|

Kech/Are you safe?
[Ouzel 2004]
A
metà degli anni '90 Londra cadde in un profondo sonno
metropolitano, ad un tratto la città parve andare
indietro nel tempo, rievocando un singolare ritorno al vintage:
"gli anni novanta non sono altro che i sessanta al
contrario", diceva Michelangelo Antonioni in una non
troppo recente intervista, e aveva ragione. I Kech possiamo
collocarli in quel periodo musicale che, per fortuna o meno,
è durato fin troppo poco (però quanto ci siamo
divertiti!).
Un disco come "Are you Safe?" avrebbe supportato
benissimo un tour con le "Elastica" e non stiamo
esagerando: ora Justine Frischman e Giovanna (voce e front-woman
del gruppo) sarebbero amiche per la pelle.
Un fresco spirito pop-rock, estremamente concreto e dinamico,
mai fumoso, colorato di intrecci chitarristici mai troppo
banali (merito di Davide e Nicola) e da una classica delicata
ritmica (Federico batteria/Tommaso basso), capace di stupire
chiunque ed adattabile in qualsiasi condizione ambientale,
dal grande palco al salotto di un café parigino.
"Are you safe?"è un esordio ufficiale,
ma non è il primo lavoro dei monzesi Kech: già
nel 2002 produssero "Lovely Palce", un EP di sei
brani in formato cdr e marchiato dall'etichetta casalinga
Undermybed Records. "Are you Safe?" continua il
discorso incominciato anni fa e il fare in modo che la propria
musica duri nel tempo è sicuramente una mossa azzeccata:
infatti, sia la playlist del disco, composta da nuovi e
vecchi brani, così come la scelta discografica con
la Ouzel Records (Morose, Onq), confermano perfettamente
il "dna indie-pop" della band lombarda.
Tutto il lavoro non si concentra solo su sonorità
brit-pop (divertenti ma troppo statiche ed ibride). C'è
anche una forte influenza dal rock americano: in una certa
maniera possiamo inserire il loro sound tra Velvet e Pavement,
con un richiamo stilistico e vocale al punk-pop di Veruca
Salt e Sleater Kinney.
"Cerry" e "Cesar" sono ormai diventati
veri cavalli di battaglia, caratterizzati da forti richiami
a ritmi e sonorità post rock, mentre con "Queen
Mum" la band corona la sua maturazione melodica e il
brano non fatica ad arrivare ai punti di percezione giusti
di chi lo ascolta.
Cambi repentini di ritmo e la voce suadente di Giovanna,
a volte dolce, quasi fanciullesca, a volte da vera rocker,
si rivelano elementi fondamentali per un disco di facile
ascolto, ma molto vario ed estremamente piacevole. Non mancano
ballate come "Details" o brani rocklettroacustici
come "Swing A Bit" a colorare gli ascolti di solare
lucentezza, quasi ad accelerare la venuta della primavera.
Un video-tape della band che suona in un parco fiorito in
mezzo a prati verdi, secondo voi stona? Un consiglio a tutti:
non lasciatevi sfuggire uno dei loro numerosi live. (da
Mescalina.it)
Track List
1. A LOVELY PLACE
2. FEET BLEED
3. CERRY (THE SUPERSTAR)
4. QUEEN MUM
5. ON HOLD
6. CAESAR
7. RECORDING MY THOUGHTS
8. DETAILS
9. SWING A BIT
10. TEN CASES TO CARRY
Vito Sartor yuppicide@virgilio.it

Three In One Gentlemen Suit/battlefields
in an autumn scenario
[Fooltribe 2004]
Three In One Gentlemen Suit
sono una promettente band dell'emilia (una delle numerose,
dovremmo dire), relativamente giovane (attiva da poco meno
di due anni), capace di realizzare con la prima registrazione,
un disco interessante e per buona parte piacevole. E' il
risultato di un inverno passato a suonare intensamente,
in mezza all'umidità della pianura ed al buon vino,
elementi che in qualche modo hanno lasciato un segno di
genuinità ed intensità su questo disco; i
medesimi elementi che troviamo in altri gruppi della stessa
zona (Three Second Kiss, non a caso). Il disco è
un mini album da sei canzoni in poco più di mezz'ora,
che iniziano con Test The Ice: dichiarazione (non nascosta)
di affinità ai Karate, per atmosfere e tono della
voce (che ricorda appunto, Geoff Farina); man mano prende
forma la loro genuinità, ad iniziare da The Gentle
Art of Creating Battlefields. L'ascolto è stimolato
dalle immagini che si creano: lunghe e vuote distese con
all'orizzonte echi di avvenimenti (le liriche, fanno intendere
echi di battaglie) che corrispondono all' interrompersi
degli arpeggi melodici per lasciare spazio a cavalcate calde,
nelle quali il sound diventa teso e secco, come succede
nel passaggio tra le canzoni: Fellow Soldiers e la successiva
The Storm The Quiet The Ttorm. Il finale contamina un brano
slo-core con l'audio del film Willy Wonka (e la fabbrica
del cioccolato): un salire d'intensità molto lento
in mezzo ai dialoghi del film a creare un'immagine diversa
rispetto a quelle delle altre canzoni: l'unica immagine
forzata. Il loro sacco di influenze è carico di più
merce: dai citati Karate sino alla scena di Chicago e soprattutto
ai nostrani Three Second Kiss e Deep End. Ora Three In One
Gentlemen Suit stanno macinando concerti su concerti con
il supporto di Fooltribe che ha anche pubblicato il disco
(e questa è sicuramente una buona garanzia !).
