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Nanofestival Winter Section-Bombanella
31.12.2003/01.01.2004

Ogni anno la stessa storia: che si fa l'ultimo dell'anno? Io personalmente da dieci anni i primi di dicembre sento parlare dai miei amici di affittare una baita in montagna per 2/3gg.. ma ogni anno siamo finiti a casa di qualcuno per un cenone dove si mangiava troppo, seguendo il countdown di Frizzi o Costanzo per poi rimanere abbioccati nel post-ingozzamento e andare a letto molto prima di un qualsiasi sabato sera.
Quest'anno a salvarmi la vita ci ha pensato Paolo Iocca aka Franklin Delano che insofferente alle diverse proposte che c'erano in giro ha deciso di organizzare qualcosa in casa sua, località Bombanella, Marano sul Panaro, Modena. Per chi non c'è mai stato dirò subito che Bombanella è un posto magico, una casa isolata in cima a una collina dell'Appennino Modenese che è più spesso avvolta da nebbia o nuvole basse di quanto non lo sia il bosco dove hanno girato The Blair Witch Project. Per l'appunto, vista la stagione, il passaggio dell'anno è stato caratterizzato da un'insistente nebbione e un continuo stillicidio di fredde gocce d'acqua.
RRRRRewind: siamo sotto Natale e Paolo Iocca mi propone di andare a passare l'ultimo dell'anno da lui in qualità di deejay vista la mia attività in
Martini Bros. La sua intenzione è di fare un microfestival casalingo con band di amici che suonino per tutta la notte con il mio djset, rigorosamente tristissimo perchè non c'è un cazzo da ridere, a fare da collante. Ottima idea Paolo! Ne parliamo con calma verso il 28 gli dico, perchè sono impegnato ad organizzare la serata del 27 di Basemental, l'altro progetto in cui sono coinvolto che si occupa di musica dal vivo e che Paolo stesso coi Franklin Delano ha inaugurato.
Cosa succede? Il 27 sera a Basemental conosco questi ragazzi di Treviso, il
Madcap Project, che mi divertono a tal punto da chiedergli di venire con me in Bombanella per l'ultimo dell'anno a suonare. Paolo è d'accordo, si fida di me, e chiaccherando spunta fuori il nome degli Ultraviolet Makes Me Sick. Rapido giro di consultazioni e anche loro sono dei nostri. Evviva, la squadra si sta facendo interessante davvero: oltre a Madcap e UVMMS sono della partita anche Marco "Object Astra" , Davide Saranza dei Morose e gli stessi Franklin Delano. Tra gli amici che partecipano alla festa/festival anche Monica Melissano di Suiteside.
Sfidando stradicciole da campionato mondiale di rally e "una giornata (parecchio) uggiosa" piano piano arriviamo tutti a Bombanella e cominciamo a fare vicendevole conoscenza aiutati dalla comune passione per la musica, la naturale predisposizione all'incontro di nuove persone e da numerose lattine di birra. La cena è a buffet ed è di una abbondanza strepitosa dovuta al classico "ognuno porti qualcosa" che in questo caso ha funzionato da dio. Il tutto viene condito pezzi di New Wet Kojak, Jackie-O Mutherfucker, da una compilation della 5Rue Christine, una della BSBTA del mio amico Christian Kann di Copenhagen e dalla colonna sonora di Twin Peaks, a ribadire l'assoluta lontananza da qualsiasi tentazione poco indie...
Poco prima di mezzanotte ci avventuriamo in un piccolo gioco di gruppo dove Pirofosfato ha la peggio su Sakamoto, a sua volta surclassato da Watanabe.. che la impatta con Marzianito.. il vino intanto sgorga.. e arriva mezzanotte! Baci abbracci buoni auspici e tanti bastoncini ...ehm.. sparkling.. al posto dei tanto odiati botti.

E' ora di entrare nel vivo della serata e si scende tutti giù nel basement dove è stato approntato l'impianto. Io accolgo la truppa con Godspeed You Black Emperor!, White Hotel, Picastro e For Carnation che sono la colonna sonora perfetta per l'ambiente che ci circonda, nebbia compresa. Scelgono di suonare per primi i Madcap che temono un vertiginoso innalzamento del loro tasso alcolico e non vogliono dare cattiva mostra di sè. Ancora una volta, non mi sbagliavo, mi divertono soprattutto quando fanno Rollercoaster che mi fa impazzire. Vittorio de Marin, sempre presentato come grande arrangiatore, oltre a colpire per la bravura con il violino stupisce per riuscire a suonare persino un palloncino dei tanti che erano stati gonfiati. Da un angolo della stanza Jummah sta facendo le prove generali per le sue session improvvisate di armonica a bocca accordata in DO, quella stessa armonica con la quale coprì i momenti di silenzio dovuti ai black out ad un concerto trevigiano di UVMMS.

