copertina  
 



Merci Miss Monroe - S/T
[2004 Ghost rec]

I Merci Miss Monroe sono l'ennesimo buon gruppo che la Ghost Records ha pescato dalla prolifica scena di Varese (scena che a quanto pare è da poco orfana dei Bartòk) e suonano un pop che spazia dall'indie-rock più americano, con richiami west-coast (qualche intreccio vocale lontano parente dei Beach Boys) al pop più scanzonato e pankettaro dei Blur (in Party Parade)e ci sono echi di Ash (anche per la voce nasale del cantante)e dei Weezer. L'orecchiabilità e la presa rapida dei pezzi è quasi sempre garantita (Party Parade e Around su tutte), e gli episodi meno riusciti mi paiono invece quelli dove cercano di scurire e psichedelizzare le atmosfere, come in Gentlemen prefer blondes . A questo punto il passo dovrà essere quello di personalizzare maggiormente il songwriting, e vista la giovane età penso sarà un passo che verrà naturalmente.
E-mail: info@ghostrecords.it
Sito Internet: www.ghostrecords.it

Enrico Marcuzzi



k.c. Milian
[Holiday records 2004]

Un disco che incendierà gli animi degli ormai stoici fedelissimi del post rock dall’animo romantico e melanconico basato sulle semplici melodie di chitarre sospese su dinamiche altrettanto semplici di batteria dall’incedere rallentato a giochi di riempimento/svuotamento. Sono impazzito per questa forma, ascoltandola per anni, e anche con il disco di k.c.Milian nelle orecchie sto tornando ai miei vecchi ascolti di cinque-sei anni fa, la dipendenza da certi suoni, certe sospensioni, gli arpeggi lenti e le pennate insistite sulle chitarre. L’effetto è quello di una vecchia polaroid sbiadita, di qualcosa che ormani ha decisamente fatto il suo tempo. Non per questo è da bocciare questo disco di Holidays records, non si parla assolutamente di cestino, intendiamoci; anzi, ci sono melodie enormi se confrontate con fenomeni indie a volte freddi e poco densi di spirito, ma la foma gioca inesorabilmente al rimando (non che si sia costretti ad inventare nulla, sia chiaro). Belle quelle voci soffocate lasciate sullo sfondo in certi momenti di climax (che non si capiscono, e potrebbe sembrare una pecca ma in un certo senso colpiscono proprio per questo), enfatizzano, riempiono, belli i trattamenti di campioni ad impreziosire, bella la tromba suonata così “naif” e da apprendista, che riesce a non suonare morriconiana come in altri episodi appartenenti agli stessi territori, ok, viste le derive e gli sfilacciamenti di un genere che non vuole tirare le cuoia penso si arriverà a cantare “yeah, yeah, it’s only post-rock but I like it…” e allora un disco come il senza titolo di k.c. milian vivrà in eterno, dando quella luce in più ad una vostra serata tinta di grigio, lo stesso effetto che mi sta sorprendendo ora. Up k.c.milian!!
Contatti: kc_milian@yahoo.com www.holidaysrecords.it

Al



ALL FOOL'S DAY/the day the sky fell we catched the stars
[ 2004]

Gli ALL FOOL'S DAY sono un giovane gruppo di Parma e stanno in bilico , nella terra di nessuno , li' dove non si puo' distinguere l'INDIE-ROCK dal suono EMO , ugualmente divisi fra l'influenza di PEDRO THE LION (piu' elettrico) e degli APPLESSED CAST (meno riflessivi) cosi' come dei RAINER MARIA (negli incastri vocali).La prima traccia Oddjobman colpisce al cuore con melodie indie e da una voce dal tono divertente e svagato. La seconda traccia "Bycicle girl" parte riflessiva con una parte di voce trascinata e dal tono che ricorda Pedro the lion per poi trasformarsi nella meta' in un pezzo sostenuto un po' piu' tirato.
Mentre "Lost in the summer" dopo un'introduzione leggera esplode nel ritornello melodico ed e' indie nel suono cosi' come emo nel testo che parla di cuori spezzati e di una malinconia estiva.
Un piccolo sei tracce non miracoloso ma sicuramente piu' reale sincero di tante altre band straniere , fondamentalmente un'ottimo dischetto da sentire mentre fuori c'e' il sole dell'estate (e adesso c'e'!).
www.allfoolsday.net - info@allfoolsday.net

tommy



My own parasite “I am”
[Plumbea Records 2004]