www.tiogs.com
www.fooltribe.com
fabio
Lefty Lucy/# 2
Cinque nuovi brani ci regalano
i Lefty Lucy in questo EP intitolato semplicemente #2,
che esce a distanza di un anno dal primo EP autoprodotto
(Lefty Lucy #1 ).
E sono cinque piccole preziose gemme pop che poggiano
sulla delicata e intensa voce di Francesca Romano Luzzi,
autrice di musiche e testi, che mi ricorda la cantante
degli Scisma, Cristina Donà e la cantante che in
Soft Touch EP dei Giardini di Mirò canta in "The
soft touch of Berlin guitarfalling".
Dei pezzi, "La casa del sonno" e "A serious
playground" rimangono più vicini alla classica
struttura della canzone pop ( siamo dalle parti dei Belle&Sebastian
e dei Red House Painters) mentre "La metà
scura della luna", "Space Cowboy" e "Ma
poi ritorni" se ne discostano, allungandosi con le
reiterazioni intimiste tipiche di certo post rock. Tutti
sono accomunati da atmosfere malinconiche e delicate che
si fondono meravigliosamente con la dolcezza della voce
di Francesca e che ci accolgono carezzevoli su un soffice
lenzuolo di chitarra acustica, qua e là colorato
da una tastiera piuttosto minimale e da un'altrettanto
essenziale batteria.
E così cullati scopriamo di abbandoni, di tenerezze
allo scadere, di prese di coscienza, di pagine finalmente
voltate…
E alla fine dei 25 minuti rimane la voglia di quel morbido
e caldo lenzuolo e il play riparte…
F.R. Luzzi: chitarra, voce
Gianluigi Patruno: basso
Marco Lirussi: tastiere, piano
Maurizio Travani: batteria
Lefty Lucy
c/o F.R. Luzzi
via Tito Livio 3/4
Feletto U. (UD) 33010
leftylucy@katamail.com
www.arabsheep.it
info@arabsheep.it
enrico

LET'S GET LOST/I REMEMBER
YESTERDAY WHEN I WAS GREY
[2003]
Tre aggetti per descrivere
questo album di dichiarato "Rock'n'Roll" con stratificazioni
post-punk e hardrock: diretto, viscerale, impetuoso. Diremmo
un rock'n'roll fast'n'furious. La band ferrarese arriva
a questo album dopo l'EP "somewhere people are screaming"
riconducibile alla tradizione in stile Blues Explosion a
cui si aggiungono in quest'album chiare influenze hardrock.
Complessivamente l'album di nove tracce è un torrente
impetuoso di adrenalina e forza viscerale che scorre attraverso
valli di ritmiche ossessive e linee di basso vulcaniche,
con la batteria che scandisce ritmi indiavolati, per approdare
nell'ultima scanzonata e spensierata Radio Fantasia. Nonostante
un genere simile dia il massimo in live l'album è
di buona fattura e riesce a trasmettere tutta la carica
di cui i let's get lost sono capaci. Nota di dovere a grafica
e artwork del CD che oltre ad essere veramente bellissimi
sono l'esatta traduzione grafica dell'album.
www.lwtsgetlost.it
www.labaraonda.com
Stefano
|
|
 |
|
Sul numero 7, Hogwash era in copertina,
merito del loro terzo album Atombombproofheart, pubblicato
da Urtovox nello scorso autunno. A distanza di alcuni
mesi abbiamo fatto qualche chiacchera telefonica con Enrico,
proprio a riguardo di questo disco.