Mentre Object Astra si prepara la metto giù dura con Exhaust, Calla e Labradford, salvo addolcirmi con la stupenda voce di Jessica Bailiff. Marco inizia a mettere in loop la sua chitarra e a suonarci sopra con il sinth creando dei cerchi di suono sui quali ogni tanto inserisce la voce. Verso la fine della sua esibizione si unisce a lui Davide Saranza dei Morose, che lo accompagna con lo xilofono. Rapido cambio di postazione, giusto il tempo di metter su Sin Ropas, Friends of Dean Martinez e Toshack Highway e i due sono di nuovo in azione. Stavolta è Saranza a proporre i suoi pezzi, con Marco che a tratti accompagna con synth, batteria, sonagli e percussioni varie. Jummah nel frattempo si è fatto coraggio (merito del Johnny Walker o del Merlot?) e si inserisce in maniera più convinta con l'armonica ogni qualvolta l'accordatura gli è congeniale. Saranza termina con una cover di Cohen lunga e solenne, molto bella. Sono oramai le quattro e mezza del mattino e ci vogliono un po' di chitarre per tenersi svegli. Si preparino dunque gli UVMMS finchè lascio scorrere le note di New Longevity dei Rhum Diary a seguire Six Organs of Admittance. Pronti via e i giri e controgiri degli UVMMS si fanno sempre più forti in un set più rock che post. Io seguo il concerto da sopra a causa di un fortissimo mal di testa che sto cercando di sedare a colpi di un famoso antidolorifico/infiammatorio che inizia per A e finisce per N, ma mi rendo conto lo stesso che gli UVMMS sono proprio forti... Giusto per non perdere il ritmo prende possesso della console Monica Melissano che si esibisce in un set che ha più energia dei miei ultimi tre messi assieme. Bella mossa, infatti siamo tutti belli svegli e pronti a seguire il set dei padroni di casa Franklin Delano, per l'occasione orfani di Vittoria che è al lavoro. Alla batteria si siede quindi Davide degli UVMMS che fa un lavoro minimale ma davvero egregio, a dimostrazione della sua grande bravura e sensibilità. Scopro dopo che non aveva mai sentito un pezzo di Franklin Delano prima... Jummah si lancia in un nuovo assolo di armonica mentre Paolo lotta con un tappeto che nasconde insidie impensabili, almeno così gli fa credere il Jameson che gli gira dentro.. E' ora di andare a nanna, o quasi, e allora agevolo subito il mio pezzo forte, Steede Bonnet dei Tarentel, forse uno dei miei pezzi preferiti di sempre.
Ci mettiamo un po' ad andare a dormire, in speranzosa attesa di vedere un'alba che rimarrà nascosta dal persistente nuvolone. Il giorno dopo sono occhietti piccoli, spremute d'arancia, caffè doppi e tripli e finalmente un po' di sole. Ultimi saluti e poi via ognuno verso casa, ed io con il pensiero fisso che questo è stato davvero il migliore ultimo dell'anno da... da.. da sempre..