Il titolo di questo disco di My Own Parasite, così come la fantomatica neonata per l’occasione plumbea records, suona come una sorta di dichiarazione di esistenza. Raccolto in due fasi (side A e B), come per un ipotetico vinile, il cd ci proietta in quello che oggigiorno si chiama post-rock e che un tempo dicevasi psichedelia oscura alla primi Pink Floyd, ma tenete le giuste distanze dal quartetto lisergico dei settanta, qui le forme sono molto più rigide, scarne e delineate per costruzioni che vanno a far entrare in risonanza anche un’altra definizione, quella del post punk. E proprio in questo senso “Kafka”, l’incipit, è una spigolosa e tesa ondata addolcita dal bel contorno di una voce femminile, che purtroppo “lascia il palco” alla prima traccia del cd. Seguono poi costruzioni più “di maniera”, spesso strumentali, giostrate su incastri di basso, chitarra e batteria con synth o mellotron a stratificare, stacchi per la verità non troppo incisivi o sorprendenti, cali/fasi/reprise/voci di sottofondo/crescite rumoristiche, e tutti quei “trucchi del mestiere” a cui ci hanno abituati certi plasmatori di materia strumentale, oppure spunta addirittura una certa vena new wave punk. Slegato nel genere e non convincente se osservato dall’alto nella sua interezza, “I am” è comunque contenitore di spunti notevoli, soprattutto dove le ritmiche e gli intrecci “canonici” si slegano e si stemperano per allargarsi in sospensioni elettroniche; “an echo”, “pleroma”, “superman” o l’ipnotica parte centrale di “seven” gli episodi migliori. E’ qui che My own parasite più convince e può davvero risultare efficace anche in chiave sonorizzazione, come testimoniano due colonne sonore del gruppo per cortometraggi del circuito underground italiano. Più lontano e sbiadito il side B del disco, che ci lascia come una vecchia pellicola abbandonata a girare nel proiettore, soprattutto per la lunghezza dei pezzi e per l‘impressione di una direzione abbozzata che resta a contorno “in the background”, pur non essendo questo privo di fascino.
info@myownparasite.com
info@plumbea-records.com
www.myownparasite.com

Al

 

 

   

Nuova grammatica dei sentimenti:
Neil on Impression

Apro con un ringraziamento, a Luca 8mm, per avermi fatto conoscere questo gruppo del quale rischio seriamente di innamorarmi.
I Neil on Impression nascono un paio di anni fa dopo esperienze di carattere diverso. Sono di Forlì e si posizionano in quel settore del rock strumentale ispirato da gruppi come Tristeza, Mogwai e Giardini di Mirò. Quello che potete sentire nel loro disco “For a New Grammar of Feelings” è un qualcosa che potrebbe ricordarvi i GDM di Rise and Fall che si spingono fino a toccare i nervosismi dei Paul Newman il tutto con grande naturalezza e senza mai annoiare. E’ l’emotività a farla da padrone in questo disco e le reiterazioni, i crescendo e le fasi più nervose sembrano dettate più dal tentativo di mettere in musica un’emozione che non da quello di risoluzione matematica della cosa. Gli otto elementi del gruppo riescono a ben fondere gli strumentali chitarristici inserendo qua e là tromba e piano Rhodes riuscendo davvero a tirare fuori qualcosa di buono a un genere che abbiamo ormai ben assimilato e che credevamo non potesse riservare sorprese. Merito forse dell’attitudine con cui sono arrivati a creare questo disco, cercando di portare del valore aggiunto oltre a quello puramente musicale.
A sentire loro infatti c’è un percorso molto lungo e profondo dietro alle loro composizion, una cosa che ha davvero a che fare con i sentimenti e la loro manifestazione.
contatti: neilonimpression@libero.it

Ne parliamo con Riccardo, una delle chitarre del gruppo...

