
Claudio Rocchetti/The Work Called Kitano
[Bar La Muerte]
Stomaco forte e molta pazienza, queste sono
le doti che Claudio Rocchetti richiede al suo potenziale
ascoltatore, le intenzioni erano già chiare nelle
due tracce incluse nel P.O.Box 52.5 della Wallace, in
una delle due tracce ci regalava anche un dj set "concreto"
che probabilmente rende una vaga idea di ciò che
sia un suo live set. In The Work Called Kitano, le premesse
vengono mantenute se non superate: "pastices"
concreti in salsa "elettro-acustica", loop tagliati
a colpi di accetta, gusto per il disturbo, rumore bianco
contro sporcature digitali, musica d'atmosfera contro
"performance", cuore contro sinapsi. Direi che
la dicotomia fra cervello e stomaco si ripete per tutta
la durata di questo cd, tanto che a volte sembra di trovarsi
di fronte ad al lavoro di uno schizzofrenico. Mentre i
pezzi con cui si apre questo disco (existenz e burner)
mostrano una sorta di nervosismo e di aggressività
da parte di Rocchetti, pezzi come petra von kant, my love
was sitting on the mortician's knees, lovesong invece
potrebbero far intuire un grande spirito visionario ed
una sensibilità melodica che quasi sorprendono.
Ad ascoltare le tracce più rarefatte sembra che
Rocchetti non riesca a trattenere un innato amore per
la musica classica (con cui potemmo dire tutto e nulla).
Forse parlando di dicotomia ho indotto qualcuno a pensare
che si tratti di due distinte tipologie di pezzi, in tal
caso mi scuso, in realtà The Work Called Kitano
ha già una proprietà di linguaggio che manca
a molti dischi ed il filo onduttore è fin troppo
chiaro. Credo che nessuno si sarebbe stupito se invece
di essere edito da Bar La Muerte (che riconferma di essere
una delle etichette più in forma del momento) questo
disco fosse uscito par la Metamkine (giusto per fare un
esempio) ed in particolare per la sua collana dedicata
al cinema (non credo che si un caso che Rocchetti abbia
effettuato degli studi in questo campo).
Claudio Rocchetti http://www.equalradio.com/
Bar La Muerte http://www.barlamuerte.com/
Ho conosciuto Claudio Rocchetti all’inizio di quest’anno,
dopo aver letto buone recensioni sul suo “The Work
Called Kitano” uscito per Bar La Muerte. La prima
impressione, confermata in seguito, è quella di
uno che ne sa a pacchi di cose di musica. Primo elemento
a suo favore. Il suo disco fresco di stampa sta ottenendo
buone recensioni in italia e all’estero e si concretizza
così l’opportunità di vederlo dal
vivo a Basemental. Quelli che su disco sono suoni che
richiamano l’estetica glitch, la concrete musique
e l’improvvisazione elettroacustica prendono una
forma fisica potendo vedere con occhio come ottiene due
differenti fruscii switchando velocemente i selettori
di un mixer, o spazzolando un disco che gira su un giradischi
preparato, o ancora maltrattando una sveglia e dei microfoni
a contatto. La fisicità del suonare questa musica,
dove si potrebbe pensare a un semplice Powerbook ultimo
modello, è quasi rock nel suo manifestarsi e questo
contribuisce molto, almeno dal vivo, ad avvicinare l’ascoltatore
al mondo della sperimentazione e improvvisazione. Secondo
elemento a suo favore. Rocchetti poi, oltre che in proprio,
lavora con tutta una serie di artisti di simile sensibilità,
quali Stefano Pilia, Valerio Tricoli e molti altri, a
diversi altri progetti quali le serate del Raum, il progetto
Ixem, il gruppo 3/4Had Been Eliminated e chissà
quanto altro ancora. Contribuisce in questo modo a creare
quella rete di collaborazioni che rende fertile il campo
della sperimentazione e lo mantiene su standard qualitativi
dei quali non dobbiamo invidiare molto a più blasonati
stranieri. Terzo elemento a suo favore

Raggiunto dal nostro Andrea Ferraris [Ics], Claudio ci
spiega un po’ di cose...
