non traspariva affatto.
Musica libera e formazione a sei elementi (formazione variabile nelle date del tour italiano con 6/7 elementi presi su un lotto di 9 possibili, cioè ogni concerto del tour è esperienza unica e diverso dal precedente perché si mischiano e cambiano gli attori, non male davvero…) + Damo a cui si aggiunge Massimo Pupillo (Zu, Dogon) per gli ultimi due pezzi. L’inizio è abbastanza “semplice”, se si può parlare di semplicità per un ensemble che fa dell’improvvisazione la sua arma migliore, costruito sulle ritmiche essenziali di chitarra di Fabrizio (r) Palumbo (Larsen) e sulle variazioni nei suoni, chitarra e autocampionature dosate da Xabier Iriondo (A short Apnea, ex Afterhours…), con l’uso anche di un mac proprio in fronte al pubblico. Il supporto ritmico di basso e basso/chitarra acustica è affidato a due elementi dei Permanent Fatal Error (formazione presto in uscita per Wallace records, nrd), Enem e Sun Beep.
E’ un concerto in cui più si progredisce più il suono si sporca, dai toni circolari di mantra diventa fisico, ostinato, variabile, e la parte da padrone qui la fanno le ritmiche di batteria magistralmente confezionate da Roberto Bertacchini (Starfuckers), con il suo modo “fisico” di lasciarsi trasportare dietro lo strumento e dialogare con tutti gli altri elementi in contrappunti, spezzati e variazioni improvvise. Una progressione, un libero sfogo di grovigli sonori, emotivi dal porofondo, che si portano davanti e dietro la linea della comprensione oscillandovi di continuo, e lo stesso senso lo si ritrova nel ruolo di Damo Suzuki, che proclama testi, canta, varia lo stile a seconda di quello che sta evolvendo alle proprie spalle, dai toni gutturali all’altissimo, al sussurrato, all’insistito.
La fase finale, a ricalcare il percorso citato, con l’aggiunta di Massimo Pupillo, diviene una deriva free, rumoristica, confusa ma allo stesso tempo orchestrata in sospensioni più “lineari”, dure scariche di note gettate a lunghi tratti sul pubblico fino al silenzio finale.

Gran concerto di comunicazione più che improvvisazione, una lezione di amalgama che dovrebbe insegnare cosa ci vuole alle sound factory di jazz/fusion/rock delle scuole musicali per creare davvero una “cultura” di musicista fuori dall’ “io sono bravo” ovvero in altri termini, dell’ “io suono come la copia esatta di..” , dove ogni sguardo fra quelli sul palco ha avuto un motivo preciso, una direzione, dove conta tener bene aperti gli occhi e guardare la musica plasmarsi, attorcigliarsi e mutar forma di secondo in secondo in modo umorale, istintivo, unico perché rappresenta “quel” momento, non facile davvero rendere qualcosa di questo tipo su un palco (e chi suona lo sa bene…). Una formazione da “Resto del Mondo” se vista in termini da disfida calcistica, che stupisce per coesione in un gruppo che si è ritrovato a suonare assieme per le poche date del tour di Damo. E’ la militanza degli elementi in certi circuiti che fa la differenza; vedere suonare assieme, prendere spunto uno dall’altro e creare musica su due piedi persone dalla mente aperta allo stesso modo, aperta completamente in due come zucche, è davvero piacevole ed è cosa di cui fare tesoro. Segnatevi queste due parole sulla custodia del vostro strumento: Apertura Mentale e soprattutto Gusto. La tecnica è davvero relativa.

Al (photos by ju)