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Permanent Fatal Error/ Law speed
[Wallace records 2004 wal40]
Da una costola di Ulan Bator,
gruppo Francese ormai più o meno in pianta stabile
in Italia, prende vita il progetto di Olivier Manchion sotto
il nome di Permanent Fatal Error. Già visti e apprezzati
per capacita di improvvisazione live nel progetto di Damo
Suzuki (network), che già da una precisa indicazione
della quota dei musicisti dei PFE, troviamo la stessa abilità
nel miscelare suoni elettronici e acustici e nel creare
livelli sonori nel loro cd di esordio su Wallace rec, Law
Speed. Lasciate stare le sperimentazioni di forme e l'avanguardismo
a cui l'etichetta ci ha abituato (a volte ben viziato...),
in questo contesto prevale la melodia, la forma filmica,
la quiete, anche se alterata in crescendi e accelerazioni
spezzate e non compatte come potrebbero essere invece quelle
di GYBE! per voler a tutti i costi dare un riferimento.
Il paragone più calzante mi sembra l'attesa di un
temporale estivo in continua minaccia ma che alla fine non
arriva. Atmosfere acustiche allora, più visioni campestri
che metropolitane, leggere e semplici, a timbriche diverse,
a formare un disco da ascoltare tutto in una volta, in cui
i singoli episodi si fondono in un unico progetto più
grande, che dona la giusta dose di calma, compostezza e
raffinatezza a chi ascolta pur senza rapirti l'anima. L'insostenibile
leggerezza dell'essere, pur essendo un disco "mentale"
e "interiore", una scoperta in casa Wallace (e
per me una sorpresa), dopo una serie di ottime produzioni
di difficile (o meglio, impegnativa) assimilazione.
http://www.permanentfatalerror.com/
www.wallacerecords.com
Al

Ultraviolet Makes Me Sick/No freeway, no plan, no trees,
no ghosts
[Urtovox,Camera Obscura Rec 2004]
Seconda puntata per il "post-rock cinematico"
del trio pavese che dopo l'esordio del 2001 su CameraObscura,
label australiana, si accasa a Barberino del Mugello con
Urtovox.
No freeway, no plan, no trees, no ghosts presenta alcune
novità nel suono e nelle strutture dei pezzi: il
primo arricchito dagli inserti di vibrafono e dalla voce
di Ics (Deep End, One By One We're All Becoming Shades,
Pölis) in tre brani e le seconde da una maggiore dinamicità/varietà
dei singoli episodi e dal sapiente lavoro di post-produzione
di Fabio Magistrali. Il resto, per chi già aveva
ascoltato Soundproof, potrebbe essere già noto -
il che, attenzione, non significa scontato o già
sentito: raffinate tessiture e inseguimenti chitarristici,
melodie efficaci, di quelle che ti si appiccicano addosso
per giorni e non vanno più via… e poi pa(es)saggi
dilatati ed evocativi, che si fanno tutt'a un tratto saturi
di un suono denso, compatto, a tratti sonico (a two-headed
coin). Tutto è tenuto insieme dalla batteria di Davide
Impellizzeri (Dirty Three dietro l'angolo..) che impreziosisce
notevolmente le dinamiche, leggera e impeccabile nell'accompagnamento
ma pronta a dire la sua al momento opportuno.
Ad ogni nuovo ascolto si percepisce poi un nuovo dettaglio:
dall'intro jazzosa di this is the season for rest, she said,
dichiarazione d'intenti per ascoltatori dal palato fine,
alla ballata counter-clockwise con le sue irresistibili
aperture melodiche e il piglio un po' storto western/country-eggiante
(e che vorrete subito mettere in repeat) agli altri episodi
ognuno col suo nuovo, piccolo, particolare (fisarmoniche..violoncello..effettini);
un mondo entro cui farsi trasportare per vivere immagini
"senza tempo", come le foto dei viaggi che abbiamo
fatto, sempre un po' sbiadite, ma quelle sensazioni che
abbiamo vissuto ce le trasmettono sempre.
Il disco degli ultravioletti finisce così: con una
manciata di saluti finali della title-track (e relativo
backline…), chitarra e armonica sole e arrivederci
poi chissà a quando alla prossima puntata.
www.uvmms.com
info@uvmms.com
www.urtovox.it
danilo

Aa.Vv./Collisioni in cerchio
[FromScratch 2004]
Quindici gruppi nostrani mettono
in discussione le proprie musiche nella cornice di un delirante
ciclo di sessions all'insegna della sperimentazione, dell'ironia
e del polistrumentismo.
