
Starfuckers
In frantumi [Lessness '97/ Drunken Fish '98]
Vi sembrerò sentimentale,
ma Infrantumi di Starfuckers (come li conoscevamo all'epoca,
ora virati in "Sinistri") mi ricorda i tempi
dei concerti al Baraonda di Massa, e quello scambio di
cd (ultraviolet makes me sick vs starfuckers) al Blu Cover,
negozio di dischi (ce ne fossero così!!!) proprio
nella piazzetta del municipio...
Beh, bando ai ricordi descrivere la musica di Infrantumi
è davvero difficile perché ci si trova dentro
un estetica e un mondo a parte, personalissimo, di facile
percezione ma difficoltosa comprensione. Una nuova avanguardia,
musica pensata a rappresentazione di uno stato più
che di composizione classica: microvariazioni di suono,
loop asincroni ad alternarsi associati a parole recitate
in sottofondo, sensazioni e miscele. L'unica sensazione
fissa e precisa che si ha è quella di uscire da
un limbo una volta terminata l'ultima traccia; tutto il
resto oscilla tra i sussurri. Un viaggio all'interno della
radice del suono, questo potrebbe essere Infrantumi, disco
edito in Italia da Lessness nel 1997 e pubblicato negli
USA dalla Drunken Fish nel 1998. E'
rock il graffiare e il colpire aggressivo dei suoni, ma
il tutto è come trasportato in un'altra dimensione
dove tonalità, scale e tutta la teoria musicale
quasi perdono di significato e si confondono: il territorio
è l'abbandono, il cerebrale, la musica concreta.
Quasi gli Starfuckers avessero compiuto un viaggio dal
punk alla classica contemporanea (neanche tanto lontano
questo concetto dalla loro storia di band): rimane quel
retrogusto ruvido associato allo stato sperimentale dell'arte.
"Fender Stratocaster, una Ludwig del '69 e un Korg
MS-10", questi gli "attrezzi", come si
evince dalle note di copertina, utilizzati dal trio Bocci,
Bertacchini, Giannini per la rappresentazione. E i messaggi
inseriti nel digipak: "concrete rock'n'roll, decomporre,
imparare a tacere, processo vs struttura, ciò che
la musica fa al musicista, distruzione dell'io vs autorappresentazione",
sono chiari riferimenti e chiavi di lettura di un disco
dove i silenzi, l'alternare senza un tempo preciso spazi
vuoti e pieni dove le non-note hanno pieno significato
(ovvero ha significato l'intenzione), dove la struttura
non esiste se non su un altro piano interpretativo, fanno
capire come l'abbandono sia essenziale per comprenderne
il senso, ammesso che, soggettivamente, uno riesca a trovarlo
facendosi trasportare in uno stato di trance. Un disco
che va al di là del semplice ascolto, quindi, ma
che rimane un documento di un estetica musicale, un manifesto,
e come tutte le opere radicali, è destinato a spaccare
in due il proprio pubblico potenziale: un disco del genere
o lo si odia o ce ne si innamora.
http://www.sinistri.org/
Al

Starfuckers
Infinite Sessions [Lessness '02/ dbd works '02]
Pensate di prendere delle
lunghe onde sonore di una serie di sessioni suonate da
una chitarra, una batteria e inseriteci dell'elettronica,
ispirato al funk di miles davis di 'in the corner', al
blues, e tagliatelo non a caso, ma a distanze predefinite
e studiate, fate dei taglia-incolla accurati ed eccovi
'infinite session'. Come indicato sul retro copertina
'timing by starfuckers' perché tutto è perfettamente
sincronizzato, le pause dal suono, gli inserimenti di
elettronica dal resto.
Le atmosfere sono meno cupe o ovattate, niente voce, ma
un forte richiamo al funk e alle sperimentazioni melodiche
del Davis elettrico, e agli accordi e alle cadenze del
blues.
Come sempre, quasi sconosciuti in Italia, ma apprezzati
all'estero, nessun copyright e un cd che salta, in continuazione,
dal primo all'ultimo secondo. Non c'è una grossa
novità sui primi 3 brani, ma un lieve respiro in
'eternal soundcheck' ci serve per chiudere con i 2brani
più belli del disco 'Funked X' e 'Vamped X', quelli
più funk.
Si continua ad ascoltare cercando di unire i pezzi di
un bicchiere di cristallo caduto dall'ultimo piano di
un grattacielo e andato completamente 'in frantumi'…
sono queste le cose che le orecchie di post? vorrebbero
sempre sentire
PS: un consiglio: da non
ascoltare quando siete già un po' nervosetti, potreste
cadere nell'oblio totale o non essere più in grado
di controllate le vostra azioni!
http://www.sinistri.org/
ju
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Father Murphy
S/t [Madcap records 2000]
Già si è parlato
in questo numero del progetto Madcap, e della Madcap Records.