1.
in una tua vecchia biografia mi pare sul tuo sito menzioni
di aver fato parte del circuito hard core..è buffo,
visto il genere che fai, solitamente è un particolare
che la gente tende a nascondere o a non menzionare.
il percorso di ognuno è fondamentale... nessuno
esce dal nulla. e per quanto riguarda l’h/c ti posso
dire che ancora oggi fa parte della mia vita, l’
"attitudine" è una questione importantissima...
e l’energia che spesso sprigiono durante i live
proviene da lì, da quel modo di vivere e fare le
cose
2. nonostante tu
sia in giro già da un po',a giudicare, dalla tua
biografia e dalla quantità di date che stai facendo
di recente, sembra che tu negli ultimi anni abbia affrontato
la produzione musicale e i live in modo molto più
costante.
ho semplicemente focalizzato meglio i miei obiettivi e
messo a frutto l’esperienza accumulata in più
di dieci anni di musica. e non solo come musicista, ma
anche come organizzatore, critico e quant’altro...
alcuni dei progetti ai quali lavoro in questi giorni partono
da idee che ho avuto diversi anni fa, come crashcars for
the ravers per esempio, ho finito di masterizzare i pezzi
poche settimane fa, ma il nucleo centrale delle chitarre
(è un progetto noise-chitarristico) è stato
registrato nel 1996/97...
3. Da quello che
si sente riguardo ai tuoi live set e dall'ascolto dei
tuoi dischi è evidente che proponi alcune formule
che, almeno in Italia, sono particolarmente inedite.
non saprei, posso dirti che ho raggiunto un certo equilibrio
tra le mie passate esperienze e quello che vorrei essere
(anche come persona...), ma è un equilibrio precario,
instabile... nei live c’è sia l’urgenza
e la forza del noise sia la ricerca di nuove sfide e una
certa attenzione per il timbro e la dislocazione spaziale
del suono.
4. Che tipo di infulenza
ha il fatto che tu viva in un paese pressochè terzomondista
per quanto riguarda certi generi musicali (attenzione!
"terzomondista" non tanto per la produzione,
ma più per ciò che concerne le strutture
ed il pubblico).
è un dato di fatto che in Italia
certe musiche non abbiano spazio, e sì che le potenzialità
e un certo interesse sicuramente ci sarebbero. ma io vorrei
osservare la questione da una angolazione differente.
diciamo così: è ora di muoversi. ti faccio
un esempio, insieme a valerio tricoli curo una rassegna
di “musica sperimentale” al raum a bologna.
lavoriamo con un budget molto basso eppure abbiamo ospitato
concerti davvero intensi ed importanti (william basinski,
kaffe matthews, luc ferrarì...). prima di questa
rassegna valerio ed altri ragazzi organizzavano concerti
nelle loro case, e questo continua anche ora con i live
in via paolo costa (quest’anno manuel mota, anthony
guerra, i treni inerti...). vuoi vedere più concerti?
organizzali. oppure cerca di sostenere le persone che
lo fanno. e questo vale anche per i cd e il resto. inizio
a stancarmi della gente che si lamenta continuamente della
situazione italiana...
5. A proposito del
tuo live set, visto che nessuno può essere completamente
immune da ciò che gli succede intorno, come reagisce
solitamete la gente (sia per te che per 3quarters) e come
invece vorresti che reagisse).
durante i live in solo sono successe le cose più
disparate, e questo è accaduto e accade anche perché
suono volentieri in situazioni e luoghi molto differenti;
gente che cerca di staccare la corrente, che semplicemente
se ne va, che abbassa il volume, che lo alza troppo, che
si complimenta o che magari mi vorrebbe picchiare... tutto
questo mi diverte un sacco, davvero. mentre per i 3/4
le reazioni sono più compatte e finora piuttosto
lusinghiere. di solito chi ci sente per la prima volta
dal vivo ci parla della “visionarietà”
del nostro set, che in effetti è concepito come
uno spettacolo gestuale e cinematico oltreché musicale.
6. Cosa ti piacerebbe
che facesse la gente ascoltando i tuoi dischi.
che li ascoltasse e basta, con l’attenzione e la
concentrazione necessarie. senza frullare nulla, senza
farsi la doccia o senza giocare ai videogame nel frattempo...
7. Non credi che talvolta la sperimentazione
possa risultare frigida e scarsamente comunicativa? Ad
esempio non pensi che possa rischiare di naufragare verso
lo stesso autismo che colpisce molti improvvisatori, che
pur risultando interessanti sul momento (soprattutto dal
vivo) poi lasciano un po' a bocca vuota?
8. Un amico di recente
esprimeva qualche dubbio su una certa "musicalità"
dei materiali Bowindo dicendo che a volte temeva cadeste
più facilmente preda del tecnicismo (nel vero senso
della parola) piuttosto che della "musicalità"
delle "canzoni". (le virgolette su musicalità
e canzoni compaiono perchè sono termini da prendere
con le molle in tutti i sensi, almeno rispetto al concetto
tradizionale di canzone).