P: Iniziamo da Atombomproofheart
e della collaborazione con Urtovox per l'uscita stessa
del disco...
E: Siamo al terzo disco ed al terzo cambio di etichetta,
per la prima volta puntiamo ad avere un'etichetta seria
ed infatti i risultati si stanno vedendo: c'è un
lavoro decisamente più professionale rispetto al
passato. Il tutto è scaturito in maniera naturale,
con il classico demo spedito per posta, passando per i
primi contatti sino all'evoluzione dell'uscita del disco
nello scorso novembre.
P: Il disco, in se, è nato
prima dell' invio come promo, alle etichetta o è
nato dopo l'accordo con Urtovox ?
H: Una parte dei pezzi è stata quella che ha solleticato
le orecchie di Paolo della Urtovox, poi nei mesi successivi
ne sono scaturiti altri 7-8; scremando il tutto abbiamo
ottenuto quello che è il disco. E' un lavoro che
si evoluto dal primo demo inviato in poi.
P: Come mai avete scelto il nome
Hogwash ?
E: E' stata una scelta abbastanza casuale, non c'è
dietro un concept o qualcosa di politico, è nato
semplicemente sfogliando il libretto di un disco, se non
sbaglio, uno dei Beastie Boys, ci è piaciuto il
nome e l'abbiamo mantenuto.
P: E perchè Atombomproofheart
?
E: Atombomproofheart rappresenta un po' la svolta che
abbiamo avuto dal punto di vista musicale e dei testi,
visto che 3 anni fa c'è stato un cambio morale
dovuto ad avvenimenti personali. C'è stata anche
l'intenzione di voler cambiare un po' la nostra musica
e far si che i testi ci rappresentassero un po' di più.
Se avessimo avuto un cuore a prova di bomba atomica, probabilmente
ne saremo usciti un po' meno ammaccati, però siamo
qui...
P: Le registrazioni fatte per
P.O. BOX 52 rappresentano un vostro progetto estemporaneo
?
E: A parte la cover (dei Mojave 3), che è stato
un mio puro divertimento, c'è un pezzo che c'è
anche sull'album, in un riarrangiamento orchestrale con
un migliaio di sovraincisioni, cosa che non potremmo mai
proporre live e ci siamo proprio divertiti a farlo...
Sono pezzi che sono stati creati in prevalenza dopo l'abbandono
del bassista, quando eravamo rimasti io ed il batterista
e non sapevamo cosa fare, allora abbiamo buttato giù
queste canzoni che poi hanno trovato una naturale collocazione
sul progetto della Wallace.
P: Dalle vostre parti (Bergamo)
si muove qualcosa di interessante a livello musicale ?
E: In ambito rock non c'è un granchè, citerei
i Gea, che conosco da una decina di anni quando ancora
si chiamavano Bug; altri gruppi di qui non saprei dirti,
il sottobosco non ha dato altri frutti... sulla nostra
lunghezza d'onda, non conosco altre bands.
Info:
www.hogwash.it
www.urtovox.it
Rosolina Mar- s/t
[Wallace rec 2004]
Ci troviamo davanti ad un trio (anche se agli esordi
erano in4): due chitarristi (Enrico Zambon e Bruno Vanessi)
e un batterista (Andrea Belfi) provenienti da scene musicali
diverse come l'hc, il punk e il noise che esordiscono
con, l'onnipresente su queste pagine, Wallace Rec.
Questa volta non si tratta di suoni strani campionati
da macchina da scrivere o brani destrutturati, ma direi
di sano rock, se vogliamo anche 'roll', suonato, tra l'altro,
con gran classe e maestria, e naturalmente inciso e mixato
dal 'Re Mida' Fabio Magister.
Riff infuocati, post-rock, blues, math-rock e chitarre,
chitarre, chitarre, melodia e ritmo, nervosismo e pischedelia,
noise e atmosfere dilatate, saggiamente e con gran tecnica
miscelati a puntino.