Prestano le proprie formule all'esperimento firmato "FromScartch"
band appartenenti ai generi più disparati, e breve
è il passo dal free jazzz divertito e sarcastico
su vizi e virtù del nostro "Bel paese"
dei Jealous party, al caotico magma sonoro dei romani Zu
che prende il bislacco nome di "Solar Anus". In
mezzo galleggiano le più educate prove post di Slope
e mirando, l'attacco distorto e disturbante dei Twig Infection,
le tinte fosche de L'Enfance Rouge, lo strumentale rock'n'roll
sbilenco degli Appaloosa e dei Cods prossimi ad affinare
la forma canzone.
Sotto mentite spoglie si presta al gioco anche il tanto
blasonato Bugo, che qui firma, insieme a Bruno Dorella,
sotto il nome di Ronin, la malinconica cantilena pseudo
western di "il Galeone".
Quindici tracce in tutto, il risultato di un incontro scontro
tra artisti con linguaggi e mondi di riferimento diversi,
che contribuiscono a ribadire l'indiscutibile fermento creativo
italico.
marianna
Prendere sette band e chiuderle in una cascina per quindici
giorni, registrare quello che riescono a produrre anche
grazie al clima ed all'aiuto reciproco, accogliere l'ottava
band partorita nella vacanza (Zighi Zog Bau, certo che di
funghi velenosi ne crescono di grossi in Toscana...) e poi
pubblicare il tutto condito con tracce da altri gruppi italiani
affini.
Ecco il concetto dietro alle sessioni della fromSCRATCH.
Post rock noise jazz, quattro parole che inquadrano in genere
il materiale, anche se non mancano deviazioni più
o meno nette, come il poliedrico rap dei Jealousy Party
(se rap si può definire...) in apertura, spiazzante
carosello elettro-rumorista, o anche la scurissima e minacciosa
versione basso-voce-elettronica di "I wanna be your
dog" proposta dai L' Enfance Rouge. Nomi conosciuti
aleggiano intorno, To.The.Ansaphone, Appaloosa, Slope, Twig
Infection tanto per citare a caso. Voglia di fare e di farsi
sentire, voglia di approcciare la musica e di giocare con
le possibilità, pur rimanendo, spesso, in territori
conosciuti.
Canzoni? Anche, guarda un po', "Studente" dei
Cods dovrebbe proprio rendere l' idea, e finalmente in italiano,
in mezzo ad un genere che, quando parla, lo fa di nascosto
ed in inglese. E non è l'unica, certo. Vogliamo metterci
un po di 'core? Va bene, ed ecco "L' arrotino"
dei Zighi Zog Bau (Martino Acciaro e Giuseppe Caputo, costole
di Miranda, Tanake, Freeto Meesto, tutti gruppi presenti),
che come tutti i neonati fanno un pò di caciara ma
in meno di un minuto si calmano. O, se vi contentate, abbiamo
sempre "Solar Anus" degli Zu, che fa tanto jazz-core
from NY, insomma i Naked City senza Yamatsuka Eye. Perlomeno.
L' angolo dell' acustica per Ronin, con una vecchia canzone
anarchica e un vecchio (?) Bugo allo scacciapensieri, che
più che un ospite è un campione.
Il tutto si rivela una piacevole insalata, o forse più
un thè, da gustare con calma ed attenzione, magari
mentre la propria mente è impegnata a viaggare altrove.
Complimenti.
http://www.fromscratch.it/
Tesd
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Altro/Prodotto
[Loveboat 2004]
Il Prodotto è molto
semplice: 11 moltiplicato 18 ed ancora moltiplicato per
3: 11 nuove canzoni, in 18 minuti create ed eseguite da
3 persone: gli Altro, uno dei gruppi tra i più
anomali ed interessanti dell'intero panorama italiano,
con una discografia passata, parecchio interessante (tre
singoli ed un album, Candore...); compongono canzoni immediate
ed allo stesso tempo innovative, frutto della semplicità
che il trio ha in se, sin dagli inizi (metà anni
90), sommata ad una forte urgenza comunicativa.
