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Marsela: ancora segnali dal dopo Massimo Volume

Ancora schegge dall’universo post-Massimo Volume. Dopo le collaborazioni di Egle Sommacal con Ulan Bator e Moltheni, l’uscita di Franklin Delano con all’interno Marcella Riccardi e Vittoria Burattini, il nuovo disco di Emidio Clementi col gruppo El Muniria, un altro tassello si va ad aggiungere al puzzle. Si tratta di Marsela, band formata da Egle Sommacal, Marcella Riccardi, un paio di Santo Niente e Pietro Canali.
Il progetto nasce con molta calma nelle pause tra i diversi impegni di tutti ed è arrivato a pubblicare il primo 7” autoprodotto all’inizio dell’estate, pensando di fare uscire un album entro l’anno.
Due chitarre, basso, batteria e poi synths, Rhodes e Hammond ne fanno una formazione apparentemente di stampo classic-rock. Vero e non vero ascoltando le due tracce presenti sul 45gg d’esordio. Poco o niente a che fare con i canoni dell'italico canto ma un tentativo di far suonare bene la nostra lingua ben incastrandola negli strumenti. Il primo pezzo "Lun Yu" è morbido e dilatato, la voce è calda, quasi soul ed immersa tra arpeggi e Rhodes. "Stanotte" è più nervosa e diretta, con la voce sommersa dagli strumenti.
Marcella, raggiunta via email ci spiega un paio di cose riguardo a Marsela.
contatti: marcifrommars@fastwebnet.it


@: Marcella, ti avevamo visto già cantare qualche volta nei tour con i Massimo Volume, recentemente il tuo controcanto lo si può sentire nei Franklin Delano ed ora questo nuovo progetto dove sei principale interprete. Sono stati una serie di passi successivi o questa tua voglia di esprimerti viene da lontano?

Il canto è sempre stata la mia prima passione, piuttosto è stata la chitarra che ho imparato ad amare (e a suonare) successivamente. Ho cominciato a suonarla perchè ero timida, e cantare accompagnata (e nascosta fisicamente) da una chitarra mi dava sicurezza...

@: Come mai la scelta dell'italiano, non molto comune ( e in voga ) di questi tempi e in genere stilizzato su canoni risaputi? Quali sono, se ci sono, i modelli a cui ti ispiri?
Come mai questa scelta suicida? non lo so nemmeno io, mi è sembrata una sfida, e anche una sfida difficile visto che non ho nessun modello a cui ispirarmi e che ignoro praticamente tutti i mostri sacri della musica italiana... Usare l'Italiano è un'arma a doppio taglio, da una parte non hai appunto modelli su cui far riferimento essendo tutti i miei eroi ed eroine anglofoni, d'altra parte però c'è una libertà assoluta di sperimentare, puoi cercare di "de-frammentare" le parole. L'inglese è una lingua ironica che ti permette di esprimere concetti anche complessi in forme brevi o in semplici immagini, con l'italiano questo non si può fare e la soluzione va cercata altrove. Tradurre come fanno molti in Italia, generi esteri (pop,rock, hip hop) ed adattarli all'Italiano mi sembra un'operazione abbastanza squallida, per cui non rimane che provare a sciogliere la lingua italiana e magari prendere ispirazione da inglesi che cantano in italiano e sanno rendere molto più morbida la nostra lingua di quanto noi sappiamo fare!!! (penso ultimamente agli Atombombpocketknife e alla loro versione di una canzone di Celentano uscita per la Suiteside...)

@: Le parti cantate sono, almeno in questi due pezzi del 7", relativamente brevi e mischiate in mezzo agli strumenti, una mossa in controtendenza per quanto riguarda le normali abitudini dei gruppi che tendono a "sparare su" la voce del cantante. La voce è uno strumento?
Si,la voce è principalmente uno strumento. Per cui i Marsela se ne fregano se le parole non si capiscono bene. Anzi, la via da percorrere secondo me è questa: Non stare troppo a concentrarsi su un significato preciso, sulla giusta grammatica di una frase... meglio decostruire la voce con effetti, scomposizioni...usare gli effetti sulla voce è poi uno strumento prezioso per cercare nuove forme di espressione, cantare con un eco, un flanger o una distorsione particolare ti fa cambiare lo stile... Da questo 45gg. non viene ancora fuori questo aspetto dei Marsela, bisognerà attendere il nostro cd (se e quando riusciremo a farlo!!).