Onga/Martini Bros/Basemental


ARGENTINA: SEDUZIONI A SEI CORDE

Strano paese l' Argentina da sempre inghiottito in turbinii di avvenimenti politici e ed economici e proprio per questo propenso a grossi slanci emotivi che ad esempio nella musica sono sfociati nel passionale culto del Tango.
Sarebbe comunque un errore terribile cadere nel luogo comune che sia solo il Tango quanto di musicalmente buono l'Argentina sappia darci.
Bisogna infatti non dimenticare che in questo paese il concetto di sperimentazione è sempre stato molto forte e che non a caso il geniale Astor non sia stato solo un ottimo musicista di Tango ma anche colui che a saputo contaminare quest'ultimo con jazz e musica colta.
Questo fermento creativo in Argentina è ancora vivo e prende vita delicatamente sulle sei corde dado vita a diversi progetti tutti egualmente interessanti e innovativi.
Per chi ama il jazz di Pat Matheny e rilassarsi perso nelle eteree atmosfere del Eno più ispirato, verrà letteralmente sedotto dalle note di Kabusaki chitarrista concettuale, che avvalendosi di chitarra elettrica ,chitarra sinth e affiatati musicisti e collaboratori in dischi come "Houses I" e " The Planet" con eleganza riesce a muoversi in diverse strutture stilistiche fino a contaminazioni etno-elettroniche.
Nella stessa direzione si muovono i Santos Luminosos e anche qui la chitarra fa da traghetto verso eteree ambientazioni NewAge che in "Metal Ambient" vengono ricreate da un complesso drappo di loop e programmi, tessuto tra gli altri, da Fernando Kabusaki e da Robert Fripp.
Ed infine chi vuole essere stupito da eleganti virtuosismi che non cadono mai nella banale auto celebrazione ma bensì orientati nella ricerca di equilibrio tra tradizione e innovazione troverà soddisfazione ascoltando Blue Orb degl'Electric Gauchous e Gauchomania dei Los Gaughos alemanes.
Due Band composte solo da chitarre e in cui spulciando tra le note possiamo ritrovare ancora una volta il nome di Fernando Kabusaki e di Henan Nunez componente dei Santos Luminosos ed un padrino di eccezione Robert Fripp.
www.kabusacki

Marco Tuppo

 


   
"LOW-FI":
UN ESTETICA DELLA NON-ESTETICA ?


Non di rado ciò che appare o che ci viene proposto come "nuovo" non lo è. In un contesto di cambiamenti rapidi come quello del pop, dove un paio d'anni possono significarne dieci, questo difetto di percezione è spinto alla ennesima potenza. Trattandosi di un mercato che vive su una costante spinta "in avanti", verso il nuovo fenomeno del momento, la tendenza al riciclo di tematiche, materiali e attitudini è infatti cosa all'ordine del giorno. Contando anche sulla mancanza di memoria storica del pubblico, mode e tendenze si susseguono a un ritmo vertiginoso e spesso ciò che ha un valore artistico che trascende il "qui e ora" rischia di passare inosservato, oppure di essere riscoperto dopo anni.
Ovviamente anche ciò di cui si parla in questa sede, il "genere" del quale si tenta una definizione, non è certo patrimonio esclusivo degli anni '90. Una musica in "bassa fedeltà" è sempre esistita: vuoi per necessità, vuoi per scelta cosciente essa è radicata all'interno del patrimonio genetico comunemente riconosciuto della musica pop.
Più che delineare le (salde) radici nel passato del "low-fi", chi cura questa sezione dell'articolo si propone di collegarle, contestualizzarle all'interno di un panorama più ampio, per cercare di comprendere cosa si nasconde dietro quelle chitarre scordate, quelle voci svogliate, quelle canzoni che sembrano giungere al nostro orecchio da una stanza lontana, che paiono fatte di niente e sono invece fucilate sottovoce.

"Quel che altrove ho detto (…) si deve applicare parimente al suono, al canto, a tutto ciò che spetta all'udito. E' piacevole per se stesso, cioè non per altro, se non per un'idea vaga e indefinita che desta, un canto (il più spregevole) udito da lungi o che paia lontano senza esserlo, o che si vada appoco appoco allontanando, (…) un suono qualunque confuso (…), massime se ciò è per lontananza; un canto udito in modo che non si veda il luogo da cui parte; un canto che risuoni per le volte di una stanza ec. dove voi non vi troviate però dentro (…).

Così si esprimeva Leopardi più di centocinquanta anni fa, nell'elaborazione della poetica dell'indefinito, in base alla quale il "valore" evocativo di ciò che troviamo nel mondo è dato dalla sua capacità di suscitare sensazioni tanto maggiormente intense quanto più lontane, vaghe, di ardua definizione.
In altre parole, quindi, al diminuire delle informazioni in nostro possesso, aumenta la possibilità di ricavare molteplici significati, spesso tra loro disomogenei (qualora non polarizzati o discordanti): a un venire meno della "definizione", aumenta il grado di "interpretatività". Chi ascolta è quindi spinto a interagire con la materia artistica che ha di fronte, a ricercare al suo interno significati, valenze e riferimenti. In altre parole, viene chiamato a partecipare attivamente alla rimessa in circolo di tale materia.
Il significato che ciò può ricoprire oggi, in piena massificazione del gusto, di manipolazione/omologazione delle scelte (che per un triste paradosso della modernità sono "imposte" dall'alto: crediamo di essere consumatori attivi e coscienti senza averne le caratteristiche ) appare senz'altro chiaro: riappropriarsi del "piacere" di essere partecipi del processo creativo senza dover ricorrere al desiderio di emulazione, senza per forza doversi sentire realizzati vivendo un "mito" di riflesso, vicariamente (che è poi l'unico rapporto possibile con le "megastars" del pop, ben not rapporto dai risvolti cannibalistico-necrofili).