Tutto rigorosamente strumentale, cosa volere di più?!?!
Forse a volte, ci si perde nella lunghezza dei brani e
nella mancanza di altri strumenti usati per colorare un
po'....ma come si suol dire, 'de gustibus'
Rosolina Mar: per un viaggio in macchina sulle strade
di Chicago, lasciando quel forte odore e il segno sull'asfalto
dei pneumatici roventi, svoltando all'ultimo momento nelle
stradine nascoste, cercando di seminare quei fottuti poliziotti
che ci inseguono per quarantatre minuti e cinquantadue
secondi senza lasciarci un attimo per tirare il fiato.
aspetto solo di vederli dal vivo...
www.rosolinamar.it
www.wallacerecords.com
ju

Black Candy/Candinista
[Hot spaghettirec. 2002]
Il cd che mi appresto a recensire e' dotato di una confezione
semplice(probabilmente fotocopiata in maniera brutale...)
in bianco e nero che mi ricorda alla lontana i 7 pollici
dei primi gruppi punk autoprodotti.
La prima traccia parte con una base funk/soul su cui una
voce invita i boys&girls ad urlare Black Candy,poi
finito il giochino introduttivo parte subito "CHRISTINE"
uno dei pezzi "superiori" del disco fra cori
femminili intrecciati suono post-punk e una melodia che
ti si attacca al cervello inesorabilmente cosi' come "STRAIGHT
TO YOUR HANDS" e "RIX O TIC IS A DINOSAUR".Continuando
l'ascolto arriviamo a "3CHORDS/GARAGE/FINE"
e "YR. MEDICINE" che sono rispettivamente al
prima una sorta di garage urlato e malmesso cantato dal
batterista mentre la seconda ricorda l'umore dei primi
Sebadoh (Sebadoh vs Helmet).Nei monenti piu' rock-noise
di "IN THE ROUGH","WASTED LOWLANDS","AUTOMATIC
LOCK" ricordano i Sonic YOuth piu' votati al rock
dissonante (non come adesso!) risvegliando anche la voglia
di andare a riascoltare la Kim Gordon (degli anni '80).Le
BLACK CANDY sono senza mezzi termini uno dei migliori
gruppi di INDIE/LO-FI (13 pezzi in 21 minuti) tant'è
che se masticate un po' il genere e non avete paura di
sentire un cd registrato con qualche imperfezione e stonatura
l'acquisto e'assolutamente consigliato (e' clinicamente
testato che possono migliorare e/o raddrizzare una grigia
giornata invernale).
blackcandyguy@yahoo.it
tommy

Quinto Stato
s/t [ Load-up records 2003 ]
Il taglio della voce che ci accoglie dai primi secondi
di questo esordio dei Ferraresi Quinto Stato è
giovane, timido e ingenuo, come un giovinetto intento
a recitare fuoriluogo su un walzer che risuona da qualche
balera di provincia. Ma poi tutto quadra, con il suono
che si sporca, diverge, si incrocia con obliquità,
denso e pastoso di chitarre distorte che in modo surreale
prendono le distanze e allo stesso tempo amalgamano quella
voce. Partite dalle filastrocche e dal modo di cantare
all'italiana (con quella voce bambinesca/stranita di cui
sopra) e sporcatela con dosi massicce di Pixies, di basso
suonato col plettro, Deus o echi di dinosaur jr, però
con il taglio, gli improvvisi cambiamenti di direzione
e l'effetto che sarebbe piaciuto ad un Captain Beefheart
più rokkettaro che psichedelico (stavo dicendo
Zappa…beh, forse era davvero troppo!!).
Bella produzione allora per questo quartetto esordiente,
curata in alcune fasi dal Giorgio Canali che tutti conosciamo
e inciso sapientemente rock da David Lenci alla sua Red
House Recordings di Sinigallia.
Complicato e fresco allo stesso tempo (nei pezzi rimane
sempre costante una grande immediatezza pop), da ascoltare
e capire, già profondo e personale, probabilmente
non la "next big thing", ma per ora una rivisitazione
di stili che merita ascolti più di tanti altri.
Un collage bello proprio perché difficile da mettere
a fuoco e farsene un opinione precisa e definitiva.
www.redhouserecordings.com
al
|