@: Nel gruppo siete tutti musicisti con una lunga esperienza alle spalle, quali sono le vostre motivazioni/ispirazioni per i pezzi di Marsela?
Naturalmente posso parlare solo per me, comunque il principale motivo è essere liberi di fare quello che si vuole e prendersi tutto il tempo. Siamo iper-perfezionisti, cerchiamo soluzioni sonore nuove e non abbiamo nessuna fretta di uscire allo scoperto velocemente. Facciamo questa musica soprattutto
per noi stessi e forse questo anche alla luce della grande esperienza alle spalle di cui parli. Un'esperienza bellissima che però a volte ti fa dimenticare l'importanza della musica e della ricerca. Parlo della "mondanità" della musica, l'importanza di conoscere tizio o caio per farsi recensire o produrre il disco ecc.ecc., per non parlare poi dei problemi logistici connessi a una band quali tour da organizzare, furgoni da rottamare, conti da pagare, ad lib!

@: Nel dopo Massimo Volume, l'aver lavorato con altri artisti (Ulan Bator, Moltheni, Franklin Delano) quanto ha contribuito a spostare l'asse dei pezzi? Cosa invece invece è rimasto del vostro background secondo voi?   
Che dire... è chiaro che lavorare con altri ti cambia le prospettive, te le allarga, nel bene e nel male. Nel bene l'esperienza con altri ti serve per spostare i tuoi limiti, ti ritrovi a dover arrangiare pezzi di altri
per cui sei costretto ad allargare la tua "pratica" musicale, a uscire dai soliti schemi ormai rodati di arrangiamento, insomma Esperienza!..nel male nel senso che magari ti ritrovi a fare cose che non ti appartengono, che non ti rappresentano e capisci per esclusione cosa non vuoi più fare e impari ad ottimizzare il tuo tempo! Cos'è rimasto del mio background? Bè, ogni musicista si porta dietro il
suo stile, che naturalmente cambia e si perfeziona nel corso degli anni. Lo stile e il suono di Egle per esempio sono riconoscibilissimi ma non perchè faccia le stesse cose! piuttosto perchè è un musicista maturo e ha il suo suono. Ogni musicista deve avere il suo stile, che non dipende da una padronanza
tecnica raggiunta ma piuttosto dalle esperienze che fai...che ne sò prova a pensare allo stile di Blixa Bargeld o a quello di Arto Lindsay nel suonare la chitarra...non si può dire che siano dei tecnici ma sono semplicemente mostruosi!!

@: I pezzi di Marsela sono di stampo abbastanza tradizionale, inteso come scevro da tentazioni modaiole o sperimentalismi esasperati. Un tentativo di scrivere dei pezzi che siano senza tempo, piuttosto che cogliere il "qui e ora"?
Direi che lo stampo dei nostri pezzi non è affatto tradizionale, ci sono si degli elementi tradizionali come strofe/ritornelli/bridge/special ma il modo in cui componiamo questi elementi è tutt'altro che tradizionale!
E' chiaro che cerchiamo di scrivere pezzi che non siano legati ad una moda particolare, immaginati solo fra un anno ad ascoltare un pezzo arrangiato con una batteria anni '80,alla Rapture o alla Liars del primo disco...non si potrà più sentire!!! I Liars sono già cambiati profondamente, sono andati avanti, mentre bilioni di gruppi ora si beano a copiare il loro stile... Penso anche al post-rock, non se ne può più di sentire cloni degli Slint (quando va bene)! Il suono del post-rock si è già evoluto in qualcos'altro ma la stragrande maggioranza dei gruppi suona ora ciò che è già stato oltrepassato!! C'è un problema di mancanza di personalità...

@: Nel panorama italiano attuale, molte proposte interessanti tra cui i vari Pilia, Rocchetti, Tricoli per citarne alcuni, tendono ad allontanarsi definitivamente dalla forma canzone in favore di una proposta più tesa alle lunghe composizioni oppure ai frammenti sonori ricuciti. Che visione avete di queste musiche "strane" contrapposte a quello che è il vostro stile di scrittura?
Queste musiche, questo tipo di composizione sono un validissimo laboratorio per sperimentare suoni, rumori e tutto ciò che si vuole, nella più ampia libertà. In più comporre questo tipo di musica è un grande esercizio di ascolto reciproco (quando si tratta di improvvisazioni...), e ti da anche la possibilità di
esprimere qualcosa al di fuori di qualsiasi forma stilizzata e quindi di scoprire nuove cose... L'unica perplessità che mi danno queste musiche "strane" (e parlo naturalmente da profana) è che non diventino una scappatoia, una scusa per sfuggire alla composizione che sò... di una perfetta pop-song. Voglio dire...che non diventi un modo di nascondersi, un modo per evitare il confronto con generi musicali.
Insomma...può anche essere molto facile fare un pezzo di 47 minuti di rumore bianco inframezzato da miagolii di gatti e stoviglie percosse!

