copertina  
 


.::A POST-ERIORI::.


SYD BARRETT/BARRETT
[1970]

Un disco che onestamente non avrebbe bisogno né di presentazioni né di promozione, ma lo si fa comunque visto alcune persone non hanno mai ascoltato le glorie di Barrett solista. L'importanza di questo disco risiede nel essere il continuo di "Piper at the gates of dawn" (e quindi il continuo del delirio primordial-psichedelico) e in più si può sentire la sua grazia (non)compositiva solista.
Le composizioni di questo disco (a differenza dei dischi con i Floyd) sono più lineari come lo può essere stata(una sola per riferimento) "the gnome". Il disco è stato registrto presso gli studi di ABBEY ROAD (si quelli dei Beatles…) con un gruppo pressochè inventato (fra iquali menbri degli stessi Floyd) per mettere su nastro l'urgenza di quei brani (nuovi)così variabili nelle versioni.Così ne esce un disco stupendo che alcuni "perferfezionisti" ormai considerano suonato male nelle sue variazioni di tempo (non è stato usato nessun metronomo e si sente…) e stonature eppure (a mio vedere) riesce ad esprimere appieno lo stato d'animo dell'artista , non si tratta di un disco sperimentale bensì di un disco che ha cambiato il modo di suonare di molti artisti a venire perché è vero , senza compromessi. In tutti i brani SYD suona , canta e dirige il tempo a volte anche forzando la mano risultando sanguigno , disperato , reale dalla prima all'ultima nota e molto vicino ad un concetto di improvvisazione.Pezzi come "Waving my arms in the air" o "Efferversing Elephant" (fra l'altro un pezzo scritto durante la sua infanzia e poi solo qui doverosamente inciso) sono si debitori dello spirito melodico dei Beatles così come sono le fondamenta (leggasi come fondamentali) per il suono che più avanti verrà codificato attraverso altri nomi come indie-rock (si se vi piaciono Pavement e/o Flaming Lips etc. ascoltere la base del loro suono).I pezzi sono molto vari si muovono fra alti come "Baby Lemonade" e momenti più dichiratamenti bassi/morbosi come "Maise" (fondamentalmente la distruzione di uno standard blues).
Quindi massimo voto per chi ha il coraggio di osare , di essere libero e ci riesce con una così grande fruibilità e slancio emotivo.

tommy

 



Soft Machine/Third
[1970 Columbia]

Devo ammettere un amore smodato per i primi dischi dei Soft Machine e di sciogliermi udendo la voce di Wyatt.
Non penso di essere il solo ad apprezzare questa band, in quanto è da anni oggetto di contesa tra i vari movimenti musicali, in particolare il talento di Robert Wyatt.
Del resto c'è chi legge nelle sperimentazioni e nella notevole tecnica una propensione progressive, altri invece, nelle scarne melodie e nelle eteree parti vocali ritrova soluzioni LoFi.
Che ne dite di limitarsi ad ammettere che i Soft Machine sono stati un grande gruppo, lasciando da parte le etichette?
Quindi la domanda sorge spontanea, perché parlare di Third? Terzo disco della band di Canterbury e ultima partecipazione di Wyatt.
La risposta è da leggersi sull'importanza storica che questo disco ha avuto, un disco di transizione all'interno della carriera dei Soft Machine, un ponte tra il periodo più marcatamente rock e quello denso di venature jazz.
Siamo nel 1970 con l'inizio dissonante e deviato di "Facelift" si fa sentire il marchio di fabbrica dei primi due dischi ma ad un tratto il jazz si insinua e fa da padrone nelle ritmiche e negli sviluppi.
D'ora in poi "facelift" è un alternarsi di soluzioni fino al momento finale, in un continuo crescendo da togliere il fiato, dove duettano in assolo il flauto traverso e basso clarino.
Con "Slightly all the time" i toni si fanno più rilassanti e il taglio è da jazz big band in un susseguirsi di fraseggi dei quattro fiati.
Ad un tratto il basso abbandona la linea base per accelerare e cambiare di nuovo prospettiva fino ad un toccante finale firmato dal clarino di Jimmy Hastings.
Iniziano le prime note di "Moon in june" e appare la voce di Wyatt in tutta la sua intensità in un metaforico viaggio alle origini del gruppo.
Al discorso vocale si alternano variazioni più propriamente psichedeliche che jazzistiche, un pezzo in cui l'organo di Mike Ratledge fa sicuramente da padrone.
"Out-bloody-rageous" quarto e ultimo pezzo dopo un lungo inizio da viaggio interplanetario ci riporta in chiusura al migliore avant-jazz.
Third è stato ed è tutt'ora un nuovo modo di fare musica, uno dei primi casi di contaminazione che tutt'oggi, a più di trent'anni di distanza, ha di che insegnare.

Marco tuppo



Don Cherry/Brown Rice
[1975 EMI]


Funk, fusion, tanta psichedelia, jazz, ritmi Indiani, Africani , Arabi, e c'è la bellissima tromba di Don Cherry che fa il verso al Miles Davis elettrico.
Un disco intenso, con un brano di apertura costruito su un giro di funk psichedelico e la voce di Don che ci ripete sussurrando 'Brown Sugar', in loop, come fosse stato campionato.
Atmosfere misticheggianti, come in 'Malkauns', che vengono stravolte all'irrompere della tromba languida di Cherry.
Una sezione ritmica che travolge, che crea un groove d'altri tempi.
'Degi-Degi' chiude il disco con la tromba si arrampica sulle ritmiche sempre più incalzanti, stride, si lamenta per poi spegnersi di colpo e lasciare alla voce la chiusura del disco....la puntina stride sulla parte di vinile senza solchi e ti avvisa che devi ancora rigirare il lato e ascoltare di nuovo, e ascoltare di nuovo, e ascoltare di nuovo, e ascoltare di nuovo, e ascoltare di nuovo, e ascoltare di nuovo, e ascoltare di nuovo....
Per chi si è innamorato di Bitches Brew, è un disco da avere, e per chi non conosce Davis o Cherry è l'occasione buona per spendere qualche euro, e pensare che il prezzo indicato sul disco e di L.5500!!!

Mi ricordo putroppo ogni tanto di suo figlio (spero di non sbagliarmi) che passa sul nostro triste canale musicale Mtv...un tale chiamato 'occhio d'aquila' , vi dice niente?!?!e mi chiedo se in casa loro non ci sono più copie di questo disco, perchè non mi sembra proprio che suo figlio abbia ascoltato molto i lavori del padre...

gianmaria

1.Brown Rice (Cherry) - 5:15
2.Malkauns (Berger/Cherry) - 14:02
3.Chenrezig (Cherry) - 12:51
4.Degi-Degi (Cherry) - 7:06


Don Cherry - Trumpet, Piano (Electric), Vocals
Billy Higgins - Drums
Michael Mantler - Engineer
Frank Lowe - Sax (Tenor)
Ricky Cherry - Piano (Electric)
Stanley Crouch - Liner Notes
Bunchie Fox - Bongos, Electric Bongos
Rudy Van Gelder - Digital Mastering
Verna Gillis - Vocals
Charlie Haden - Bass, Bass (Acoustic)
Kurt Munkasci - Engineer, Mixing
John Snyder - Digital Mastering, Creative Director
Roland Young - Art Direction
Junie Osaki - Design
Roberto Masotti - Photography
James Fee - Cover Photo
Don Cherry & Ed Blackwell - Piano, Trumpet, Piano (Electric), Vocals