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Ogni anno la stessa storia:
che si fa l'ultimo dell'anno? Io personalmente da dieci
anni i primi di dicembre sento parlare dai miei amici di
affittare una baita in montagna per 2/3gg.. ma ogni anno
siamo finiti a casa di qualcuno per un cenone dove si mangiava
troppo, seguendo il countdown di Frizzi o Costanzo per poi
rimanere abbioccati nel post-ingozzamento e andare a letto
molto prima di un qualsiasi sabato sera.
Quest'anno a salvarmi la vita ci ha pensato Paolo Iocca
aka Franklin Delano che insofferente alle diverse proposte
che c'erano in giro ha deciso di organizzare qualcosa in
casa sua, località Bombanella, Marano sul Panaro,
Modena. Per chi non c'è mai stato dirò subito
che Bombanella è un posto magico, una casa isolata
in cima a una collina dell'Appennino Modenese che è
più spesso avvolta da nebbia o nuvole basse di quanto
non lo sia il bosco dove hanno girato The Blair Witch Project.
Per l'appunto, vista la stagione, il passaggio dell'anno
è stato caratterizzato da un'insistente nebbione
e un continuo stillicidio di fredde gocce d'acqua.
RRRRRewind: siamo sotto Natale e Paolo Iocca mi propone
di andare a passare l'ultimo dell'anno da lui in qualità
di deejay vista la mia attività in Martini
Bros. La sua intenzione è
di fare un microfestival casalingo con band di amici che
suonino per tutta la notte con il mio djset, rigorosamente
tristissimo perchè non c'è un cazzo da ridere,
a fare da collante. Ottima idea Paolo! Ne parliamo con calma
verso il 28 gli dico, perchè sono impegnato ad organizzare
la serata del 27 di Basemental, l'altro progetto in cui
sono coinvolto che si occupa di musica dal vivo e che Paolo
stesso coi Franklin Delano ha inaugurato.
Cosa succede? Il 27 sera a Basemental conosco questi ragazzi
di Treviso, il Madcap Project,
che mi divertono a tal punto da chiedergli di venire con
me in Bombanella per l'ultimo dell'anno a suonare. Paolo
è d'accordo, si fida di me, e chiaccherando spunta
fuori il nome degli Ultraviolet
Makes Me Sick. Rapido giro di consultazioni
e anche loro sono dei nostri. Evviva, la squadra si sta
facendo interessante davvero: oltre a Madcap e UVMMS sono
della partita anche Marco "Object
Astra" , Davide
Saranza dei Morose e gli stessi
Franklin Delano.
Tra gli amici che partecipano alla festa/festival anche
Monica Melissano di Suiteside.
Sfidando stradicciole da campionato mondiale di rally e
"una giornata (parecchio) uggiosa" piano piano
arriviamo tutti a Bombanella e cominciamo a fare vicendevole
conoscenza aiutati dalla comune passione per la musica,
la naturale predisposizione all'incontro di nuove persone
e da numerose lattine di birra. La cena è a buffet
ed è di una abbondanza strepitosa dovuta al classico
"ognuno porti qualcosa" che in questo caso ha
funzionato da dio. Il tutto viene condito pezzi di New Wet
Kojak, Jackie-O Mutherfucker, da una compilation della 5Rue
Christine, una della BSBTA del mio amico Christian Kann
di Copenhagen e dalla colonna sonora di Twin Peaks, a ribadire
l'assoluta lontananza da qualsiasi tentazione poco indie...
Poco prima di mezzanotte ci avventuriamo in un piccolo gioco
di gruppo dove Pirofosfato ha la peggio su Sakamoto, a sua
volta surclassato da Watanabe.. che la impatta con Marzianito..
il vino intanto sgorga.. e arriva mezzanotte! Baci abbracci
buoni auspici e tanti bastoncini ...ehm.. sparkling.. al
posto dei tanto odiati botti.

E' ora di entrare nel vivo della serata e si scende tutti
giù nel basement dove è stato approntato l'impianto.
Io accolgo la truppa con Godspeed You Black Emperor!, White
Hotel, Picastro e For Carnation che sono la colonna sonora
perfetta per l'ambiente che ci circonda, nebbia compresa.