Bowindo è sì un collettivo, ma anche un’etichetta,
e come tale pubblica materiale piuttosto diversi... forse
qui ci si riferisce al disco di Domenico Sciajno e Gert-Jan
Prins, ma quella credo che sia techno essiccata, dance
per cervelli sovrasviluppati... e le canzoni non c’entrano...
oppure si arriva ai 3/4HadBeenEliminated, e lì
credo che ci sia il rock nella sua essenza più
pura, che è fatta innanzitutto di attitudine e
poi del resto. e poi, pur non essendo un virtuoso, non
ho nessun problema con la “tecnica”, ma sul
come viene indirizzata...
9. Sono rimasto piacevolmente
colpito dalla diversità che intercorre fra 3quarters
e il tuo disco solista su Bar La Muerte, ovviamente credo
che ciò dipenda dal fatto che uno sia un progetto
solista e l'altro no. Tu continui a prediligere una forma
invece che l'altra? E per quale motivo?
Il lavoro su blm è fatto di materiali e pezzi che
sono rimasti a sedimentare per alcuni anni, sono stati
raccolti in base ad una idea (il ricordo, la memoria)
e l’essere malinconico del disco rispecchia quello
che sono, senza interferenze o deviazioni. mentre i 3/4
sono il risultato di uno scontro di idee, di personalità
parallele che cercano d’incontrarsi. la materia
è instabile e le soprese dietro l’angolo...
sarà impegnativo seguire fino in fondo i 3/4, i
live mutano pelle di volta in volta, i prossimi dischi
saranno per forza di cose diversi e rischiosi...
credo che entrambe le situazioni siano necessarie, i tempi
e le direttrici sono completamente differenti e irrinunciabili.
non riuscirei mai a lavorare in un’unica direzione...
contatti: unruhe@inwind.it
andrea ferraris
E' con piacere che ogni
tanto si scoprono dei personaggi del mondo indie italiano
che si credeva esistessero solo al di là delle
Alpi o peggio dell'Atlantico. Invece c'è tutta
una nuova (ma neppure tanto in alcuni casi, è solo
una lacuna personale) generazione di musicisti poliedrici
capaci di suonare un sacco di strumenti (e non-strumenti)
e di farlo con un'attitudine sperimentale e libera. Uno
di questi personaggi è il giovane genovese trapiantato
a Bologna Stefano Pilia. Classe
1978 ha iniziato da ragazzino a suonare con un po' di
band fino a quando con i Settlefish fa il botto incidendo
per la Deep Elm di Charlotte e facendo tour in Europa
e Stati Uniti. Ma non è di questo successo che
sono rimasto impressionato. Stefano Pilia infatti nel
frattempo studia contrabbasso al conservatorio di Bologna
e si appassiona ai temi dell'improvvisazione e della composizione
sperimentale. Inizia così a lavorare al suo album
solista "Healing Memories in Present Tension"
uscito l'anno scorso per l'americana Last Visible Dog
e contemporaneamente inizia la sua collaborazione con
altri sperimentatori del circuito bolognese del Raum come
Claudio Rocchetti, Valerio Tricoli, Renato Rinaldi (con
i quali condivide la ragione sociale 3/4HadBeenEliminated,
un disco uscito per la Bowindo). Sempre con Rinaldi, Giuseppe
Ielasi, Andrea Belfi (già nei Rosolina Mar) e Riccardo
Wanke fa parte inoltre del gruppo di improvvisazione Medves.
Oltre a prendere parte a queste iniziative "fuori"
Stefano presta inoltre il suo contrabbasso come quarto
elemento dei Franklin Delano, anche loro poco "confinabili"
in Italia con il loro free-noise-folk, e suona pure con
i Suicide Club un gruppo tutto cassa e divertimento con
dentro membri di Settlefish, Death of Anna Karina, G.I.
Joe. Di sicuro un artista poliedrico e impegnatissimo
su tutti i fronti della cosa indie. Volendo soffermarsi
sul suo lavoro in solo ci accorgiamo che Stefano di talento
ne ha a palate. Il primo lunghissimo pezzo è un
dolce droning di 2 chitarre che sfiora l'ambient coccolata
da sottili suoni elettronici. Gli altri tre pezzi di Healing
Memories.. registrati live con l'aiuto di Tricoli sono
invece più vari con delle scure tracce di avant-folk
stile Charalambides/Stone Breath che ruotano attorno alla
chitarra preparata di Stefano e alle macchie di elettronica
inserite di volta in volta live da Tricoli con uso di
Synth e giradischi. Sentire per esempio "This Deep
Night-Blanket... " che da un crepitio di elettronica
lascia crescere un drone che diventa arpeggio disturbato
a metà strada tra i Labradford più glaciali
e gli Exhaust di casa Constellation per capire la statura
di questo disco.