@: Come nascono i vostri pezzi? Lavoro di gruppo in studio oppure qualcuno arriva con il pezzo e si arrangia insieme?     
I Marsela sono sempre un work in progress, siamo partiti con pezzi molto pop, grandi ballatone e cose beatlesiane. Ora invece ci stiamo spostando e non sò ancora dirti dove andremo a parare...di solito i pezzi nascono da un giro mio o da un giro di Egle, successivamente gli altri aggiungono le loro idee al pezzo che si stà formando e magari cambiandone completamente l'atmosfera iniziale. Da lì si prova si riprova, si fanno mille versioni, si taglia, si ricuce e poi ci si ferma quando il tutto sembra funzionare!
Per quanto riguarda il cantato a volte arrivo già con un riff di chitarra con il cantato, mentre sui giri di Egle spesso metto i cantati alla fine, quando il pezzo è già completamente composto.

@: La curiosità è donna, oppure Onga: mi date una lista dei vostri ascolti recenti?
Uh! Io posso parlare per me, però i miei ultimi ascolti sono viziati dal fatto che sono andata all'Heineken Jammin' festival..per cui ascolto PJ Harvey, Pixies, i Cure (mio grande vecchio amore), ma anche Pelt, Nina Simone, Billie Holiday, Nick Cave, Calexico, Helmet, Siouxsie e tante altre cose...
Ultimamente Egle ha scoperto Jack Rose (dei Pelt), ma anche i vecchi bluesman da Blind Willie Johnson a Skip James, Bukka White, Charlie Patton ecc.ecc... ma non escluderei che in questo momento stia ascoltando i Deftones!!

onga

 


Fonderia

Un gran disco autoprodotto che di certo non sta passando inosservato per la sua integrità di intenti. (vincitore premio Darwin 2004, finalisti ad Arezzo Wave 2004 ecc)
Dieci anni di idee sviluppate lungo un cammino che ha toccato gran parte dei locali della capitale e non solo, dieci anni di spunti raccolti in quattro tracce durante lunghe sessioni di improvvisazione.
Questo è il percorso che i fonderia hanno voluto seguire per arrivare al loro disco di esordio, una strada tortuosa che implica pazienza e chiarezza di obiettivi, lasciando da parte velleità e fretta.
Settanta minuti che scorrono veloci in un susseguirsi di funky, jazz, rock, ambient il tutto mescolato con cura e gusto.
Un continuo susseguirsi di interessantissimi intrecci tra le atmosfere soffuse della tromba e le eleganti entrate della chitarra.
Un esempio tra tutti la track "Il dubbio" un piccolo gioiello di eleganza dalla coinvolgente linea melodica.
Fender Rhodes, MiniMoog, Moog Prodigy,Clavinet,Korg Synthesizer, Hammond C3 e Theremin che si aggiungono a loop di elettronica e Scratch quasi a creare un ponte tra passato e futuro.
Un disco che si fa ascoltare con semplicità ma ciò non implica assolutamente un prodotto banale.
Anzi i Fonderia hanno il merito di portare nuove argomentazioni a dimostrazione del fatto che non
è necessario, per fare un disco d'avanguardia, abusare di rumorismi, controtempi e fiati rabbiosi.
Ma lasciamo che siano loro a spiegare meglio il progetto in una loro recente intervista.
(contatti infotiscali@fonderia.biz)

di Marco Tuppo

1) Ritengo che le presentazioni siano d'obbligo, chi sono i fonderia?
FONDERIA: In due parole, la Fonderia è un progetto nato a Roma nel 1994, dedicato all'improvvisazione e alla ricerca musicale, attraverso la fusione di generi diversi tra loro quali il funk, il jazzrock, la psichedelia, l'elettronica, la musica etnica, il prog. La formazione attuale è costituita da Emanuele Bultrini alle chitarre, Federico Nespola alla batteria, Luca Pietropaoli a tromba e contrabbasso, Stefano Vicarelli al piano elettrico e synth analogici.

2) Ascoltando il disco si ci accorge subito di trovarsi davanti a musicisti capaci, anche se devo dire che le abilità tecniche non sono mai ostentate.
Quali sono state le esperienze musicali dei singoli componenti nel periodo precedente ai fonderia?