Scelgono di suonare per primi i Madcap che temono un vertiginoso
innalzamento del loro tasso alcolico e non vogliono dare
cattiva mostra di sè. Ancora una volta, non mi sbagliavo,
mi divertono soprattutto quando fanno Rollercoaster che
mi fa impazzire. Vittorio de Marin, sempre presentato come
grande arrangiatore, oltre a colpire per la bravura con
il violino stupisce per riuscire a suonare persino un palloncino
dei tanti che erano stati gonfiati. Da un angolo della stanza
Jummah sta facendo le prove generali per le sue session
improvvisate di armonica a bocca accordata in DO, quella
stessa armonica con la quale coprì i momenti di silenzio
dovuti ai black out ad un concerto trevigiano di UVMMS.
Mentre Object Astra si prepara la metto giù dura
con Exhaust, Calla e Labradford, salvo addolcirmi con la
stupenda voce di Jessica Bailiff. Marco inizia a mettere
in loop la sua chitarra e a suonarci sopra con il sinth
creando dei cerchi di suono sui quali ogni tanto inserisce
la voce. Verso la fine della sua esibizione si unisce a
lui Davide Saranza dei Morose, che lo accompagna con lo
xilofono. Rapido cambio di postazione, giusto il tempo di
metter su Sin Ropas, Friends of Dean Martinez e Toshack
Highway e i due sono di nuovo in azione. Stavolta è
Saranza a proporre i suoi pezzi, con Marco che a tratti
accompagna con synth, batteria, sonagli e percussioni varie.
Jummah nel frattempo si è fatto coraggio (merito
del Johnny Walker o del Merlot?) e si inserisce in maniera
più convinta con l'armonica ogni qualvolta l'accordatura
gli è congeniale. Saranza termina con una cover di
Cohen lunga e solenne, molto bella. Sono oramai le quattro
e mezza del mattino e ci vogliono un po' di chitarre per
tenersi svegli. Si preparino dunque gli UVMMS finchè
lascio scorrere le note di New Longevity dei Rhum Diary
a seguire Six Organs of Admittance. Pronti via e i giri
e controgiri degli UVMMS si fanno sempre più forti
in un set più rock che post. Io seguo il concerto
da sopra a causa di un fortissimo mal di testa che sto cercando
di sedare a colpi di un famoso antidolorifico/infiammatorio
che inizia per A e finisce per N, ma mi rendo conto lo stesso
che gli UVMMS sono proprio forti... Giusto per non perdere
il ritmo prende possesso della console Monica Melissano
che si esibisce in un set che ha più energia dei
miei ultimi tre messi assieme. Bella mossa, infatti siamo
tutti belli svegli e pronti a seguire il set dei padroni
di casa Franklin Delano, per l'occasione orfani di Vittoria
che è al lavoro. Alla batteria si siede quindi Davide
degli UVMMS
che fa un lavoro minimale ma davvero egregio, a dimostrazione
della sua grande bravura e sensibilità. Scopro dopo
che non aveva mai sentito un pezzo di Franklin Delano prima...
Jummah si lancia in un nuovo assolo di armonica mentre Paolo
lotta con un tappeto che nasconde insidie impensabili, almeno
così gli fa credere il Jameson che gli gira dentro..
E' ora di andare a nanna, o quasi, e allora agevolo subito
il mio pezzo forte, Steede Bonnet dei Tarentel, forse uno
dei miei pezzi preferiti di sempre.
Ci mettiamo un po' ad andare a dormire, in speranzosa attesa
di vedere un'alba che rimarrà nascosta dal persistente
nuvolone. Il giorno dopo sono occhietti piccoli, spremute
d'arancia, caffè doppi e tripli e finalmente un po'
di sole. Ultimi saluti e poi via ognuno verso casa, ed io
con il pensiero fisso che questo è stato davvero
il migliore ultimo dell'anno da... da.. da sempre..
Onga/Martini Bros/Basemental
ARGENTINA: SEDUZIONI
A SEI CORDE
Strano paese l' Argentina da
sempre inghiottito in turbinii di avvenimenti politici e
ed economici e proprio per questo propenso a grossi slanci
emotivi che ad esempio nella musica sono sfociati nel passionale
culto del Tango.
Sarebbe comunque un errore terribile cadere nel luogo comune
che sia solo il Tango quanto di musicalmente buono l'Argentina
sappia darci.
Bisogna infatti non dimenticare che in questo paese il concetto
di sperimentazione è sempre stato molto forte e che
non a caso il geniale Astor non sia stato solo un ottimo
musicista di Tango ma anche colui che a saputo contaminare
quest'ultimo con jazz e musica colta.
Questo fermento creativo in Argentina è ancora vivo
e prende vita delicatamente sulle sei corde dado vita a
diversi progetti tutti egualmente interessanti e innovativi.