@: Il vostro attuale disco parla di una "nuova grammatica dei sentimenti". Puoi spiegarci cosa intendete con questa definizione e come ci siete arrivati?
R: Rispetto magari alla fotografia, in cui il momento creativo è distinto dalla fruizione, il suonare rappresenta una sintesi, è tutto immediato, contemporaneo. Una cosa vitale nel fare musica in questo senso, è “rapporto”. Chiarire le caratteristiche di questo “Rapporto” e il modo in cui la musica spesso è tramite privilegiato verso l'emotività profonda, ci poneva di fronte all'esigenza di mettere a punto gli elementi per noi fondamentali: l'attesa vivida, il compimento, la realizzazione, quel senso indefinibile di inevitabilità che si prova in prossimità ai fatti primari, ai momenti importanti dell'essere. Ci viene in mente una frase:“la musica è un repertorio simbolico non consumato”. Non esiste una traduzione convenzionale e universalmente condivisa. In questo è meravigliosamente vicina alla sfera sentimentale. Chi può dire che l'amore sia lo stesso per tutti?

@: Il disco è interamente strumentale, ma all'interno del booklet ci sono dei testi scritti. A cosa si riferiscono?
R: I testi all'interno del disco sono, effettivamente, il percorso della nostra emotività e della nostra riflessione sulla creazione del disco e su quello che ci ha portati a riflettere su Neil on Impression come progetto e sul nostro lavoro. Diciamo che si propone come chiave di lettura sulla traduzione strumentale di quella che per noi può essere “nuova grammatica dei sentimenti”. Non vogliono assolutamente essere nulla di didascalico, ma anzi sono una specie di balletto per i pensieri e le sensazioni, una serie di passi totalmente soggettivi che mostrano come noi abbiamo fatto il nostro percorso di senso, dal tema dell'attesa vista come bisogno di completezza fino alla possibilità di ripensare la nostra sentimentalità in chiave non schematizzata, ma complessa e specificamente umana.

@: L'assenza di parole solitamente viene vista come un qualcosa di mancante ad un disco, pensate invece che la musica strumentale possa dire le stesse cose che una canzone può dire?
R: Assolutamente sì, anzi: la scelta dello strumentale è dettata appunto dalla profonda convinzione in questo progetto. Cioè il tentativo è davvero quello di riuscire a creare delle dinamiche tali per cui il messaggio emotivo viene investito di significati profondissimi, e arriva il diretto in tutta la sua bellezza, libero e assolutamente interpretabile. Come un pugno, se vuoi. Come i dipinti, di quelli che ti mescolano dentro e ti lasciano adorante di fronte alla tela, tu, il titolo, i colori e le forme. Il resto è sentimento, è interpretazione, è attesa.

@: Il vostri disco è una co-produzione di 8mm, Red Cars Go Faster e Life of Hate. Come sono nate queste collaborazioni?
R: Veramente la questione è un po' diversa. Il disco è autoprodotto, ovvero dopo una serie di tentativi in etichette varie si è deciso che non conveniva aspettare ancora, e allora ci siamo messi in moto. Il disco è stato stampato da Mousemen a Milano, impacchettato in casa copia per copia (nella creazione delle grafiche ci hanno aiutato un po' di amici,sviluppando idee base che avevamo abbozzato) e poi, tramite contatti dovuti ad amicizia stretta sia con Luca (8mm), Cebio (Lifeofhate) e Charlie (Redcarsgofaster), il disco è stato distribuito. Le collaborazioni quindi sono frutto di amicizia, oltre che profonda stima reciproca. Il disco piaceva, e per loro è stato naturale aiutarci in questo senso.