FN: ho iniziato suonando rockblues e classici del rock anni '60-'70 in varie cover-band (hendrix, led zeppelin, rolling stones, pink floyd, ecc.); in seguito mi sono cimentato in altri generi (dal prog, al jazz, dal grunge al post-rock...). Successivamente ho lasciato da parte le cover-band per dedicarmi, insieme ad Emanuele, a progetti che sviluppassero composizioni originali e sperimentali. Poi abbiamo incontrato Stefano ed è nata la Fonderia, un vero laboratorio emotivo dove la ricerca di soluzioni sonore attraverso l'improvvisazione totale segue di pari passo il viaggio all'interno della nostra psiche.
L.P.: Circa undici anni fa, il fato mise sul mio cammino Luca Chiaraluce, musicista poliedrico e didatta eccelso. Da quell'incontro e dai successivi anni di studio e di pratica di armonia jazz, si è dipanata la mia strada personale della scoperta musicale. Per lungo tempo ho suonato standard della tradizione jazzistica insieme a formazioni variabili dapprima al contrabbasso, infine alla tromba, per giungere poi quattro anni fa ad un altro incontro, quello con il maestro Alessandro Quarta che mi ha aperto la strada al canto della musica barocca e allo studio del cornetto rinascimentale. Un bagaglio culturale in continua espansione che contribuisce in toto alla mia possibilità espressiva, di cui il progetto con la Fonderia è forse l'esternazione più naturale e spontanea.
E.B.: Ho cominciato a suonare pop-rock da adolescente, per poi ampliare gradualmente i miei interessi verso il jazz, la musica etnica, il funk, l'ambient etc. Per molti anni prima della Fonderia ho militato come chitarrista-cantante con Federico negli Atto Terzo, un trio di funk-rock che si rifaceva a gruppi come Living Colour e Primus, ma senza disdegnare una certa vena melodica e allo stesso tempo l'interesse per la sperimentazione. Parallelamente alla Fonderia mi sono dedicato insieme a Federico all'improvvisazione radicale, e al progetto "cantautorale" Antilla. Insomma, un po' di tutto.
SV: ho iniziato giovanissimo con la solita gavetta delle "cantine", successivamente ho fondato un gruppo cover Yes/Rush e Emerson Lake and Palmer, per proseguire poi all'interno di un'altra cover band di Peter Gabriel, quindi diciamo che la mia provenienza è "prog-oriented".

3) Un idea sviluppata con cura nel tempo, un lavoro durato lunghi anni, il tutto riassunto in un disco auto prodotto. Quale è stato il percorso che ha portato all'uscita del vostro progetto?
FONDERIA: Abbiamo dedicato i primi anni di esistenza del gruppo a sperimentare, lavorando soprattutto sui suoni e cercando di incrociare e amalgamare i tanti diversi generi che fanno parte della nostra formazione musicale. Fin dall'inizio, tutte le nostre sessioni erano completamente improvvisate e registrate. Col tempo abbiamo accumulato diverse decine di cassette (che poi sono diventati minidisc…), da cui abbiamo tratto diversi demo. Nel 2001, grazie alla nascita del nostro studio di registrazione, abbiamo deciso di tirare le somme e registrare un disco "ufficiale", attingendo da parecchi spunti emersi dal riascolto di questi nastri, elaborandoli e cercando di renderli più in forma di "brano", più compiuta. Per un anno e mezzo abbiamo lavorato cercando di trovare una sintesi stilistica che fosse intimamente nostra, con l'intenzione di realizzare una musica sperimentale e allo stesso tempo immediata, comunicativa e in un certo senso "cantabile".

4) Il vostro disco ha indubbiamente una notevole maturità di intenti ormai rara, qual è il percorso creativo che utilizzate per comporre?
FONDERIA: Tutto nasce da sedute di improvvisazione nelle quali ognuno propone in tempo reale le proprie idee musicali. A volte si sperimenta a microfoni aperti e il risultato va direttamente sul disco, come nel caso di Ora Legale o AFA II, altre volte selezioniamo le idee che emergono dalle jam session e le sviluppiamo dando loro una struttura, come per Piazza Vittorio.