Per chi ama il jazz di Pat Matheny e rilassarsi perso nelle
eteree atmosfere del Eno più ispirato, verrà
letteralmente sedotto dalle note di Kabusaki chitarrista
concettuale, che avvalendosi di chitarra elettrica ,chitarra
sinth e affiatati musicisti e collaboratori in dischi come
"Houses I" e " The Planet" con eleganza
riesce a muoversi in diverse strutture stilistiche fino
a contaminazioni etno-elettroniche.
Nella stessa direzione si muovono i Santos Luminosos e anche
qui la chitarra fa da traghetto verso eteree ambientazioni
NewAge che in "Metal Ambient" vengono ricreate
da un complesso drappo di loop e programmi, tessuto tra
gli altri, da Fernando Kabusaki e da Robert Fripp.
Ed infine chi vuole essere stupito da eleganti virtuosismi
che non cadono mai nella banale auto celebrazione ma bensì
orientati nella ricerca di equilibrio tra tradizione e innovazione
troverà soddisfazione ascoltando Blue Orb degl'Electric
Gauchous e Gauchomania dei Los
Gaughos alemanes.
Due Band composte solo da chitarre e in cui spulciando tra
le note possiamo ritrovare ancora una volta il nome di Fernando
Kabusaki e di Henan Nunez componente dei Santos Luminosos
ed un padrino di eccezione Robert Fripp.
www.kabusacki
Marco Tuppo
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Non di rado ciò che appare o che ci viene proposto
come "nuovo" non lo è. In un contesto di
cambiamenti rapidi come quello del pop, dove un paio d'anni
possono significarne dieci, questo difetto di percezione
è spinto alla ennesima potenza. Trattandosi di un
mercato che vive su una costante spinta "in avanti",
verso il nuovo fenomeno del momento, la tendenza al riciclo
di tematiche, materiali e attitudini è infatti cosa
all'ordine del giorno. Contando anche sulla mancanza di
memoria storica del pubblico, mode e tendenze si susseguono
a un ritmo vertiginoso e spesso ciò che ha un valore
artistico che trascende il "qui e ora" rischia
di passare inosservato, oppure di essere riscoperto dopo
anni.
Ovviamente anche ciò di cui si parla in questa sede,
il "genere" del quale si tenta una definizione,
non è certo patrimonio esclusivo degli anni '90.
Una musica in "bassa fedeltà" è
sempre esistita: vuoi per necessità, vuoi per scelta
cosciente essa è radicata all'interno del patrimonio
genetico comunemente riconosciuto della musica pop.
Più che delineare le (salde) radici nel passato del
"low-fi", chi cura questa sezione dell'articolo
si propone di collegarle, contestualizzarle all'interno
di un panorama più ampio, per cercare di comprendere
cosa si nasconde dietro quelle chitarre scordate, quelle
voci svogliate, quelle canzoni che sembrano giungere al
nostro orecchio da una stanza lontana, che paiono fatte
di niente e sono invece fucilate sottovoce.
"Quel che altrove ho detto
(…) si deve applicare parimente al suono, al canto,
a tutto ciò che spetta all'udito. E' piacevole per
se stesso, cioè non per altro, se non per un'idea
vaga e indefinita che desta, un canto (il più spregevole)
udito da lungi o che paia lontano senza esserlo, o che si
vada appoco appoco allontanando, (…) un suono qualunque
confuso (…), massime se ciò è per lontananza;
un canto udito in modo che non si veda il luogo da cui parte;
un canto che risuoni per le volte di una stanza ec. dove
voi non vi troviate però dentro (…).
Così si esprimeva Leopardi
più di centocinquanta anni fa, nell'elaborazione
della poetica dell'indefinito, in base alla quale il "valore"
evocativo di ciò che troviamo nel mondo è
dato dalla sua capacità di suscitare sensazioni tanto
maggiormente intense quanto più lontane, vaghe, di
ardua definizione.
In altre parole, quindi, al diminuire delle informazioni
in nostro possesso, aumenta la possibilità di ricavare
molteplici significati, spesso tra loro disomogenei (qualora
non polarizzati o discordanti): a un venire meno della "definizione",
aumenta il grado di "interpretatività".
Chi ascolta è quindi spinto a interagire con la materia
artistica che ha di fronte, a ricercare al suo interno significati,
valenze e riferimenti. In altre parole, viene chiamato a
partecipare attivamente alla rimessa in circolo di tale
materia.