Questo cd, datato 2000, ne fa parte. Partita la richiesta
di notizie a tutti gli informatori nazionali, voci dal
trevigiano (nd@…) mi informano che Chiara e Federico
aka Father Murphy, in altra forma (sotto forma di Madcap
project, ovvero la summa di tre band ci casa Madcap records:
Father Murphy, Littlebrown e Oswald, nd@) li ho pure visti,
sentiti e apprezzati nella notte di capodanno in quel
di Bombanella. Concepito in terra italo americana risente
della vena del pirmo Beck di One Foot in the Grave, di
qualcosa di Califone ma più sgangherato e della
lenta vena trascurata di ballate country-rock stonate
a forma di canzoncina, come fossero dei Pecksniff rallentati
(vedi post n°6 alla voce pecksniff) e leggermente
stoned, ma il tutto reso pure con la bellezza di certi
pezzi trasognanti dei Beatles ("some guitars are
hard to play"). Un connubio americano inglese per
la prima volta? Per la prima volta non sarete costretti
a scegliere o Beatles o Rolling Stones? o destra o sinistra?
Vero se ascoltate "some guitars are hard to play"
che trova il connubio dei due stili dai lati opposti dell'oceano,
anche se a dir la verità gli altri pezzi del cd
odorano molto più di lo-fi, onion rings e french
fries che di terra britannica. Onion rings ed experimental,
ne sono esempio gli ultimi due episodi del cd, American
Coffee, su una ritmica filtrata e loops di chitarra, davvero
beckiana, e Warnings (wawes), un impasto lento e bellissimo
da mixing e basi al contrario che all'improvviso sfocia
prima nell'apertura melodica che non t'aspetti, poi in
un reprise di una precedente traccia ("Nothing wrong").
Ubriaco come in una giornata di sole a bere sangria nel
parco (eh,eh, qualcuno avrà colto la citazione…),
piacevolmente ozioso. Da ascoltare in macchina, going
nowhere…
http://www.maledetto.it/fathermurphy
http://www.maledetto.it/
Al
www.colorstar.org
"Spirit
of Eden" capolavoro di eleganza.
Quando si cita il nome Talk Talk,
spesso tornano timidamente alla memoria due singoli indovinati
negli ormai lontani anni ottanta "Such a shame"
e "It's my life".
Di quest'ultima, recentemente, sta girando una mediocre
cover firmata No doubt, che però ha il merito di
far intuire quale fosse il potenziale del gruppo anche
in quegli anni spensierati.
Pochi sanno inoltre, per lo più addetti ai lavori,
che negli anni novanta i nostri eroi hanno realizzato
in sordina "Spirit of Eden", quello che senza
cerimonie può essere definito un autentico capolavoro
di eleganza.
Infatti nel novantasette, anno d'uscita del disco, il
riscontro non fu troppo favorevole in quanto il progetto
venne considerato troppo celebrale per una vecchia gloria
del passato.
Fortunatamente oggi, dopo le affermazioni di stima di
alcuni artisti, si sta assistendo ad una lenta riscoperta.
Caratteristica primaria, di quello che può essere
definito il disco dei nuovi Talk Talk, è l'assenza
degli arrangiamenti sintetici che avevano inondato gran
parte delle produzioni del decennio precedente, lasciando
il passo a strumenti per lo più acustici in una
stesura ad ingressi estremamente curata.
Chitarra , dobro, armonica , harmonium, organo, violino,
oboe, tromba, basso messicano e molto altro fanno da tessuto
alla lancinante vocalità di Mark Hollis su una
mai invasiva sezione ritmica, il tutto crea un gioco di
alternanze di sicuro impatto già dalla traccia
di apertura "The Rainbow".
Un discorso fatto di lente riflessioni, prendendo in parte
ispirazione dal primo post rock ma al contempo muovendosi
in una direzione tutta nuova e forse mai più battuta.
A riguardo, mi è difficile fornirvi un metro di
paragone, in quanto i Talk Talk sono riusciti a realizzare
dolci progressioni in delicate melodie che si sviluppano
quasi ad essere un tutt'uno all'interno del disco.
In altri pochi casi si ha così fermamente la sensazione
di ascoltare non solo una collezione di buoni pezzi ma
bensì un'idea che si sviluppa lungo tutti i quarantuno
minuti del disco.
Non mi rimane che consigliarne vivamente l'ascolto, poiché
sarete così tesorieri di un piccolo gioiello.
Inoltre per chi volesse sentire oggi il tocco dei Talk
Talk può rimanere sedotto dalle vellutate melodie
di "Out of season" scritto a quattro mani dal
bassista Paul Webb e Beth Gibbons cantante dei Portishead.
Marco Tuppo
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