5) Leggendo nelle note passano in rassegna strumenti del passato come il Moog e il Rhodes ma anche generatori di loop e strumenti effettati. Qual è il vostro rapporto con il passato e con la tecnologia?
SV In realtà non c'è tanta tecnologia nel nostro disco, se non in fase di mixaggio e masterizzazione. E' un disco totalmente suonato, l'uso di alcuni loop usati è servito principalmente per dare colore al pezzo, ma la base di tutti i nostri pezzi è l'esecuzione vera, si parte sempre dai propri strumenti. C'è molto passato nel senso che utilizziamo strumenti cosiddetti "vintage" (che tanto vanno di moda oggi…), soprattutto il parco tastiere è caratterizzato dai classici, come appunto il piano Rhodes e il Minimoog.
FN: la tecnologia applicata per stravolgere le possibilità sonore degli strumenti classici, offre l'opportunità al musicista che sperimenta di mettere in pratica le proprie intuizioni creative.
EB: beh, un elemento fondamentale del nostro approccio alla musica è proprio la ricerca sui suoni, per cui siamo sempre a caccia di timbriche e strumenti particolari che possano arricchire la nostra "tavolozza dei colori"; perciò siamo innamorati degli strumenti analogici ma al tempo stesso ci piace il mondo digitale dei campionatori così come l'espressività degli strumenti acustici di ogni provenienza. Musica e tecnologia del passato sono un bagaglio culturale importante per noi, ma non siamo dei nostalgici.

6) Sento spesso lamentarsi dell'ottusità delle piccole province con cui bisogna scontrarsi. Voi siete di Roma, come vanno le cose nella capitale?
SV: A Roma la situazione è varia, ma non sempre (anzi) gratificante. Credo che i problemi siano i soliti. I gestori dei locali non intendono la musica come si dovrebbe, ma come un mezzo per avere i tavoli pieni e vendere consumazioni. E questo ha portato alla situazione in cui il gestore preferisce ospitare cover band, organizzare tributi monotematici assicurandosi un buon riscontro di pubblico (nostalgico) piuttosto che rischiare investendo sulla musica originale. Non che sia sbagliato far suonare bands che ripropongono musica di gruppi storici (piu' o meno per lo stesso motivo per cui andiamo a sentire la musica di Mozart o Mussorsgky), ma la bilancia purtroppo pende troppo da questa parte.
EB: Il fatto è che Roma è una città piena di potenzialità ma estremamente dispersiva. Questo ostacola i contatti tra musicisti e la formazione di una vera scena, e per di più si soffre comunque di una certa indifferenza e dei problemi cronici, sia tecnici che culturali, che affliggono la musica in Italia. Ci sono parecchie occasioni per suonare, ma è difficile proporre il proprio progetto nelle condizioni davvero appropriate. Non è forse casuale che i riconoscimenti che abbiamo avuto siano venuti finora da lontano.

7) La cosa che mi ha colpito di più è la ricerca nei suoni e nella qualità della registrazione. Che tipo di taglio sonoro ricercavate durante le sedute di registrazione?
FONDERIA: In generale abbiamo cercato di riprodurre su disco il nostro suono live; la nostra musica è fatta soprattutto di sfumature e quindi abbiamo curato molto i dettagli mantenendo il calore, l'amalgama e l'equilibrio dei vari strumenti. Solo su alcuni brani siamo intervenuti maggiormente in fase di mixaggio, cercando di amplificare il "carattere" del pezzo attraverso l'uso di filtri o di una equalizzazione particolare. Alla fine siamo rimasti soddisfatti perchè il suono che è venuto fuori corrisponde esattamente a ciò che volevamo, grazie anche al grande lavoro che ha fatto il nostro fonico, portando il tutto ad un livello da produzione internazionale.

8) Di recente avete vinto l'ultima edizione del Premio Darwin, la quale vede tra i giurati una schiera di addetti al lavori, come avete vissuto la notizia?
EB: Ovviamente con molta soddisfazione. Abbiamo avuto la sensazione che il nostro disco, cominciando a camminare sulle sue gambe, abbia trovato nel Laboratorio di Babele e nella giuria del Premio un ambiente fertile in cui è stato veramente compreso il progetto che c'è sotto. Insomma, meglio di così non poteva andare…

9) Cosa ci offriranno in futuro i fonderia?
FONDERIA: E' una bella domanda che ci poniamo anche noi. Come al solito abbiamo tante cose in cantiere. Continuiamo ad improvvisare "fondendo" ed accumulando materiale per il secondo disco, il che ci riempie di entusiasmo perché stiamo sperimentando direzioni anche nuove rispetto al primo album. Inoltre continuiamo parallelamente a dedicarci a progetti e collaborazioni particolari, come del resto abbiamo fatto in passato con le musicazioni di film muti, il teatro, etc. La curiosità e le energie non ci mancano, staremo a vedere…