Il significato che ciò può ricoprire oggi,
in piena massificazione del gusto, di manipolazione/omologazione
delle scelte (che per un triste paradosso della modernità
sono "imposte" dall'alto: crediamo di essere consumatori
attivi e coscienti senza averne le caratteristiche ) appare
senz'altro chiaro: riappropriarsi del "piacere"
di essere partecipi del processo creativo senza dover ricorrere
al desiderio di emulazione, senza per forza doversi sentire
realizzati vivendo un "mito" di riflesso, vicariamente
(che è poi l'unico rapporto possibile con le "megastars"
del pop, ben not rapporto dai risvolti cannibalistico-necrofili).
"Gli ordinamenti sociali
che appoggiano un sistema di produzione e di consumo di
massa tendono a scoraggiare l'iniziativa personale e la
fiducia in se stessi, e a promuovere invece dipendenza,
passività e un atteggiamento da "spettatori"
sia nel lavoro che nel gioco. Il consumismo è soltanto
l'altra faccia della degradazione del lavoro -che consiste
nell'eliminazione dell'elemento giocoso (…) dal processo
produttivo."
Il movimento Punk del '77 riportò
in auge questo approccio alla musica e ai suoi rapporti
con le dinamiche del mercato, da un lato con la creazione
di etichette indipendenti legate a tutta una serie di movimenti
"di base" operanti dal basso (fanzines, collettivi
extra-musicali…) diretta emanazione della dimensione
"casalinga" del "chiunque può farlo",
dall'altro con il risvolto prettamente musicale di quest'ultima,
cioè l'eliminazione del concetto di virtuosismo dalla
musica (di abilità tecnica se si parla di arte visiva)
allo scopo di spostare il baricentro sulla sostanza di suono
e canzone piuttosto che sulla sua forma. Come sosteneva
Benjamin , riferendosi a Duchamp e al movimento dadaista
(che presenta più di un parallelo con il punk), la
massificazione delle immagini fa perdere all'arte la sua
qualità di intoccabile sacralità (e, fortunatamente,
anche di "rigor mortis" accademico) per orientarla
verso un pubblico più ampio e in direzione di una
modalità della fruizione più vicina al pubblico,
allo scopo di esprimerne aspettative e, sì, anche
(soprattutto ?) paure e timori.
Si diceva, poco prima, come in realtà il concetto
di "low-fi" non sia del tutto nuovo nel linguaggio
della musica pop: registrati spartanamente e in modo grezzo
erano i dischi delle bands "raunchy" del garage
dei sixties, gli oscuri "combos" di surf music
e, per andare più indietro ancora, Bo Diddley, Link
Wray e tutti gli oscuri e leggendari personaggi del decennio
precedente riportati alla ribalta da gruppi come i Cramps.
In realtà non sono la qualità di registrazione
e/o la scarsa tecnica dei musicisti a fare la differenza
tra un disco di "low-fi" e uno registrato e suonato
semplicemente male: è necessario distinguere tra
ciò che è frutto di necessità e ciò
che è frutto di intenzione, premeditato, prestabilito
da un disegno che sta a monte della musica: in altre parole
un ideale sotteso alla propria proposta artistica. Ciò
che rende la bassa fedeltà tale è la presenza
di una precisa volontà da parte di chi suona a suonare
esattamente così. Suonare in bassa fedeltà
vuol dire anche utilizzare l'errore come punto di partenza,
dargli un significato differente rispetto al concetto comune
di limite tecnico, non più qualcosa che si contrappone
tra il musicista e l'idea che egli insegue, ma un ponte
gettato tra entrambi. Poi, di riflesso, anche una componente
dello stile.
Ecco perché bassa fedeltà è un disco
come "White light/white heat" (senz'altro il primo
esempio di "low-fi" consapevole dei propri mezzi
espressivi, del significato e delle conseguenze che avrebbe
avuto, a meno che non si creda che i Velvet Underground
fossero degli sprovveduti…); bassa fedeltà
sono i primi lavori dei Sonic Youth , laddove quel suono
è creato nel momento esatto in cui le regole base
del "come si suona rock" vengono sovvertite e
riscritte alla luce di una robusta revisione "matematica"
del minimalismo di scuola colta; ancora, bassa fedeltà
furono i Neu! che nel loro disco di esordio datato 1972
suonavano già esattamente come i gruppi punk e new(!)
wave di un lustro e più successivi.
La dimensione intima, casalinga di certa musica in bassa
fedeltà ci porta anche a evidenziare il filone contemporaneo
di gruppi che si rifanno ad un'estetica "low-fi".
Per gruppi come Beat Happening, Sebadoh, Guided By Voices
l'attitudine verso una precisa tipologia sonora si sposa
indissolubilmente a un'etica e a una visione del mondo da
cui è impossibile prescindere, pena la non comprensione
(o, peggio, la comprensione errata) della loro proposta.