Prodotto è un album, potente e minimale in una
forma estetica inequivocabilmente personale (riconoscibile
dai testi, dalla grafica, dalla durata), un connubio tra
la wave emozionale ed il punkrock (aggiornato all'oggi),
senza nessuna analogia con il fenomeno del punk funk:
Altro arriva da un' esperienza diretta ed attiva nel do
it yourself / punk italiano, e probabilmente si sentono
un po' spaesati, ora che sono stati eletti: fenomeno dell'indie
italiano di inizio 2004 (dall'uscita di Prodotto c'è
un coro quasi univoco che arriva dalle recensioni musicali,
dalle webzines, e dalle singole persone tramite i weblogs).
Il disco un po' per la durata ed un po' per l'immediatezza
va ascoltato tutto di fila, da Ripasso ad Astio, la linea
musicale è più o meno lo stessa lungo tutti
i brani: tempi veloci di batteria, intrecci di chitarra
continui e giri di basso in netta evidenza (un po' alla
joy division, per intenderci): il
risultato (il prodotto ?) è un flusso unico, come
se tutti i brani fossero stati scritti di getto; quello
che cambia passando da una canzone alla successiva è
il tempo e l'intesità che viene espressa, così
suonano perfette le ballate di Minuto ed Ancora; il brano
trainante: Ipotesi, arriva quando le battute si fanno
più veloci; nel finale, c'è una virata,
verso la new wave, con Crema e Circostanza, la prima stenta,
mentre la seconda convince a pieno; il brano conclusivo
è pura intensità emotiva: Astio, sullo stile
dei brani del loro secondo 45 giri: tipicamente Altro.
Un'aspetto importante nella costruzione di Prodotto è
stata la produzione (Bugo) che ha finalmente fatto uscire
tutte le potenzialità del gruppo (nei dischi precedenti
il limite era proprio la produzione): dall'accentuare
il più possibile le melodie del basso alle sovraincisioni
di chitarra ed alla cura della voce.
Queste nostre impressioni, abbiamo
voluto confrontarle con loro direttamente, in questa breve
intervista.
P: Prodotto è
una serie di singole canzoni o ha una radice comune ?
A: Abbiamo aspettato di trovare
tutte le canzoni prima di fare il disco. Alcune sembravano
"Candore" anche perché erano venute subito
dopo, ma non le abbiamo registrate. Quando facciamo le
prove ti viene una canzone, poi la volta dopo non ti viene
più. gianni ha iniziato a segnarsi i giri di basso,
ma non sempre è servito. se non ricordiamo la canzone
alla seconda prova, vuol dire che non ci piaceva. Con
questo metodo abbiamo scartato veramente tanto, ma facciamo
anche due prove al mese, se va bene, per cui tra canzoni
che veramente ci ricordiamo e canzoni a cui veramente
tenevamo c'è un bel bianco nel mezzo. Molte erano
già pronte a musica nelle valli.
P: Quanto la produzione
del disco ha "trasformato" i brani ?
A: Dopo averci detto che
aveva molte idee su di noi, Bugo, mentre eravamo in pasticceria,
ci ha guardato negli occhi e ci ha detto: per me gli altro
sono un gruppo folk ! Da lì in poi abbiamo iniziato
la registrazione. Ale dice che è stata la prima
volta che ha capito cosa volesse dire registrare. Nel
senso che ci si può anche divertire e che le cose
tecniche si possono anche non fare: si può suonare
anche con un basso a 4 corde e una chitarra a 6. Non che
noi adesso capivamo cosa stava facendo Bugo mentre registrava
o mentre decideva dove mettere i microfoni però
penso che quello che doveva venire fuori, Bugo sapeva
benissimo dove andarlo a prendere. mentre missavamo con
Rico, io me ne stavo seduto sul divano a guardarmi la
discografia di Bruno Dorella, ogni tanto mi avvicinavo
al computer per dire: mi metti un po' di riverbero sulla
batteria ? Loro me lo mettevano, constatavo che quell'effetto
sulla batteria ci stava proprio male, loro mi guardavano
con la mia stessa espressione, poi toglievano l'effetto,
e io me ne tornavo sul divano.
Per farti capire, mentre registravamo "Candore"
a Marcello Piva gli dicevamo che il suono del rullante
doveva essere "ta" "tipo ta ta", con
Prodotto ho capito finalmente la differenza tra echo e
riverbero.