Della sperimentazione, delle collaborazioni e delle sue
cento attività musicali parliamo con Stefano, raggiunto
via mail.
contatti: pulana@freemail.it
@:
Stefano come fai a fare tutte queste cose, seguire tutti
questi progetti così diversi tra loro?
In effetti mi incasino non poco e faccio spesso una gran
confusione tra i vari impegni ..ma il fatto stesso di
potersi confrontare con diverse situazioni porta anche
parecchi stimoli ed energie per affrontarle ..insomma
hanno una sorta di feedback.
Spesso però accuso la stanchezza e sento la necessità
di allontanarmi un pò per riordinare il tutto o
più semplicemente di concentrarmi eslcusivamente
su una cosa..in realtà non sono sicuro di reggere
o se tutto ciò sia praticabile a lungo termine
..mi hai già messo in mutande con la prima domanda.
@:
C'è diversità di approccio quando suoni
con i diversi gruppi, o in tutti quanti cerchi di applicare
un tuo "marchio di fabbrica"?
Alcuni di questi progetti sono effettivamente distanti
per coinvolgimento, intenti e risultati ...quindi è
inevitabile che l'approccio è e debba essere diverso..ma
questo è anche l'aspetto più interessante
e stimolante delle faccenda.
Credo che se tentassi di portare una mia estetica identificativa
a tutti costi diventerebbe tutto piuttosto noioso
e scontato. Ma ,da un altro punto di vista, esiste un
elemento comune, che è quello di lavorare ad ognuno
di essi con uno spirito di ricerca e non solo in senso
musicale
@:
Cos'è stato a mutare la direzione dalle sonorità
dei Settlefish alle cose che fai in solo, o con Rocchetti
e Tricoli?
Niente in particolare..è stato un percorso graduale..ad
un certo punto mi sono accorto che le priorità
e le necessità diventavano altre rispetto a quello
che facevo con i Settlefish..
Trovavo sempre meno stimoli in quel tipo di lavoro ed
ero sempre più coinvolto in una ricerca personale
che non poteva essere percorsa insieme a loro per via
del tempo e dei diversi interessi.
@:
Come è nato il tuo disco solista, e come è
avvenuto il contatto con la Last Visible Dog di Providence?
Quella registrazione risale ormai a quasi due anni fa
ed è stata il punto di arrivo e di fioritura di
un lavoro che avevo iniziato ormai da tempo praticando
con la chitarra e sperimentando con il suono ...è
rimasto in casa mia fermo per quasi un anno. Dopo essermi
torturato a sufficienza decisi finalmente di spedirlo
e fortunatamente Chris di LVD mi propose quasi subito
di pubblicarlo.
@:
Artisti come quelli con cui collabori fanno capire che
anche in Italia siamo in grado di proporre musiche molto
interessanti, basate su ricerca e sperimentazione, senza
andare sempre a sbattere la testa fuori confine. Come
vedi lo scenario underground italiano? Siamo ancora molto
dipendenti da Stati Uniti e UK?
Questo tipo di discorso credo esista maggiormente e, a
ragion veduta, più negli ambienti vicini al rock
, essendo Stati Uniti e UK le terre natali di certa musica..
ed è quindi inevitabile che il confronto sia più
diretto e difficile o per lo meno che avvenga proprio
in questi termini. Oltre a ciò aggiungici che esiste
comunque in una grossa fetta di pubblico, anche al di
fuori di questo contesto, il subire un certo fascino esterofilo
per cui si dà subito maggior credito ad una band
o ad un musicista se è straniero... ma questa è
una faccenda che ha molto a che fare soprattutto con ragioni
extra musicali. Credo che esistano attualmente in italia
delle valide realtà musicali con una loro identità
che, anche se meno osannate da pubblico e stampa, non
abbiano nulla da invidiare a quelle estere.
@:
Alla base di molti progetti di cui fai parte c'è
il concetto di collaborazione, che sembra far parte sempre
più spesso del modo di intendere dei musicisti.
Siamo al superamento della forma "band" ?
No, credo che siano due cose diverse sebbene possano naturalmente
coesistere.
@:
Ultima domanda, inevitabile. Che dischi stai ascoltando
di recente?
Diverse cose ma soprattutto delle registrazioni di Hugh
Tracey, un etnomusicologo che tra gli anni 50 e 60 ha
girato tutta l'Africa raccogliendo e documentando la musica
di quei luoghi.Sono stati ristampati dalla s.w.p records
e ci sono delle cose incredibili.
Keiji Haino, in particolare in questi ultimi giorni Affection...è
un disco assoluto! ... e gli Shellac che proprio non mi
stancano mai.
onga