Un personaggio come Lou Barlow (Sebadoh, Folk Implosion
etc. etc.) sembra infatti uscire dritto da un romanzo di
Douglas Coupland : medesimi i punti di osservazione della
realtà, l'attenzione per le piccole cose quotidiane,
i riti consumistici, lo "stupore" come schermo
protettivo dalla negatività esistenziale (un'altra
faccia dell'elemento ludico nell'arte, che torna come una
costante…) che ha radici ben delineate, soprattutto
per quanto riguarda la microrealtà setacciata in
ogni suo angolo (anche il più banale o il più
scabroso) nel papà di buona parte della letteratura
americana degli ultimi quindici anni, ovvero Raymond Carver
.
Lo stesso Beck, uno degli artisti cardine degli anni novanta,
è "low-fi" (anche musicalmente, in più
di un episodio) proprio per il suo essere spettro degli
umori di una generazione (come lo fu a suo tempo Dylan,
per intenderci) che si riconosce (a malavoglia, ma fa anche
questo parte del gioco…) nell'ansia di fine millennio,
nella crisi delle certezze che ne deriva, nella volontà
di voler ricreare uno spazio proprio e autonomo (e cos'è,
se non punk ?) nella frenesia del produci-e-consuma odierno
(qui origina il ritorno a certe musiche acustiche, seppur
deviate da sottili psicosi "minime") e, soprattutto
nel fare tutto ciò con un controllo e una precisa
volontà a non darsi eccessiva importanza: perché
è ormai assodato che "l'arte non è una
cosa seria" .
DISCOGRAFIA BASE :
VELVET UNDERGROUND "White
light/white heat" (Verve, 1968)
Un fulmine a ciel sereno nei "positivi" anni '60:
per molti uno dei dischi peggio registrati di ogni tempo,
in realtà una sinfonia dall'impatto wagneriano, come
Phil Spector in una centrifuga (anni dopo i Jesus and Mary
Chain prenderanno nota e scaleranno classifiche…).
"Sister Ray" occupa, monolite di diciassette minuti,
tutto il secondo lato e rappresenta quanto di più
"oltre" si sia mai raggiunto in ambito "rock"
(?).
LOU REED "Metal Machine
Music" (RCA, 1975)
Contemporaneamente l'atto
di nascita dell' "ambient isolazionista" e l'esal(t)azione
ultima del concetto di distorsione. Album a-musicale, nel
senso che non vi compare neppure una singola nota (trattasi
di frequenze create ad arte controllando il feedback generato
da una serie di amplificatori), eppure capace di crearsi
uno spazio proprio una volta suonato, presente nonostante
(o forse dovremmo dire in virtù della) propria assenza.
SONIC YOUTH "Daydream
Nation" (Enigma, 1988)
Meno sperimentale dei precedenti
e altrettanto meno "pop" dei suoi successori,
il primo doppio lp della gioventù sonica compare
in questo elenco proprio grazie alla sua natura di "laboratorio
sonoro", dove si assiste alla creazione di colture
vive dalle forme nuove. Un punto finale degli anni ottanta
americani, musicalmente e non.
BEAT HAPPENING "Jamboree"
(Sub Pop, 1988)
Il migliore parto di Calvin
Johnson, creatore della K Records e autentico musicista
"fai da te". Canzoncine sbilenche, chitarre scordate,
batteria modello "latta dei pelati", eppure un
capolavoro, giunto in anticipo sui tempi e all'epoca semi-ignorato.
E "Indian Summer" è una delle più
struggenti e delicate canzoni mai scritte…
GUIDED BY VOICES "Alien
Lanes" (Matador, 1995)
Gruppo di culto degli anni '90, se mai ve n'è stato
uno. Capitanati da un insegnante elementare, provano in
un garage e nello stesso momento registrano microframmenti
di perfette canzoni pop. Ascoltarli è un po' come
ritrovare vecchi giornalini del papà in soffitta:
lo stesso stupore e la stessa rabbia nel vedere una storia
che si conclude forzatamente per la mancanza di pagine lo
si prova qui, dove una canzone perfetta (e il trucco risiede
esattamente lì) sfuma quando la si vorrebbe molto
più lunga.
(Pubblicato nel
numero di Novembre 2000 in "Bassa Fedeltà. L'arte
nell'epoca della riproduzione tecnica totale". A cura
di Tommaso Ottonieri. Bollati Boringhieri).
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