"Gli ordinamenti sociali che appoggiano un sistema di produzione e di consumo di massa tendono a scoraggiare l'iniziativa personale e la fiducia in se stessi, e a promuovere invece dipendenza, passività e un atteggiamento da "spettatori" sia nel lavoro che nel gioco. Il consumismo è soltanto l'altra faccia della degradazione del lavoro -che consiste nell'eliminazione dell'elemento giocoso (…) dal processo produttivo."

Il movimento Punk del '77 riportò in auge questo approccio alla musica e ai suoi rapporti con le dinamiche del mercato, da un lato con la creazione di etichette indipendenti legate a tutta una serie di movimenti "di base" operanti dal basso (fanzines, collettivi extra-musicali…) diretta emanazione della dimensione "casalinga" del "chiunque può farlo", dall'altro con il risvolto prettamente musicale di quest'ultima, cioè l'eliminazione del concetto di virtuosismo dalla musica (di abilità tecnica se si parla di arte visiva) allo scopo di spostare il baricentro sulla sostanza di suono e canzone piuttosto che sulla sua forma. Come sosteneva Benjamin , riferendosi a Duchamp e al movimento dadaista (che presenta più di un parallelo con il punk), la massificazione delle immagini fa perdere all'arte la sua qualità di intoccabile sacralità (e, fortunatamente, anche di "rigor mortis" accademico) per orientarla verso un pubblico più ampio e in direzione di una modalità della fruizione più vicina al pubblico, allo scopo di esprimerne aspettative e, sì, anche (soprattutto ?) paure e timori.
Si diceva, poco prima, come in realtà il concetto di "low-fi" non sia del tutto nuovo nel linguaggio della musica pop: registrati spartanamente e in modo grezzo erano i dischi delle bands "raunchy" del garage dei sixties, gli oscuri "combos" di surf music e, per andare più indietro ancora, Bo Diddley, Link Wray e tutti gli oscuri e leggendari personaggi del decennio precedente riportati alla ribalta da gruppi come i Cramps.
In realtà non sono la qualità di registrazione e/o la scarsa tecnica dei musicisti a fare la differenza tra un disco di "low-fi" e uno registrato e suonato semplicemente male: è necessario distinguere tra ciò che è frutto di necessità e ciò che è frutto di intenzione, premeditato, prestabilito da un disegno che sta a monte della musica: in altre parole un ideale sotteso alla propria proposta artistica. Ciò che rende la bassa fedeltà tale è la presenza di una precisa volontà da parte di chi suona a suonare esattamente così. Suonare in bassa fedeltà vuol dire anche utilizzare l'errore come punto di partenza, dargli un significato differente rispetto al concetto comune di limite tecnico, non più qualcosa che si contrappone tra il musicista e l'idea che egli insegue, ma un ponte gettato tra entrambi. Poi, di riflesso, anche una componente dello stile.
Ecco perché bassa fedeltà è un disco come "White light/white heat" (senz'altro il primo esempio di "low-fi" consapevole dei propri mezzi espressivi, del significato e delle conseguenze che avrebbe avuto, a meno che non si creda che i Velvet Underground fossero degli sprovveduti…); bassa fedeltà sono i primi lavori dei Sonic Youth , laddove quel suono è creato nel momento esatto in cui le regole base del "come si suona rock" vengono sovvertite e riscritte alla luce di una robusta revisione "matematica" del minimalismo di scuola colta; ancora, bassa fedeltà furono i Neu! che nel loro disco di esordio datato 1972 suonavano già esattamente come i gruppi punk e new(!) wave di un lustro e più successivi.
La dimensione intima, casalinga di certa musica in bassa fedeltà ci porta anche a evidenziare il filone contemporaneo di gruppi che si rifanno ad un'estetica "low-fi". Per gruppi come Beat Happening, Sebadoh, Guided By Voices l'attitudine verso una precisa tipologia sonora si sposa indissolubilmente a un'etica e a una visione del mondo da cui è impossibile prescindere, pena la non comprensione (o, peggio, la comprensione errata) della loro proposta.
Un personaggio come Lou Barlow (Sebadoh, Folk Implosion etc. etc.) sembra infatti uscire dritto da un romanzo di Douglas Coupland : medesimi i punti di osservazione della realtà, l'attenzione per le piccole cose quotidiane, i riti consumistici, lo "stupore" come schermo protettivo dalla negatività esistenziale (un'altra faccia dell'elemento ludico nell'arte, che torna come una costante…) che ha radici ben delineate, soprattutto per quanto riguarda la microrealtà setacciata in ogni suo angolo (anche il più banale o il più scabroso) nel papà di buona parte della letteratura americana degli ultimi quindici anni, ovvero Raymond Carver .
Lo stesso Beck, uno degli artisti cardine degli anni novanta, è "low-fi" (anche musicalmente, in più di un episodio) proprio per il suo essere spettro degli umori di una generazione (come lo fu a suo tempo Dylan, per intenderci) che si riconosce (a malavoglia, ma fa anche questo parte del gioco…) nell'ansia di fine millennio, nella crisi delle certezze che ne deriva, nella volontà di voler ricreare uno spazio proprio e autonomo (e cos'è, se non punk ?) nella frenesia del produci-e-consuma odierno (qui origina il ritorno a certe musiche acustiche, seppur deviate da sottili psicosi "minime") e, soprattutto nel fare tutto ciò con un controllo e una precisa volontà a non darsi eccessiva importanza: perché è ormai assodato che "l'arte non è una cosa seria" .