@: Come nascono i vostri pezzi invece? C'è qualcuno che solitamente porta i pezzi, oppure il processo creativo è comune a tutti? Essendo in otto non deve essere facile convivere in sala prove...
R: In effetti in otto è abbastanza difficile sia trovarsi alle prove al completo sia organizzare “orchestralmente” la creazione del pezzo. Il processo creativo è sicuramente comune a tutti, comunque, sia per quel che riguarda il proprio strumento, sia per quelle che sono le fasi più “pensate” della nascita di un pezzo. Fondamentalmente in sala prove si portano, al di là del singolo riff o parti di pezzo, tentativi di emozionarsi, emozionarCI, prima di tutto, e poi cercare di vedere sempre il lato “altro”, quello che ti porta oltre, della singola melodia, e si organizza di conseguenza. Per quel che riguarda la sessione archi spesso ci sono sedute apposite, in cui si “limano” e si “perfezionano” le parti in relazione alla struttura del pezzo e in relazione alla melodia generale e al significato profondo del brano.

@: Sempre per via del folto numero di componenti della band, come vivete la situazione live?
R: La situazione live è un discorso che non ha mai dato problemi, anzi, è strano pure per noi stessi il fatto davvero di non sentirsi mai “tanti”, ma anzi, avere sempre l'impressione di essere un nucleo compatto, di essere quasi “pochi”....
E' capitato di stare stretti, sul palco, ma chissenefrega. Il problema maggiore è il mezzo di trasporto: se non abbiamo il furgone sono d'obbligo due macchine, e le spese, così, ti assicuro sono tante.

@: Andate spesso a vedere concerti? Cosa vi piace di più?
R: In linea di massima sì, tutti. Spesso capita di essere solo alcuni di noi, perchè magari gli interessi musicali sono diversi, ma è capitato anche di essere tutti assieme (vedi Mogwai al Velvet l'anno scorso, e Daitro all'Atlantide quest'anno). Ultimamente, più per questione di occasioni che per altro, è capitato che si andasse spesso a vedere concerti screamo, a me è capitato di dover sostituire in un live Marco, l'altro chitarrista dei Raein oltre ad Alessio, al SummerSlam festival, in Germania, e anche quella è stata una grande occasione di ascolto e contatto, Paride a Alessandro , rspettivamente tromba e tastiera, il 27 saranno a vedere Keith Jarret, quindi davvero i concerti ci piacciono decisamente...

@: A questo punto siete in trappola, datemi la playlist dei vostri ascolti recenti.
R: Va bene va bene... allora direi che la playlist degli ascolti sarebbe infinita, e dovrebbe partire dai primissimi ascolti della storia di gruppo Neil on Impression (Tristeza, Giardini di Mirò, Mogwai, Mineral, Christie Front Drive, Sunny Day Real Estate...) ; però in questo periodo ci sono alcune “monomanie”, diciamo, e capita di trovarsi la sera o in macchina assieme ad ascoltare e parlare di questi gruppi:
- Rachel's : tutto (da Selenography, a Music for Egon Schiele, all'ultimo Systems/layers). Una passione collettiva, un punto di riferimento, un momento di crescita e di bellezza, per tutti noi
- Godspeed You Black Emperor! : tutto (da Slow Riot for New Zero Kanada, a Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven, a Yanqui u.x.o...). Un'esperienza folgorante per tutti, una declinazione del post rock che ci ha affascinato da subito.
- Circle Takes the Square: As the Roots Undo. Un disco incredibile, semplicemente. Geniale, sotto tutti i punti di vista. Una autentica malattia per almeno i 6/8 di noi..
- William Basinsky: è un compositore dedito alla sperimentazione, in particolare lavora sui droni, aspetto che ultimamente vorrebbe interessare parecchio le nuove cose “Neil on Impression”.
- Explosions in the Sky: da Earth is not a...a Those Who Tell the Truth. Gran dischi, il nostro è sempre un ascolto interessato a capire le dinamiche. C'è una grande cura del suono, e una dimensione delle successioni “esplosioni” di suono e quiete totale che è una meraviglia.
Questi i principali, poi ce ne sarebbero altri mille, ma sto già parlando troppo....

onga