P: C'è qualcosa
che dovrebbe venire fuori, dall'ascolto del disco ? si
sente un urgenza di comunicare qualcosa.
A: domanda sgambetto. Il
disco è venuto fuori così perché
in certi punti si faceva la scelta di andare in quella
direzione. Un po' come quando entri in una città
che non conosci pensando di sapere dove sei e poi ti perdi.
sicuramente hai visto dei posti di questa città
che non avresti mai visto altrimenti o comunque non con
lo stesso stato d'animo. Con questo non voglio dire che
sapevamo cosa facevamo, ma nemmeno che eravamo privi di
controllo. Non mi piace avere qualcosa di "urgente"
da comunicare, la parola "urgente" mi fa sempre
pensare a qualcosa di legato alla parola lavoro. Diciamo
che da Prodotto sono state tolte molte cose inutili. Il
giro di strofa prima del cantato non serve ? Allora togliamolo.
i tre secondi tra una canzone e l'altra sono necessari
? no togliamoli. L'assolo aggiunge qualcosa ? Allora via
dalla canzone. Come dice mio zio: andersen !
www.love-boat.org
Fabio Battistetti

Lule Kaine- s/t
[2004 waste isolation rec.]
Mi arriva il CD , lo metto sullo stereo nella mia cameretta
e rimango un po' stupito dall'inizio del CD che parte
in una maniera piuttosto droning und minimale con una
somma di chitarre (o forse e' una usata in maniera sapiente
ed elaborata) per poi salire d'intensità dopo
qualche minuto riuscendo a trasformare il suono in una
canzone vera e propia seppur puramente strumentale con
i rispettivi basso e batteria.
Il suono di questo disco può essere considerato
come solito post_rock ma non in forma di plagio. Diciamo
che racconta storie personali (del gruppo) utilizzando
un vocabolario (di non_parole) tipico dei Mogwai (e
affiliati) fatto di arpeggi e salite "così
poco" rock. L'ascolto di queste tracce da' l'impressione
di essere figlio più di una certa urgenza espressiva
che di un vero e proprio studio algebrico/ponderato
delle strutture musicali . La parte piu' interessante
dei Lula Kaine , così come per i Marla (giusto
per dare un riferimento Italiano), sta nel fitto intreccio
chitarristico che crea una sorta di suono stratificato
pieno di piccoli particolari assolutamente non banali.
L'ascolto del cd porta anche a pensare che il cd non
sia una raccolta di canzoni ma bensì un unico
flusso di pensieri/coscienza (come fu per i primi dischi
dei Kraftwerk o per T.N.T.) così da farsi' che
non ci sia né uno strumento principe (ne esce
la compattezza del gruppo) e nemmeno una canzone che
spicchi più delle altre.
www.lulekaine.altervista.org
lulekaine@libero.it
tommy

Edible Woman/Spare Me
[ Psychotica 2004]
Esce per la indie tutta italica
Psychotica Records l'lp d'esordio degli Edible Woman,
ennesima realtà rock della penisola che bene si
inserisce nell'attuale delirante filone di riscoperta
del linguaggio rock n roll nelle sue mille declinazioni.
Delle sacre scritture gli Edible Woman recuperano per
manipolarle, le frasi più sconnesse e violente.
Le dieci tracce di "Spare Me" suonano come le
cugine dei brani che costituirono la prima prova dei One
Dimensional Man, o come le figlie legittime delle discografie
di Cows (per i fraseggi spezzati e dissonanti e il cantato
annoiato ed alcolico), Mudhoney e Shellac (per le sonorità
fragorose e sferraglianti), e della prima Blues Explosion
(per l'impatto e la potenza ritmica).
Ossessivo e roboante fino alla nausea il repertorio raccolto
in "Spare Me", registrato negli studi Red House
Recordings di David Lenci, lo immaginiamo convincente
ed efficace soprattutto in un contesto live. Sufficientemente
originali per non scivolare via alle orecchie più
attente del settore, se solo fossero nati a Chicago o
a New York City li vedremmo acclamati dalla stampa specializzata
come gli eredi di Fugazi o di un'altra leggenda contemporanea,
ma l'Italia nella maggior parte dei casi flagella gli
amanti di queste musiche condannandoli ad una distribuzione
problematica e ad un frustrante anonimato.
http://www.psychoticarecords.com/
Marianna
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