DISCOGRAFIA BASE :

VELVET UNDERGROUND "White light/white heat" (Verve, 1968)

Un fulmine a ciel sereno nei "positivi" anni '60: per molti uno dei dischi peggio registrati di ogni tempo, in realtà una sinfonia dall'impatto wagneriano, come Phil Spector in una centrifuga (anni dopo i Jesus and Mary Chain prenderanno nota e scaleranno classifiche…). "Sister Ray" occupa, monolite di diciassette minuti, tutto il secondo lato e rappresenta quanto di più "oltre" si sia mai raggiunto in ambito "rock" (?).

LOU REED "Metal Machine Music" (RCA, 1975)

Contemporaneamente l'atto di nascita dell' "ambient isolazionista" e l'esal(t)azione ultima del concetto di distorsione. Album a-musicale, nel senso che non vi compare neppure una singola nota (trattasi di frequenze create ad arte controllando il feedback generato da una serie di amplificatori), eppure capace di crearsi uno spazio proprio una volta suonato, presente nonostante (o forse dovremmo dire in virtù della) propria assenza.

SONIC YOUTH "Daydream Nation" (Enigma, 1988)

Meno sperimentale dei precedenti e altrettanto meno "pop" dei suoi successori, il primo doppio lp della gioventù sonica compare in questo elenco proprio grazie alla sua natura di "laboratorio sonoro", dove si assiste alla creazione di colture vive dalle forme nuove. Un punto finale degli anni ottanta americani, musicalmente e non.

BEAT HAPPENING "Jamboree" (Sub Pop, 1988)

Il migliore parto di Calvin Johnson, creatore della K Records e autentico musicista "fai da te". Canzoncine sbilenche, chitarre scordate, batteria modello "latta dei pelati", eppure un capolavoro, giunto in anticipo sui tempi e all'epoca semi-ignorato. E "Indian Summer" è una delle più struggenti e delicate canzoni mai scritte…

GUIDED BY VOICES "Alien Lanes" (Matador, 1995)

Gruppo di culto degli anni '90, se mai ve n'è stato uno. Capitanati da un insegnante elementare, provano in un garage e nello stesso momento registrano microframmenti di perfette canzoni pop. Ascoltarli è un po' come ritrovare vecchi giornalini del papà in soffitta: lo stesso stupore e la stessa rabbia nel vedere una storia che si conclude forzatamente per la mancanza di pagine lo si prova qui, dove una canzone perfetta (e il trucco risiede esattamente lì) sfuma quando la si vorrebbe molto più lunga.

(Pubblicato nel numero di Novembre 2000 in "Bassa Fedeltà. L'arte nell'epoca della riproduzione tecnica totale". A cura di Tommaso Ottonieri. Bollati Boringhieri).